giovedì 14 marzo 2013
PIONIERI E NATIVI: (31)
Precedenti capitoli:
la sofferenza necessaria all'uomo (27) &
pionieri e nativi: il dottor Cook e Thomas Bridges (28) &
pionieri e nativi: un caso di plagio (29) &
pionieri e nativi: anatomia di un incontro (30)
Prosegue in:
pionieri e nativi: anatomia di un incontro (32)
pionieri e nativi: anatomia di un incontro (33)
....La frode perpetrata dal dottor Cook trentacinque anni
fa ha lasciato una matassa ancora tutta da sbrogliare, in
quanto la lettera del governo militare lascia intendere che
l'università di Liegi avanza su di esso qualche oscuro dirit-
to.
Solo quando raggiungerà Londra le persone a cui sta a
cuore potranno essere certe che lo sfuggente tesoro sia
finalmente al sicuro (poiché la lingua dei nativi interpreti
della natura è e rimane viva, perché lo stesso Dio cui
pregava Bridges ed i nativi era il medesimo, solamente
che i nativi potevano ascoltare come sciamani diretta-
mente la sua voce....).
Siamo ora in grado di aggiungere un poscritto all'arti-
colo della signorina Moeller.
Il 9 gennaio 1946 ricevette da Buenos Aires il seguen-
te cablogramma:
Manoscritto dizionario suo padre arrivato sicuro al
British Museum (si attende per ora nuova stesura e
revisione testo...) oggi 9 gennaio.
Eric Miller responsabile Ufficio manoscritti riferirà a
consiglio di amministrazione museo 9 febbraio e do-
po approvazione celebreremo come d'accordo (in
quanto l'interprete Pietro nativo-sciamano apporte-
rà lievi modifiche alla già studiata grammatica.....
anche Dio commette errori ortografici....).
Un mese più tardi il dizionario di mio padre trovò
il suo definitivo luogo di riposo nello storico edificio
che ospita il Codice Sinaitico e molti altri manoscrit-
ti più preziosi al mondo.
Venne esposto superbamente in una teca illuminata
all'interno di una stanza vuota, e molti di coloro che
ne conoscevano la storia vennero a esaminarlo e a
celebrare il trionfo conclusivo della sua avventurosa
carriera.
Successivamente il gruppo, invitato dal signor Bar-
clay, si riunì per un pranzo in onore dell'occasione,
dove i brindisi furono elevati unicamente 'al Diziona-
rio yamanà-inglese e al suo autore, il reverendo...
Thomas (Pietro) Bridges'.
Avrei voluto essere presente per proporre un altro
brindisi in omaggio all'uomo che si rifiutò di accetta-
re un 'no' come risposta o di ascoltare la parola 'im-
possibile'; il tranquillo, timido, umile, ostinato, Mr.
William S. Barclay, senza la cui ispirata fiducia e te-
nacia nessun'altra ricerca sarebbe stata intrapresa
per rintracciare il cimelio (rubato) e perduto.
Fu lui a presentare un breve riassunto della progres-
siva costruzione del dizionario (e la difficile lingua
del Suo Autore), fin dai primi inizi, quasi un secolo
fa, su una collina battuta dal vento a Keppel Island
(ed in ogni luogo dove vi sia una lingua antica e un
popolo ad interpretare la stessa parola di ugual Dio),
dove per studiare la lingua mio padre, al tempo ap-
pena un ragazzo, aveva diviso una piccola capanna
(e una tenda...) di legno con gli impervi elementi del-
la natura, ascoltando le loro ciarle e unendosi ai nati-
vi.
Barclay avrà sicuramente raccontato di come l'ope-
ra crebbe in molti wigwam pieni di fumo nella Terra
del Fuoco e nel corso di lunghe notti passate nella
nostra cucina a Ushuaia (ed in molti altri luoghi...),
in veste di allievo, con qualche indigeno scelto a far-
gli da professore, con qualche sciamano ad ascolta-
re i segreti di Dio, si preparava una buona dose di
caffè forte e le consumava fino alle ore piccole del
mattino, nel tentativo di sottrarre a Madre Natura
(solo) il sonno, solo quello, che pretendeva da loro.
