giuliano

domenica 9 aprile 2017

SEMPRE E SOLO UN SOL UOMO... (2)













































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Un sol uomo.... (da 2 ad.... 1)














Il potere totalitario oppressore è il suo Dio (con lui anche ex nazisti quanto comunisti); il modello che egli ha dell’ordine è la simmetria delle croci in un cimitero.
In tale simmetria si incasella, lui stesso, senza discutere: non può immaginare nulla di nuovo o di diverso. Il nuovo e il diverso lo spaventano. Devoto quanto un prete a sistemi già collaudati, divinizza i regolamenti e vi obbedisce nel modo in cui obbedisce ai banali canoni dell’eleganza: abito blu, camicia bianca, cravatta blu.
Il vero inquisitore è un uomo lugubre (2*). Filosoficamente è il vero fascista assommato al nazista, privo di colore che serve tutti i fascismi ( e ne diventa docile strumento), tutti i totalitarismi, tutti i regimi purché servano a mettere gli uomini in fila come croci in un cimitero.
Lo trovi ovunque vi sia un’ideologia, un principio assoluto, una dottrina che proibisca all’individuo di essere se stesso.
L’inquisitore si dichiara idealista ma odia gli ideali. Ha uffici in ogni contrada della Terra, capitoli in ogni volume di storia, ieri serviva i tribunali dell’Inquisizione cattolica (a caccia di cani!) e del terzo Reich, oggi serve la caccia alle streghe delle tirannie orientali e occidentali, di destra e di sinistra.
Egli è eterno, onnipresente, immortale….
E mai umano… Più bestia che uomo…
Forse si innamora, all’occorrenza piange e soffre come noi, forse ha un’anima. Ma, se ce l’ha giace dentro una tomba così profonda che per disseppellirla ci vorrebbe un bulldozer, o un trattore.
(Oriana Fallaci, Un Uomo)






(2*) Come durante il medioevo, gli inquisitori non frequentavano scuole particolari, ma imparavano il loro mestiere sul campo, talvolta iniziando la carriera in qualità di vicari, ma ciò non rappresentava una regola. Una volta eletti, veniva loro consegnata una patente da parte dalla Congregazione, raggiungevano la sede loro assegnata, pubblicavano in genere un editto di fede e iniziavano l’attività.
Nei primi quarant’anni di funzionamento del Sant’Uffizio romano gli inquisitori non godettero generalmente di effettiva autonomia giuridica, dato che nei casi finora studiati in modo sistematico i vescovi o i loro vicari influenzarono più di quanto avrebbero fatto dopo l’opera del tribunale. Sul piano economico e logistico, gli inquisitori all’inizio dipendevano dal convento che li ospitava e dagli ordinari, che fornivano i luoghi dove celebrare i processi, i cancellieri per redigere gli atti processuali, come pure i messi giurati e la polizia per  eseguire le citazioni, le perquisizioni e gli arresti. Ugualmente di proprietà vescovile o conventuale furono nei primi tempi le carceri, che cominciarono poi a essere costruite dagli inquisitori con i propri fondi.




Per tutta l’età moderna non mancarono i conflitti con le sedi conventuali, perché gli inquisitori (che a volte erano anche priori) suscitavano la gelosia degli altri frati del chiostro, occupavano locali spesso spaziosi e godevano di ampie eccezioni al rispetto della regola. Altri conflitti con i poteri civili vennero innescati dalla presenza di familiari e patentati. Solo con i papati di Pio V (1566-1572) e del successore Gregorio XIII (1572-1585) gli inquisitori iniziarono a godere di entrate proprie che, negli anni, portarono anche a una parità effettiva fra i due giudici di fede (ordinario e delegato) nell’attività giudiziaria. Pio V infatti dotò di una pensione perpetua almeno le sedi di Alessandria, Bergamo, Bologna, Brescia, Ceneda, Cremona, Faenza, Genova, Mantova, Milano, Novara, Parma, Pavia, Pisa, Vercelli, Verona. Gregorio XIII garantì delle entrate fisse derivanti da pensioni agli uffici di Belluno, Capodistria, Faenza, Padova e Rimini, mentre concesse dei benefici alle sedi di Alessandria, Asti, Bergamo, Firenze, Novara, Udine e Vicenza. Negli anni successivi il papato continuò ad assegnare sia pensioni sia benefici.
Alla fine del Cinquecento gli inquisitori locali erano finanziariamente autonomi, ma il tribunale continuò a essere composto e gestito da due giudici, l’inquisitore e l’ordinario, che decidevano assieme quali denunce dovevano trasformarsi in processi informativi, quali processi informativi in processi formali, decretavano il modo di condurre le cause, l’eventuale comminazione della tortura e stabilivano la sentenza con le relative pene.