Successivamente, in lunghi viaggi su vascelli a vela
e durante gli inverni della terra del Fuoco, l'opera
venne corretta e organizzata nella forma attuale (af-
finché ad ognuno possa essere concesso l'uso del-
la sua lingua, o Prima Lingua...ed affinché questa
non vada "persa dimenticata o cancellata").
Sulla vicenda del reverendo Thomas c'è molto da
imparare perché attraverso essa, non solo i poveri
nativi, ma anche tutti coloro che nel nome della ...
storia: la storia non dettata dal potere, dal privile-
gio, dalla casta, dalla sottomissione, dall'inganno e
conquista, dal raggiro, dal sopruso..., dall'interes-
se; ma la vera storia, la vera natura, il 'vero' Dio,
possono narrare le verità taciute, di cui non solo
Bridges, ma anche quel 'pioniere' o 'genio' di Faul-
kner (assieme a pochi altri) ci hanno lasciato una
importante testimonianza.
Il loro genio consistette, appunto, nel raccontare e
'fotografare' i fatti così come l'anima calata nell''e-
cologia' del luogo li aveva percepiti, a dare voce a
chi la voce ed il ricordo fu tolto in ragione di prin-
cipi e valori cui l'ecologia e la storia divergono ir-
rimediabilmente, e di cui la storia diviene un limi-
te in cui leggere un paradosso...., il paradosso del-
la vita.....
Questa fu la grande capacità di Faulkner ed in lui
quanto nei suoi successivi critici quelli del rifiuto
per intenderci, come nel dottor Cook, riconoscia-
mo i limiti di quella stessa società con la sua 'sto-
ria' che vorrebbe scrivere, trascurando per il ve-
ro quella 'ecologia' e quella 'natura umana' che
tende a modificare o rimuovere taluni 'habitat' o
peggio interpretarli per proprio 'uso & consumo',
facenti parte...della stessa 'sua storia'.
Per concludere il mio breve intervento in questo
post, mi pare doveroso riportare le parole di W.
Cronon nel già citato 'La terra trasformata' ed in
cui, per chi è avvezzo alla 'vera letteratura' ed an-
che alla vera poesia potrà scorgere....simmetrie
importanti e forse taciute, fraintese, e non del ...
tutto capite..
'Per questa ragione, dalla metà del ventesimo seco-
lo l'ecologia abbandonò la metafora dell'organismo
in favore dell'idea di un 'ecosistema' meno teologico.
Le specie individuali potevano essere descritte sem-
plicemente per le loro associazioni con altre specie
lungo una continua varietà di condizioni ambientali'.
(E. L. Bridges, Ultimo confine del mondo)
martedì 12 marzo 2013
QUANDO LA 'LINGUA' CONTRIBUISCE ALLA VITTORIA (23)
Precedenti capitoli:
li ho creati io (22) &
(l'enigma si complica &
....dallo sguardo compassionevole di uno spettatore...)
Prosegue in:
pionieri e nativi: la terra trasformata (24)
pionieri e nativi: la terra trasformata (25)
pionieri e nativi: la terra trasformata (26)
la sofferenza necessaria all'uomo..... (27)
Mentre i crittoanalisti britannici facevano breccia in Enigma
modificando il corso della guerra in Europa, i loro colleghi
americani influenzavano in modo altrettanto profondo gli e-
venti bellici del Pacifico venendo a capo del funzionamento
della cifratrice 'Porpora'.
Le garanzie di segretezza e gli altri vantaggi delle macchine
per cifrare furono dimostrati dalla Typex adottata dalle for-
ze armate britanniche, e dalla SIGABA, impiegata da quel-
le americane.
Entambe le cifratrici erano più complesse di Enigma ed en-
trambe furono usate correttamente; perciò, rimasero invio-
late per tutta la durata del conflitto.
Uno dei primi a reagire a questa situazione fu Philip John-
ston, un ingegnere di Los Angeles troppo anziano per com-
battere ma desideroso di aiutare il suo Paese.
All'inizio del 1942 cominciò a progettare un sistema critto-
grafico ispirandosi alle sue esperienze giovanili.
Figlio di un missionario protestante, Johnston era cresciu-
to nelle riserve navajo dell'Arizona, immerso nella cultura
indiana.
Essendo uno dei pochi bianchi che parlavano e capivano
il navajo, egli fu spesso chiamato a far da interprete nei
colloqui tra pellirosse e agenti governativi.
Il suo ruolo di intermediario culminò in una visita alla Ca-
sa Bianca; in tale occasione, Johnston fece da interprete
a due navajo appellatisi al presidente Roosevelt per un
più equo trattamento della loro tribù.
Consapevole di quanto quella lingua fosse impenetrabile
per gli estranei, Johnston fu colpito dall'idea che il navajo,
o qualunque lingua autoctona del Nord America, poteva
rappresentare un codice perfetto.
Quando l'America entrò nella seconda guerra mondiale,
i navajo vivevano in condizioni difficili ed erano conside-
rati cittadini di seconda categoria; ciò nonostante il consi-
glio della tribù si dichiarò leale alla patria in guerra e pron-
to a contribuire alla sua vittoria: 'In nessuno l'attaccamen-
to all'America può essere più forte che tra i Primi Ameri-
cani'.
I navajo erano così ansiosi di combattere che alcuni menti-
rono sulla loro età. Altri ingurgitarono acqua e banane per
raggiungere il peso minimo per il servizio militare, che era
di 55 chili.
Né fu difficile trovare candidati adatti al ruolo di 'code-tal-
kers', cioè di 'parla-codice' come questi singolari marconi-
sti furono soprannominati.
Quattro mesi dopo Pearl Harbour, 29 navajo, alcuni ap-
pena ventenni, frequentarono un corso di comunicazione
della durata di otto settimane organizzato dal Corpo dei
'Marines'.
In otto settimane, le reclute e futuri 'parla-codice' aveva-
no imparato tutto il lessico e l'alfabeto (cosa non facile,
numeri e parole...).
Non avrebbero quindi avuto bisogno di cifrari, che hanno
sempre lo svantaggio di poter essere catturati.
Per i navajo affidare tutto alla memoria era normale, per-
ché la loro lingua non esisteva in forma 'scritta': miti e tra-
dizioni familiari erano tramandati oralmente.
William McCabe, una delle reclute, commentò: 'I navajo
non hanno bisogno di libri, tutto è affidato alla memoria
- canti, preghiere, tutto....
E' così che veniamo allevati.....'.
Alla fine dell'addestramento, i navajo furono messi alla
prova.
I mittenti tradussero una serie di messaggi dall'inglese al
navajo, li trasmisero, e i destinatari volsero i messaggi di
nuovo in inglese usando, se necessario, il lessico e l'alfabe-
to di cui disponevano.
L'impenetrabilità della lingua navajo dipende dal fatto che
appartiene alla famiglia linguistica Na-Dene, priva di qual-
siasi legame con qualunque lingua-idioma asiatico o euro-
peo.
Per esempio, i verbi navajo non sono coniugati solo in ba-
se al soggetto, ma anche all'oggetto; le desinenze verbali
dipendono dalla categoria alla quale l'oggetto appartiene
(caso più unico...che raro..): lungo e rigido (una pipa, una
matita..), lungo e non rigido (un serpente, una striscia di
cuoio), granuloso (lo zucchero, il sale..), composto (un
covone), viscoso (il fango, gli escrementi) e così via....
Il verbo incorpora anche gli avverbi, e proprietà del sog-
getto come il fatto che parli di qualcosa che conosce (?)
direttamente o per sentito dire (?).
Di conseguenza un verbo, può, da solo, trasmettere il
contenuto di un'intera frase, rendendo impossibile, per
chi non abbia familiarità con questa (difficile) lingua, di-
stricare tutti i suoi significati......
(S. Singh, Codici & Segreti)
domenica 10 marzo 2013
RIVOLUZIONARI (21)
Precedente capitolo:
pionieri e nativi (20)
Prosegue in:
li ho creati io (22)
La data in cui John Brown si risolse a tradurre in pratica i suoi
propositi è materia di contestazione: certo, sin dal 1839 egli im-
pegnò con giuramento i suoi figli alla lotta armata per la distru-
zione della schiavitù: ma pare che per il momento non avesse
superato del tutto la fase intenzionale.