Nei primi decenni di funzionamento del Sacro Tribunale gli inquisitori furono molto probabilmente mobili sul territorio della loro giurisdizione. Solo nel corso del primo Seicento pare che essi assumessero le funzioni prevalenti che il diritto assegnava loro nella repressione dell’eresia rispetto all’autorità dei vescovi, cominciarono a nominare dei propri vicari foranei nei paesi più importanti e a risiedere più stabilmente nella città principale del territorio loro assegnato.
Gli inquisitori non avevano obblighi procedurali se non quelli dovuti alla prassi e alle disposizioni inviate per lettera dalla Congregazione nei casi particolari: non esisteva infatti nessuna istruzione organica e neppure un manuale ufficialmente avallato, ma solo dei testi giuridici più o meno autorevoli e delle raccolte di ordini impartiti dalla Congregazione in seguito a richieste dei singoli inquisitori. Sui poteri, compiti e privilegi dell’inquisitore e sulle sue relazioni con il vescovo, i commissari del Sant’Uffizio, i superiori dell’Ordine, le autorità secolari, i propri vicari, consultori, notai ecc., danno indicazioni quasi tutti i manuali, come ad esempio quello di Cesare Carena nel Titulus quintus. ‘De apostolicis inquisitoribus’, dove in 112 paragrafi viene trattata sia l’Inquisizione romana sia quella spagnola.
Come risulta da studi fatti sulla documentazione archivistica, nella conduzione del processo formale i giudici della fede seguivano diversi modelli di interrogatorio: uno molto ridotto per i testimoni, normalmente uno semplice per gli imputati, inteso a verificare gli indizi già emersi, più raramente uno complesso e approfondito per gli imputati, con la proposta di nuovi argomenti. Nelle procedure sommarie, pare molto utilizzate nel Sei e Settecento, in teoria non ci dovrebbero essere state domande, se non per facilitare la confessione volontaria dell’imputato e fargli rivelare i complici.




Gli inquisitori locali comunicavano alla Congregazione, attraverso le lettere, i casi più rilevanti o difficili, e ricevevano da parte del cardinale segretario indicazioni e ordini stabiliti dai cardinali inquisitori e talvolta dal papa nelle sedute del mercoledì e del giovedì. Quanto funzionasse la centralizzazione dei controlli è un problema ancora discusso e in fase di revisione, perché in realtà ci sono ancora pochi studi sistematici condotti contemporaneamente sui processi e sulle lettere.
Gli inquisitori inoltre erano soggetti al controllo da parte della Congregazione non solo sul piano procedurale, ma anche su quello finanziario: dovevano infatti inviare ogni anno una relazione dello stato economico del loro ufficio, con tanto di inventario, comprendente i costi e i ricavi relativi all’anno solare precedente. Ci furono comunque degli sforzi da parte della Congregazione per omogeneizzare i comportamenti degli uffici periferici, in cui talvolta i giudici si macchiarono di abusi procedurali o di corruzione: nel 1578 per esempio fu inviata una importante lettera circolare, Ordini generali quali si devono osservare inviolabilmente da tutti l’inquisitori, ufficiali fiscali et notari nelle cause del Sant’Ufficio sotto pena della privatione degl’uffici et d’altre pene ad arbitrio dell’illustrissimi e reverendissimi signori cardinali generali inquisitori, in cui furono uniformate le spese processuali a carico del Sant’Uffizio periferico e quelle a carico degli imputati.




Nel 1611 fu inviata un’altra circolare contenente gli Ordini da osservarsi dagli inquisitori: si trattava di disposizioni concernenti i comportamenti che i giudici dovevano assumere nel periodo in cui ricoprivano l’incarico. L’ufficio non aveva una scadenza prefissata e gli inquisitori più meritevoli agli occhi di Roma potevano essere promossi in sedi più prestigiose, a capo di una diocesi, in incarichi di Curia, nella rete delle nunziature, nella stessa Congregazione.
Carriere particolarmente brillanti ebbero gli inquisitori di Malta. Vi furono anche figure di giudici della fede che ascesero fino al papato: il primo fu Marcello Cervini (Marcello II, 1555), ma i più famosi furono Gian Pietro Carafa (Paolo IV, 1555-1559), Michele Ghislieri (Pio V, 1566-1572) e Felice Peretti (Sisto V, 1585-1590).
In seguito una notevole parte dei papi provennero dalle file dell’Inquisizione o dell’Indice fino alla metà del Settecento, e in alcuni casi anche oltre: Urbano VII Castagna (1590), Innocenzo IX Facchinetti (1591), Paolo V Borghese (1605-1621), Innocenzo X Pamphili (1644-1655), Alessandro VII Chigi (1655-1667), Clemente X Altieri (1670-1676), Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691), Innocenzo XII Pignatelli (1691- 1700), Clemente XI Albani (1700-1721), Clemente XII Corsini (1730-1740), Clemente XIV Ganganelli (1769-1774), Pio VIII Castiglioni (1829-1830), Gregorio XVI Cappellari (1831-1846), Benedetto XVI Ratzinger, in precedenza prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (2005-vivente nel 2010).
Con l’abolizione delle tre Inquisizioni moderne alla fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento gli inquisitori locali scomparvero, eccetto che nello Stato pontificio, dove furono nominati fino al 1880 anche dopo il passaggio al Regno d’Italia. L’attività di controllo del dissenso religioso non fu generalmente ripresa dai vescovi, ma venne svolta per tutto il mondo cattolico dalla Congregazione del Sant’Uffizio, che assunse ufficialmente questo nome nel 1908 e venne riformata nel 1911. Alla fine del Concilio ecumenico Vaticano II, con il ‘motu proprio Integrae servandae’ di Paolo VI del 7 dicembre 1965, è stata trasformata nella Congregazione per la Dottrina della Fede, con propri scopi, procedure e strutture. La Congregazione comprende tre sezioni: dottrinale, disciplinare e matrimoniale, è diretta dal prefetto, coadiuvato dal segretario, dal sottosegretario e dal promotore di giustizia ed è attualmente costituita da 23 cardinali, arcivescovi e vescovi di 14 nazionalità, assistita da 33 consultori e fatta funzionare da 37 vari ufficiali stabili (nel 2009).

















giovedì 2 marzo 2017

PARTIMMO IN TRENO PER (RI)COMPORRE IL TEMPO (25)









































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Partimmo in Treno... (24)

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Ammirammo sora Natura... (26)













Quando la strada sale dolcemente su pendici aride pervase nell’estate avanzata dall’intenso aroma dell’elicrisio e si inoltra in breve in un giovane bosco artificiale di pino silvestre. Dalle svolte della rotabile, che si innalza progressivamente sul versante sud-orientale del Monte Sibilla, cominciano comunque ad aprirsi le visioni panoramiche che costituiranno la splendida costante dell’intera escursione. Superato il bosco di conifere, che appare composto da specie con sinecologia assai differenziata (pini, pecci, abeti, larici, ecc…) quasi a confermare l’empirismo che ha guidato l’opera stessa di ricostruzione del manto boschivo, si prosegue attraverso il versante denudato. Folte e splendide cortine fiorite di epilobio accompagnano nell’estate avanzata il primo tratto della rotabile mentre nelle esili frange di prato che si alternano al bosco si aprono, ispidi e luminosi i fiori di Carlina acaulis e quelli, grandi e dorati della rara Carlina utzka.
Qualsiasi divinità aleggi su questi orizzonti, essa è comunque vicinissima ed è facile intuire le ragioni profonde dei miti, delle leggende, del sacro e del profano che i Sibillini hanno ispirato e stimolato nell’animo umano. Ciò che rimane del leggendario antro della Sibilla è peraltro proprio qui, a pochi passi dalla vetta, sul versante sud ed appare d’obbligo una breve definizione alla ricerca di ulteriori emozioni.