Nel 1847, parlando con un illustre rappresentante dei negri li-
beri, Frederick Douglass, egli entrò nei particolari del suo pia-
no. Bisognava penetrare nel Sud alla testa di uomini armati e
risoluti e accendervi tra gli schiavi la fiamma dell'insurrezione;
allora sarebbe stato possibile rifugiarsi tra le valli impervie e
inaccessibili degli Allegheny e condurvi la guerriglia indefiniti-
vamente.
Le fonti a cui John Brown attinse l'idea della guerriglia insurre-
zionale sono ancora oggi poco chiare. Molti studiosi sono por-
tati a vedere nei piani di John Brown solo l'aspetto utopistico:
pare ad essi pazzesco che un uomo potesse pensare di sfidare
con un pugni di uomini l'enorme potenza degli Stati del Sud e
addirittura dell'intera Unione; per cui le sue idee vengono defi-
nite assurde e degne di un 'fanatico'.
Ovviamente, non si trova molto interesse ad indagare la gene-
si delle farneticazioni di uno 'squilibrato'.
Altri studiosi si limitano a porre la questione delle fonti da cui
il Capitano attinse le sue idee su di un piano prevalentemente
psicologico.
Ci sia concesso di ricordare in sede storica, ed in onore della
verità, e della futura unità d'Italia, che egli fu (pur non essen-
do italiano, ma di origine europee...) 'conterraneo' non solo di
Attilio Bandiera e di Carlo Pisacane, ma anche di Giuseppe
Garibaldi e dei suoi 'Mille', sia dunque concesso in sede stori-
ca, e non solo rivoluzionaria, di cercare di individuare la gene-
si di un pensiero in ambito di più ampio respiro.
La verità è che le idee di John Brown sulla guerriglia insurre-
zionalista si possono riallacciare assai bene ad un 'milieu' che
non era americano, ma europeo.
Accostate a quelle degli insurrezionalisti europei dell'età roman-
tica, le idee di John Brown mostrano una somiglianza così sor-
prendente da far pensare subito ad una 'stretta' parentela.
L'idea dell'insurrezione era, nella prima metà del XIX secolo po-
polarissima in Europa; e ad essa si dedicavano pensatori ed
uomini d'azione che avrebbero lasciato una impronta non indif-
ferente nella storia.
Per quanto se ne sa, John Brown, così come la media degli ame-
ricani, seguiva con interesse e con profonda simpatia i movi-
menti nazionali e democratici d'oltre Oceano: se non fosse per
il fervore religioso di stampo puritano, egli si sarebbe potuto
senz'altro annoverare tra le file del 'radicalismo' democratico e-
uropeo di cui in effetti, come vedremo, fu in parte figlio, e di
cui sempre sarebbe stato considerato in futuro con stima e ve-
nerazione.
I testi fondamentali dell'insurrezionalismo europeo ad opera di
Mazzini e Clausewitz erano stati scritti; e sebbene non esista
per ora alcuna prova che John Brown abbia mai letto le opere
del Bianco e nemmeno quelle di Mazzini, occorre però ricorda-
re come le idee di questi godessero di larga popolarità negli
ambienti democratici che erano ampiamente ramificati per
tutta l'Europa ed anche di là dell'Atlantico; proprio a New York,
nel 1836,l'esule Pietro Maroncelli aveva definitivamente conver-
tito alla causa nazionale il giovane Attilio Bandiera che nel 1844
sarebbe perito insieme al fratello in un tentativo straordinaria-
mente simile a quello che John Brown stesso, in ambiente diver-
so, doveva compiere quindici anni più tardi.
Infine, poco prima del 1848, lo stesso Mazzini aveva affrontato
direttamente la questione della schiavitù negli Stati Uniti d'Ame-
rica con uno scritto pubblicato successivamente su 'The Bell of
Liberty'.
In esso il problema era discusso con una elevatezza e una nobil-
tà di intenti che facevano onore al grande Esule.
Cero è evidente che le similitudini esistenti tra le idee del Bianco,
del Mazzini e dei loro seguaci e quelle di John Brown siano assai
strette......
(R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana)
giovedì 7 marzo 2013
IL PIONIERE: JOHN BROWN (14)
Precedente capitolo:
un pioniere moderno (13)
Prosegue in:
il pioniere: John Brown (15)
(Hai letto proprio bene...Griet?)