Area sommitale del Monte Sibilla non offre però soltanto stupendi orizzonti azzurri: essa è infatti zona di particolare interesse floristico come del resto l’intera dorsale ovest, che congiunge la vetta con la successiva Cima Vallelunga (m. 2221). Vi sono rappresentate le tipiche associazioni vegetali erbacee del pascolo alto-appeninico, con formazione aperte a Sesleria tenuifolia sui versanti più scoscesi, formazioni chiuse a Festuca ovina e Brachypodium nei tratti meno acclivi e formazioni discontinue e gradonate a Festuca dimorpha lungo le pendici detritiche. Nei piccoli avvallamenti di cresta crescono, sparsi, i ginepri prostrati e sono proprio le fronde di questi stessi a proteggere i piccoli arbusti dell’uva ursina, prezioso relitto floristico assai raro nei Sibillini.
Sulla calotta erbosa di vetta, nell’estate, si osservano le fioriture di Myosotis alpestris di Renunculus alpestris, della splendida Gentiana dinarica e della delicata Viola eugeniae. Lungo la cresta ovest, infine, tra roccette e lembi di prato sono frequenti Pulsatilla millefoliata, Edraianthus graminifolius e il grazioso Aster alpinus, oltre ovviamente alle rupestri sassifraghe, tra cui Saxifraga pani culata e le endemiche Saxifraga porophylla.
Lo stesso ecosistema d’alta montagna, che permette la vita di tutte queste reliquie, ospita anche una fauna più comune ma non meno interessante, che si diversifica in relazione alle caratteristiche ambientali.




Ambiente dalle pareti rocciose e dai bastioni calcarei: il Gracchio corallino, un bel corvide dal volo agilissimo, nero carbone con becco e zampe coralline, abbastanza raro, abita, con una numerosa colonia, le pareti di Palazzo Borghese; Scoglio del Lago, Quarto S. Lorenzo, Sasso Borghese ospitano il Picchio Muraiolo, dagli smaglianti colori; il Rondone e il grande Rondone alpino sono abbastanza frequenti, il Gheppio è presente con diverse coppie nidificanti su varie pareti; l’Aquila reale è un elemento caratteristico del gruppo del Vettore; ambiente dei pascoli e dei ghiaioni il Fringuello alpino dal bel piumaggio bianco e nero è relativamente frequente sia sul Vettore che sull’Argentella, in piccoli gruppi o in coppie; lo Spioncello, l’Allodola e il Prispolone, sono uccelli di terra relativamente comuni; il Culbianco e il Codirosso spazzacamino frequentano i luoghi sassosi; la Quaglia nidifica su Pian delle Cavalle, ed in altre aree con pascoli rigogliosi la Lepre, la Volpe, la Donnola, sono relativamente abbondanti in tutto il gruppo; la Donnola di queste montagne, in inverno, assume colore parzialmente o completamente bianco; per il bene della sua specie non parliamo troppo del Lupo appeninico…






COME CINQUE UOMINI ENTRARONO

                    NELLA CAVERNA



Non saprei che altro dire delle cose e meraviglie che vi sono. Io infatti, non andai più avanti, né il mio scopo principale era di occuparmene. D’altronde, se anche avessi voluto, non sarebbe stato possibile senza mio grave pericolo. Perciò, in verità, non saprei più che dirne, tranne solo che vi andai con il dottore del paese chiamato signor Giovanni di Sora che mi guidava, e con le persone del paese di Montemonaco che ci accompagnarono fin lassù senza fare altro.
Essi udirono contemporaneamente a me una voce gridante a somiglianza del pavone, che sembrava venire da lontano. La gente che era con me diceva che era una voce del paradiso della Sibilla.  Ma io non vi credetti: ritenni che fossero i miei cavalli che stavano ai piedi del monte, benché fossero molto in basso e lontani da me. Né altro vidi oso tranne soltanto che quanto le persone del luogo e del paese suddetto me ne raccontarono.
Alcuni se ne ridono e altri ci credono fermamente in base alle antiche storie del popolino, e ora anche per il racconto dei cinque uomini del detto paese di Montemonaco che si spinsero più avanti degli altri in quel tempo. Io parlai con due di essi, i quali mi raccontarono che in cinque, narrandosi in buona compagnia le avventure intorno alla grotta, tutti d’accordo stabilirono di andare fino alle porte di metallo che battono giorno e notte come dirò poi. Si fornirono essi di corde grosse e piccole, lunghe seimila tese, che legarono all’ingresso per ritrovare il cammino; portarono anche lanterne, pietre focaie e acciarini, viveri per cinque giorni e altri oggetti necessari poi vi entrarono.  
Dicono che la parte anteriore della grotta è stretta per circa un buon tratto di balestra; dopo è abbastanza larga per andare agevolmente l’uno appresso all’altro, e in qualche punto anche in due o tre. Si avanzarono per questa parte larga della grotta sempre discendendo secondo loro almeno tre miglia. Allora trovarono una fenditura attraversante la grotta, da cui usciva un vento così orrido e strano che non vi fu chi osasse fare ancora un passo o mezzo passo: perché appena essi si avvicinavano,pareva che il vento li trascinasse via.
Ebbero tale paura che deliberarono di tornare indietro lasciando sul posto la maggior parte di quello che avevano portato. Si erano dedicati a tale impresa così come suggerisce spesso la giovinezza alle persone oziose.






DON ANTONIO FUMATO E I

            DUE TEDESCHI



In quella caverna vi sono molte cose strane e meravigliose secondo quanto comunemente dicono gli abitanti per quanto sian cose che non possono testimoniarsi con evidenza. Oltre ciò che ho fin qui detto, mi fu ancora narrato da ecclesiastici e da altri,che nel detto castello di Montemonaco, c’era un prete chiamato don Antonio Fumato, il quale era un poco strano e malato di mente. A causa della sua malattia andava in molti luoghi dicendo cose strane, così come sogliono fare le persone malate di tale malattia e di poco buon senso. Egli però parlava ed agiva senza far male ad alcuno.  
Questo prete ha più volte detto e assicurato senza mutamenti, che è andato fino alle porte di metallo che giorno e notte battono senza posa aprendosi e chiudendosi.
Ma poiché costui dava ogni tanto segni di pazzia come ho detto, pochi gli credevano. Dicesi che quel prete narrasse di aver ivi condotti due tedeschi che entrarono nel regno della Sibilla per le porte di metallo.






     COME IL CAVALIERE E IL

             SUO SCUDIERO….



La gente del paese di Montemonaco racconta che è vero che detto cavaliere e il suo servitore entrarono nella grotta. Essi narrarono che quando giunsero nella piazzetta che è dopo le porte di metallo, videro un’altra bellissima e ricca porta risplendente al lume che portavano; e similmente videro risplendere la caverna come se tutta fosse di cristallo. Dopo aver molto bene osservato ogni cosa, ascoltarono a lungo, ma senza mai sentir nulla. Per la qual cosa rimasero molto meravigliati; perché prima, quando erano davanti alle porte di metallo, essi udirono grandissimo rumore e mormorio di gente, ora che erano dentro, non sentivano più il minimo rumore.
Il cavaliere vi dimorò così per lo spazio di 300 giorni, dei quali ben teneva il conto. Egli così conobbe di aver tanto grandemente mancato verso il Creatore, sia per tante cose mondane che aveva fatto contro il suo volere e contro i suoi comandamenti, sia, specialmente, per l’orribile peccato in cui viveva; a cagione del quale lo aveva completamente dimenticato per lo spazio di 300 giorni, trascorsi in compagnia del DEMONIO; in quanto egli ben s’accorse che lì era veramente il DEMONIO.