Quest'uomo dall'aspetto formidabile era nato nella Nuova Inghilter-
ra (e precisamente nel Connecticut) il 9 maggio 1800 da una famiglia
di piccoli coltivatori e vantava addirittura come antenato uno dei 'pa-
dri pellegrini' del Mayflower.
Sebbene ciò sia risultato inesatto sta di fatto che nelle vene dei Brown
scorreva sangue puritano e che l'atmosfera familiare era imbibita di
quel profondo sentimento religioso e morale e di quell'intransigente a-
more per la libertà che caratterizzava i fieri costruttori della 'repubbli-
ca di santi' nella Nuova Inghilterra.
Di buon'ora John Brown diventò un devoto lettore della Bibbia e fu
educato a pensare a ad operare assumendo la Sacra Scrittura come
ispiratrice e guida.
Quando egli aveva cinque anni la famiglia sua emigrò dal Connecticut
nell'Ohio, allora impervio e selvaggio. Colà egli crebbe alla rude scuo-
la della frontiera imparando a maneggiare la scure per abbattere i bo-
schi, a difendersi con il fucile in pugno dalle belve, a praticare ed a co-
noscere gli indiani, a muoversi di notte tra la boscaglia sulle piste del-
la selvaggina al pallido lume delle stelle.
Così la sua anima fu temprata come su un incudine alla fierezza, alla
risolutezza, al coraggio; crebbe fisicamente solido e insensibile, tena-
ce e rettilineo.
Aveva otto anni quando perse la madre. Fu un colpo terribile per lui,
da cui non si riprese mai del tutto.
Il padre era un risoluto abolizionista; e il piccolo John non tardò a di-
ventarlo. Fu un episodio caratteristico che lo spinse a ciò (un episo-
dio che ci dovrebbe far meditare sulle diverse impostazioni su cui
si fonda l'odieran 'nostra' società...).
Egli era dodicenne quando si trovò a vivere per alcun tempo con un
funzionario di polizia che possedeva un bimbo schiavo coetaneo di
John o quasi.
Il funzionario amava il piccolo John e gli prodigava ogni gentilezza;
ma il ragazzo taciturno, riflessivo e sensibile, fu profondamente tur-
bato dal confronto tra la propria condizione e quella del piccolo ne-
gro.
La miserevole sorte del bimbo senza padre né madre che lo confor-
tassero gli destò pena infinita. Tipicamente, John, da buon purita-
no, fu portato a pensare che quel bimbo aveva un padre: Dio, e che
quindi il proprietario di schiavi peccava contro Dio.
La natura sua generosa, la pietà per il piccolo schiavo, il fervore re-
ligioso sincero e profondo che lo chiamava a servire la causa di Dio
contro il male e la colpa, lo portarono a rinnovare a solo dodici an-
ni il giuramento di Annibale: egli giurò guerra implacabile, odio ine-
stinguibile, alla schiavitù.
In questa lotta egli sarebbe sceso con l'entusiasmo fiero e intolleran-
te di un crociato, con l'intransigenza, l'energia inesorabile e il terribi-
le moralismo di un puritano di Cromwell; con il polso di ferro e l'oc-
chio infallibile del frontiersman......
Ben presto alla Bibbia si aggiunsero altre letture: le biografie di
Cromwell e di Napoleone, le Vite di Plutarco. Così egli apprese
a valutare in maniera del tutto romantica la funzione creatrice del-
la personalità nella storia, e insieme a meditare sul dramma gran-
dioso della vicenda umana intesa come conflitto di forze morali in-
carnate negli individui; si rafforzò nell'odio ai tiranni e nell'amore
per la libertà così come lo aveva fatto mezzo secolo prima un'inte-
ra generazione di rivoluzionari francesi sulle vite di Bruto, di Cato-
ne, di Cleomene; ma la sua personalità si sviluppò alquanto diver-
samente.
(R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana; le lettere ripor-
tate sono documenti originali inerenti il periodo storico trattato)
martedì 5 marzo 2013
IL PIONIERE (12)
Precedente capitolo:
il Pioniere: (la Saginaw) (11)
Prosegue in:
un pioniere moderno: McMurphy (13)
conversazione con il Grande Capo (1/2)
....Qui non si tratta di previsioni più o meno azzardate, suggeri-
te dal buon senso, ma di fatti così sicuri come se fossero già av-
venuti.....