  COME IL CAVALIERE E IL

 SUO CUDIERO ANDARONO…



Dopo aver narrato per esteso come egli avesse disobbedito al suo Creatore per le grandi (E)delizie e piaceri mondani goduti per lo spazio di 330 giorni, il papa rimase corrucciato e dolente, pur essendo molto contento, d’altra parte, di vederlo così pentito. Sul momento non volle né perdonarlo né assolverlo. Quindi assai rudemente, come uomo perduto, lo scacciò dalla sua presenza. E ciò, non perché non volesse o potesse perdonarlo, ma per far conoscere a tutti il gravissimo peccato in cui egli era per tanto tempo rimasto tra i vani piaceri di quella regina Sibilla, e perché nessuno avesse speranza d’ottenere facile perdono.
Il cavaliere se ne partì così sconfortato che nessuno poté nascondere la pietà al vederlo e udirlo. Nei suoi pietosi lamenti egli malediceva la sua dolcissima vita. Vi fu allora un cardinale che n’ebbe pietà, lo fece venire in sua presenza, lo confortò nel miglior modo possibile, lo distolse dalla disperazione, e gli fece sperare di ottenergli il perdono. Ne fece, infatti, ripetute richieste al papa; ma questi fingeva di negarlo, affinché ciascuno prendesse esempio e lasciasse la speranza di una facile grazia.
Il cavaliere che era tanto pentito da esser pronto a sopportare qualsiasi pena pur di ottenere il perdono, andava e veniva spesso dai cardinali, dai prelati e da altre personalità. Ma il diavolo che è astuto, e giorno e notte non smette di fuorviare gli amici di Dio, mise nel cuore dello scudiero una tale brama di ritornare, che non passava un’ora senza desiderare e rimpiangere i grandi piaceri che aveva lasciato.
Si lamentava di giorno e di notte e tanto insistette, che fece annoiare il cavaliere per il gran ritardo del suo perdono. Tuttavia egli avrebbe ancora pazientato, se lo scudiero, per tentazione del demonio, non l’avesse una volta convinto, e le altre volte persuaso, a ritornare nella grotta. Per riuscire al suo scopo, lo scudiero si presentò al cavaliere correndo con grande finzione, e dicendo, come se l’inseguissero: “Ah! Signore, per carità, salviamoci! Ho incontrato poco fa molti vostri amici, il tale e il tale, che vi cercano per avvertirvi che il papa ha fatto il processo e che ci fa cercare per farci morire….



Epilogo….



(Mediti il cavaliere quanto il suo scudiere giacché il Papa non solo nel peccato udito ma accompagnato da altro e retto pensiero che pur non giudica che per se stesso lasciando al Tempo di poter maturare consono perdono ma sempre e quantunque alla Natura avverso…)















mercoledì 22 febbraio 2017

......INCONTRAI MADONNA SAPIENZA (22)




















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Progetti: Nel mezzo del cammin di nostra vita...(21)

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Ma te! Che pur vedi... (23)














Ecco dunque un poeta appartenente a questo gruppo, che parla della sua donna proprio con la fraseologia stilizzata della moda del tempo, benché in metro insolito, che è condotto a lei da Amore personificato, che impallidisce dinanzi a lei, che la trova in una corte, che la chiama ‘donna di valore’, che la può amare soltanto perché ha ‘il cuor gentile’, che sente i suoi spiriti immobilizzati davanti a lei mentre Amore lo conforta e gli dà speranza; un poeta che dice che questa donna ha delle compagne (si ricordi che esse sono assise in sette gradi), che essa ‘ha tali sembianti... che la fanno laudar sovente intorno’ (Ella sen va sentendosi laudare), che essa ‘tragge l’anima di guerra’ e simili cose che sono le stesse dette sempre per le altre donne, e questo poeta ci confessa chiaramente che questa donna non è niente affatto una donna ma è ‘l’amorosa Madonna Intelligenza’, nella quale è impossibile non riconoscere proprio quella Sapienza di platonica e salomonica memoria che si immedesima, come vedremo, con l’Intelletto attivo e che perciò rappresenta il raggio dell’intelletto divino disceso all’uomo, il vero legame tra Dio e l’uomo, che conduce l’uomo a Dio.
Ho osservato innanzi che, per disgrazia degli interpreti realistici, proprio quella donna della quale pretendono di conoscere il cognome è raffigurata indiscutibilmente come la Sapienza santa portata da Cristo: osservo ora che proprio questa Intelligenza, che è così indiscutibilmente ed esclusivamente ‘lʹamorosa Madonna Intelligenza’, è fra tutte queste donne quella che è dipinta con maggiori particolari realistici nella sua figura fisica!




Curve percorse da luce intorno ad un centro scuro…
Poi passeggiata in una caverna, dove si svolge l’eterno conflitto tra Bene e Male (l’Eretico conflitto cui assoggettato il mio Tempo cui il ‘passo’ tradotto non è solo visione, o ancor peggio, confusa condizione o depressione di un terreno poco studiato in italico suolo solcato, bensì ricomporre Luce e Tempo di un Creato per sempre attraversato, sia esso, con Anima Ragione ed Intelletto, sia esso, esiliato con Straniero passo smarrito chi dalla materia fuggito per più nobile e elevata certezza e consistenza, cercando e scoprendo l’orrenda umana condizione nel baratro profondo di un Abisso senza alcun Dio… Non dimorare fondamento pur nell’inganno della solida crosta, strato studiato ammirato e pregato… Evoluto fino alla forma raccolta sognata ed intuita, matematica o mandala sigilli di un più vasto ed invisibile Universo ammirato…).




Vi è però anche un Re Apostata che sa tutto…
Questi regala al sognatore un anello con diamante al quarto dito della mano sinistra. La circolazione della Luce denota sempre la coscienza, che corre dunque per il momento lungo la circonferenza. Il centro è ancora scuro. E’ la caverna scura, l’accesso alla quale riscatena evidentemente il conflitto. Al tempo stesso è come il principe, che sta sopra tutto e sa tutto, e che è il proprietario (ed artefice, aggiungo…) della Pietra preziosa. Il dono significa dunque che il ‘sognatore’ (oppure nel nostro caso… il Viaggiatore) si vota al Sé: è all’anulare della mano sinistra che si porta di regola l’anello nuziale.
E’ vero però che la sinistra denota l’inconscio, e da ciò si potrebbe dedurre che la situazione è ancora dominata in misura preponderante dall’incoscienza (o nel nostro caso: all’opposto dalla retta e solida coscienza…). Il principe sembra essere il rappresentante dell’‘enigma regis’.  La caverna scura corrisponde al vaso che contiene gli opposti in conflitto. Il Sé si manifesta negli opposti e nel loro conflitto; è una ‘coincidentia oppositorum’.  E quindi la via che porta al Sé è, a tutta prima, un conflitto…





La mia donna fu immediata cagione di certe parole che nel sonetto, siccome appare a chi le intende

…Il poeta stabilì su di ciò una distinta teoria, per bocca di quel suo Stazio Tolosano ch’egli introdusse nel mondo delle anime ad esporre il mistero della generazione umana (Mistero veramente, poiché quella ch’ivi a lungo espone non è teoria Fisica ma bensì Allegorica, la quale sulla Fisica è da lui appoggiata); ed ecco breve ciò che insegna…
Un così detto ‘sangue perfetto’ prende nel cuor del generante (fonte del sangue, o lago del cuore) virtù informativa a tutte membra umane; in guisa che la virtù attiva di tal ‘sangue perfetto’ comincia tosto ad operar dov’è scesa, ed opera tanto ch’è ‘Anima fatta la virtute attiva’.
Dapprima è solo ‘Anima vegetale’, ma poi a questa si aggiunge la Sensitiva, ed in fine la Razionale. Per la prima l’uomo somiglia alle piante, e per la seconda agli animali, ma per la terza ha la sua caratteristica distintiva e propria, la quale è infusa così.




Quando il ‘motor primo’ spira in lui ‘Spirito nuovo di virtù repleto’, un tale Spirito nuovo tira in sua sostanza ciò che ivi trova, talché delle tre Anime fassi un’Alma sola, la qual vive per la vegetale, sente per l’animale, e sé in sé rigira la Razionale. Nel punto poi che l’uomo muore, un tale ‘Spirito nuovo solvesi dalla carne’, e porta seco l’umano e’l divino, con tutte tre le potenze, ‘Memoria, Intelligenza e Volontate,/ In atto molto più che prima acute/’.
Ed è da notare che queste tre potenze, le quali nello Spirito sciolto dalla carne divengono molto più che prima acute, corrispondono alle tre Anime di sopra espresse; quella che vive risponde alla Memoria, quella che sente risponde alla Volontà, quella che sé in sé rigira, cioè riflette, risponde alla Intelligenza. Or dunque se da lui udiamo che quando ei fissò gli occhi nella sua donna sentì un tremor così forte dalla sinistra parte ov’è il cuore, che quel tremore ‘gli fè dai polsi l’Anima partire’, noi cominciamo a capire che cosa ei vuole significare. E meglio lo intenderemo per altre sue parole, con le quali commenta il primo verso della seconda canzone del Convito, in cui ad Anima sostituisce il sinonimo Mente.