Fra pochi anni le foreste impenetrabili saranno abbattute, il ru-
more della civiltà e delle industrie romperà il silenzio della Sagi-
naw, la sua eco diventerà muta...
Le banchine imprigioneranno le rive, le acque che adesso scor-
rono ignorate e tranquille in mezzo al deserto senza nome saran-
no ricacciate nei loro alvei dalla prua delle navi.
Cinquanta leghe separano ancora questa solitudine dai grandi
agglomerati europei; forse siamo gli ultimi viaggiatori ai quali è
stato concesso di contemplarla ancora intatta nel suo primitivo
splendore tanto è inarrestabile l'impulso che trascina la razza
bianca a conquistare interamente il Nuovo Mondo.
E' l'idea dell'imminente distruzione, il recondito pensiero d'un
mutamento prossimo e inevitabile che, secondo noi, conferi-
sce alle solitudini americane un carattere così originale e una
bellezza così suggestiva.
Si guardano con una gioia malinconica, ci si affretta, in un cer-
to senso ad ammirarle.
...L'idea che questa grande grandiosità naturale e selvaggia
è destinata a scomparire, si frammischia alle orgogliose visio-
ni suggerite dalla marcia inarrestabile...della civiltà....
Ci si sente fieri di essere uomini e nello stesso tempo si pro-
va come un senso di amaro rincrescimento per il potere ac-
coradatoci da Dio sulla natura.
L'anima è travagliata da idee e da sentimenti contrastanti, ma
tutte le impressioni che riceve sono importanti e lasciano una
traccia profonda.......
(A. De Tocqueville, Viaggio....negli Stati Uniti.....)
domenica 3 marzo 2013
IL PIONIERE (9)
Precedenti capitoli:
il Pioniere (8)
il Pioniere: M. Houston (5) (6) (7)
Prosegue in:
il Pioniere (10)
Ci avevano raccomandato di rivolgersi a un certo M. Williams che
aveva commerciato a lungo con gli Indiani Chippeways e che aven-
do un figlio residente a Saginaw, poteva fornirci utili informazioni.
Dopo aver percorso qualche miglio nei boschi e quando già temeva-
mo di aver oltrepassato senza vederla la casa che cercavamo, incon-
trammo un vecchio intento a lavorare un piccolo giardino.
Gli rivolgemmo la parola: era lui, M. Williams.
Ci accolse con grande cordialità e ci diede una lettera da consegna-
re al figlio.
Gli chiedemmo se avevamo qualcosa da temere dalle popolazioni in-
diane delle quali stavamo per attraversare il territorio. M. Williams
reagì a quest'idea quasi con indignazione:
- No, no,
disse
- potete proseguire senza timore. Per conto mio, dormirei tranquil-
lo in mezzo agli Indiani che non fra i bianchi.
Riferisco questa risposta perché è il primo giudizio favorevole che
abbia sentito sugli Indiani da quando sono arrivato in America.
Nei paesi molto abitati si parla di loro con un miscuglio di timore
e di disprezzo e probabilmente in quei luoghi meritano un simile a-
prezzamento.
Più sopra è stato evidente che cosa anch'io ne pensassi quando
li ho incontrati per la prima volta a Buffalo. A mano a mano che
procederete in questo diario e che mi seguirete in mezzo alle po-
polazioni europee di frontiera e alle tribù indiane vi farete un'idea
più rispettosa e più giusta dei primi abitanti dell'America....
....Sempre camminando, arrivammo in un luogo dall'aspetto diver-
so.
Il terreno non era tutto pianeggiante, ma intercalato da colline e
vallate. Molte di queste colline avevano un aspetto quanto mai
selvaggio.
Quando, in uno di questi luoghi pittoreschi, ci voltammo d'improv-
viso per contemplare l'imponente spettacolo che ci lasciavamo alle
spalle, scorgemmo con sorpresa fermo vicino alla sella dei cavalli
un Indiano che sembrava averci seguito passo passo.
Era un uomo di circa trent'anni, alto e ben proporzionato come lo
sono quasi tutti quelli della sua razza. I capelli neri e lucidi gli rica-
devano sulle spalle, meno due trecce trattenute in cima al capo.
Il viso era impiastricciato di nero e di rosso.
Indossava una specie di camiciotto azzurro cortissimo e 'mittas'
rossi, uno speciale tipo di pantaloni che arrivano a malapena a co-
prire la parte alta della coscia; ai piedi portava i mocassini. Un col-
tello gli pendeva al fianco, nella destra teneva una lunga carabina
e nella sinistra due uccelli appena uccisi.
Di primo acchito, la vista dell'Indiano ci riuscì sgradita.
Il luogo era poco adatto a parare un attacco: a destra, una foresta
di pini elevata a un'immensa altezza, a sinistra si apriva un profon-
do burrone e sul fondo scorreva un corso d'acqua che l'oscurità del
luogo ci impediva di vedere e verso il quale scendevamo alla cieca.
Imbracciare i fucili, voltarci di colpo e disporci sul sentiero di fron-
te all'Indiano fu affare di un attimo.
Anch'egli si fermò.
Per mezzo minuto regnò il più assoluto silenzio.
Il suo viso aveva le caratteristiche che distinguono la razza indiana
da tutte le altre. Negli occhi nerissimi brillava quel fuoco selvaggio
che sopravvive ancora nello sguardo dei meticci, ma che a poco a
poco va estinguendosi nella seconda o terza generazione di sangue
bianco.
Il naso era arcuato nel mezzo, lievemente schiacciato alla base, gli
zigomi assai sporgenti; la bocca molto larga lasciava intravedere due
file di denti di un candore abbagliante, prova evidente che il selvag-
gio, meglio abituato del suo vicino Americano, non trascorreva le
giornate a masticare tabacco.
Ho detto che nell'attimo nel quale ci eravamo voltati verso di lui
con le armi in mano, anche l'Indiano si era fermato. Si sottopose
al rapido esame della sua persona con assoluta impassibilità, lo
sguardo serio e immobile. Come si accorse che non vi era da par-
te nostra nessun senso di ostilità nei suoi confronti, si mise a sor-
ridere.
Per la prima volta potei osservare fino a che punto un'espressione
gioiosa poteva mutare radicalmente la fisionomia di questi selvag-
gi. In seguito potei constatarlo molte altre volte.
Il medesimo Indiano serio o sorridente sono due uomini comple-
tamente diversi. Nell'immobilità del primo domina una maestà sel-
vaggia che esprime un sentimento involontario di terrore. Appena
comincia a sorridere, il suo viso assume un'espressione d'ingenui-
tà e di cordialità che emana un autentico fascino.
Vedendo che il nostro uomo si era rasserenato gli rivolgemmo la
parola in inglese.
Ci lasciò parlare fino in fondo, poi ci fece cenno che capiva.
Gli offrimmo un po' d'acquavite che accettò senza esitazione e sen-
za ringraziamenti.
Sempre intendendoci a gesti gli chiedemmo un baratto, poi una
volta fatta conoscenza, lo salutammo con la mano e partimmo al
gran trotto.
Dopo un quarto d'ora di rapida marcia mi voltai e mi stupii di ve-
dere ancora l'Indiano dietro al mio cavallo.
Correva con l'agilità di un animale selvaggio, senza pronunciare
parola né affrettare l'andatura.
Ci fermammo e si fermò; ripartimmo e ripartì.
Ci lanciammo a tutta corsa: i nostri cavalli abituati al deserto su-
peravano ogni ostacolo.
L'Indiano raddoppiò la velocità della corsa.
Lo scorgevo ora a destra, ora a sinistra del mio cavallo saltare
le siepi ricadendo a terra senza rumore. Si sarebbe detto uno di
quei lupi del nord Europa che seguono i cavalieri nella speranza
che cadano da cavallo e possono essere divorati più facilmente.
La vista di quel personaggio immutabile che sembra volteggiare
al nostro fianco, ora scomparendo nell'oscurità della foresta, ora
ricomparendo in piena luce, stava diventando intollerabile.
Non riuscendo a capire che cosa spingesse quell'uomo a seguir-
ci d'un passo così precipitoso - forse da molto tempo prima che
lo scoprissimo - ci venne l'idea che volesse tenderci un'imbosca-
ta.
Eravamo immersi in questi pensieri, quando scorgemmo nel bo-
sco davanti a noi la canna di un'altra carabina......
(A. De Tocqueville, Viaggio negli Stati Uniti)
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