‘Amor che nella Mente mi ragiona’.
Questa donna spiritualmente ‘fatta era colla mia Anima una cosa sola’. Lo loco nel qual dico esso Amore ragionare si è la Mente; e però è da vedere che questa Mente propriamente significa. Dico adunque che il Filosofo Aristotele nel secondo dell’Anima, partendo le potenze di quella, dice che l’Anima principalmente ha tre potenze, cioè vivere, sentire e ragionare. L’altre potenze tutte quante mute, Memoria, Intelligenza e Volontate.
E secondo che esso dice, è manifestassimo che queste potenzie sono intra sé per modo che l’una è fondamento dell’altra; e quella ch’è fondamento puote per sé essere partita; ma l’altra che si fonda sopr’essa non può da quella essere partita.
Onde la potenzia vegetale, per la qual si vive, è fondamento sopra la quale si sente; e questa vegetativa potenzia per sé può essere Anima, siccome vedemmo nelle piante tutte. La sensitiva senza quella esser non può: non si trova alcuna cosa che senta che non viva. E questa sensitiva è fondamento della intellettiva, cioè della Ragione; e però nelle cose animate mortali la Ragione potenzia senza la Sensitiva non si trova; ma la Sensitiva si trova senza queste, siccome nelle bestie.




E quell’Anima che tutte queste potenzie comprende è perfettissima di tutte le altre. E l’Anima umana la qual è colla nobiltà della potenzia ultima, cioè Ragione, partecipa della Divina Natura, a guisa di sempiterna intelligenza; perciocché l’Anima è tanto in quella sovrana potenzia nobilitata e denudata da materia che la Divina luce, come in Angiolo, raggia in quella.
Perché è manifesto che per la Mente s’intende quest’ultima e mobilissima parte dell’anima. Onde si puote ormai vedere che è Mente, che è quel fine e preziosissima parte dell’Anima che è Deitade. E questo è il luogo dove dico che Amore mi ragiona della mia donna. Non senza cagione dico che Amore nella Mente mia fa la sua operazione, ma ragionevolmente ciò si dice a dare ad intendere qual Amor è questo, per lo loco nel quale adopera.
Da quanto qui udimmo risulta chiarissimo ch’ei considera l’Anima così tripartita, Vivente, Senziente, Razionale.




Pone la prima tutta sola, perché per se può esser Anima; e questa corrisponde alla Memoria.
Pone la seconda unita alla prima, perché senza quella essere non può; e questa corrisponde alla Volontà.
Pone la terza unita alle altre, perché tutte le comprende; e questa corrisponde all’Intelletto; e aggiunge nel capitolo seguente che quest’Anima pensando, vera umana e meglio angelica, ei quasi parea di fuori alienato.
Or avendoci egli detto di aver fatto due parti di sé, chiamate Cuore ed Anima, o Appetito e Ragione, o Volere e Intelligenza, sicurissimo diviene ch’egli ha diviso l’Anima senziente e l’Anima razionale…
Quest’ultima è appunto quella di cui si finse amante, detta da lui donna gentile, e da lui stesso così definita. ‘Per donna gentile s’intende la nobil Anima d’ingegno, libera nella sua potestà ch’è la Ragione’.




…Ei considerò la sua donna gentile o la sua nobil Anima (che sono la medesima cosa) astrattamente, da che nacque tutta la sua ‘metafisica’ fantasmagoria che si riduce a ciò: ‘Con la Mente o Anima fuori di Sé tratta, ei considerò la sua Anima o Mente fuori di Sé posta, talché vedeva la Razionale guardar la Senziente, e questa quella, ed ei v’era per terzo a compiere il numero, poiché figurava la Vivente, che per Sé può esser Anima; onde pose le due prime in due camere, e la terza in una parte, perché era partita o divisa dalle altre. E siccome quelle due prime eran le sue, così si guardavano fra loro con gli occhi suoi, posti fuori degli strumenti loro. Per tal modo la Mente nel guardar la sua Mente, Sé in Sé rigira…’.
Questo sì ch’è arzigogolo, e proprio coi fiocchi!
…E quando apparisce la bellezza degli occhi suoi a lei, che altro è a dire se non che l’Anima filosofante non solamente contempla la Verità, ma anche contempla il suo contemplare medesimo (Ond’ ei mirava un’Anima sua guardare nell’altra Anima sua, ossia contemplava il suo contemplare medesimo) e la bellezza di quella Verità, rivolgendosi sopra se stessa (e Sé in Sé rigira), e di Sé stessa innamorata per la bellezza del primo suo guardare.
L’Anima umana vuole a Dio essere unita, per lo suo essere fortificare… E quest’unire è quello che noi nominiamo Amore, per lo quale si può conoscere qual è dentro l’Anima, veggendo di fuori quello che ama quest’Amore, cioè l’unimento della mia Anima con questa gentil donna, nella quale della Divina luce assai mi si mostrava…