giuliano

lunedì 13 dicembre 2021

I PIONIERI (8)

 
























Precedenti ascensioni....:


con la Sibilla (6/7)


Prosegue con i...:


Pionieri  [8/9]  &  (10)









A tale proposito Quintino Sella percorrendo le valli dell’Appennino Fabrianese, insieme coi più illustri componenti della Società Geologica, volgendosi a me, che fungevo da guida, mi disse: “Si ricordi, lei che è giovane ed alpinista, di andare spesso ad attingere la calma dell’animo e l’energia al lavoro sulle montagne, ma si ricordi pure che così facendo, contrae degli obblighi con i suoi monti, che le danno tanti conforti, e la mantengono in fertile e buona salute”.




Sta questo povero villaggio di montagna, come sperso, in un vasto altipiano, che s’eleva a 925 metri sul mare; per quanto lo sguardo può spaziare all’intorno, non un albero, non un cespuglio, non il verde dei monti dopo le prime piogge d’estate. Con una specie di stupida curiosità domandai ad un gruppo d’uomini che stavano tracannando una bibita più acerba del sidro, che chiamavano vino, dove andassero a prender legna per scaldarsi l’inverno. Un di essi, senza rispondermi, con la mano m’accennò il monte di rimpetto; al che avendo io soggiunto con un atto di meraviglia (perché su quel monte non si vedeva neppure un arbusto), un altro più cortese, mi spiegò come andassero nell’altro versante a fare le provviste pel fuoco.

 

Ora è da sapere che da Cupi, per valicare il monte in parola, c’è da salire almeno 700 metri, e poi da discenderne circa 500 per arrivare ai primi boschi, nei quali, a rigore, quei montanari neppure avrebbero diritto di andare per legna. E questo, in più o meno tristi condizioni, è un fatto che si ripete per la maggior parte dei meschini paeselli di queste montagne.

 

Ma come, si domanderà, un tanto e così generale sterminio di boschi in una regione che doveva esserne fornita a dovizia, che era lontana da centri di consumo e affatto mancante d’un sistema stradale che avesse potuto permettere una considerevole esportazione?




È da molto tempo che vastissime selve furono bruciate, per ritrarre, dal terreno rimasto libero dagli alberi secolari, un qualche reddito, non potendone ricavare alcuno dal bosco che era in proporzioni tanto eccedenti i bisogni locali; né io credo che questo fatto, riportato ad epoche abbastanza remote, sia così riprovevole come oggi può sembrare, giacché non si può ammettere che debbano mantenersi in piedi vastissime selve da cui non si ritrae alcun frutto, quando dall’atterramento di esse non si prevedano danni, e se ne sperino anzi sicuri vantaggi.

 

Però il male non è qui, ma nel fatto che questo mezzo, non condannabile in tempi tanto diversi da quelli che corrono, e quando i boschi in realtà coprivano più degli otto decimi del terreno in montagna, si è proseguito a praticare in epoche successive, come se fosse unico scopo della civiltà progrediente la completa distruzione dei boschi. Non manca secondo alcuni qualche ragione a difesa di questo infame sistema, ma a me sembra, se può usarsi l’espressione, che queste siano ragioni sragionevoli.  




Essi dicono, i boschi lontani da strade e da luoghi di consumo, non avevano alcun valore, e l’unico modo di averne un profitto era quello di far sì che l’area da essi occupata divenisse atta alla pastorizia ed alla coltivazione; e proseguono osservando che la comunità se ne avvantaggia pel reddito di nuovi canoni su questi terreni, e che se ne giova l’interesse privato a cui si dà agio ad un più esteso lavoro.

 

Ma non s’accorgono costoro che tale ragionamento non vale se non dentro certi limiti, di là dai quali conduce alla completa rovina dei monti.

 

Così, parte per ignoranza, parte per insensata avidità di guadagno, col ferro e col fuoco, ma più con questo che con quello, furono distrutte le selve delle pendici più alte dei Sibillini. Nei boschi che rimasero più in basso, e vicini all’abitato, il taglio saltuario ed intempestivo, unito al pascolo vago, compirono l’opera, così che, presentemente, è una vera eccezione se s’incontra, su tutto questo importantissimo gruppo dell’Appennino centrale, qualche tratto di terreno coperto d’alberi d’alto fusto. Nei luoghi dove i boschi mancano da lungo tempo, i popolani credono che non siano mai esistiti, e sorridono ironicamente, a chi si faccia a dir loro che sarebbe possibile di ricostituirli.




Così avvenne anche a me più d’una volta, ma a Castelluccio trovai uno, che mi ascoltò con grande attenzione, e mostrò convincersi delle mie ragioni al punto, da promettermi, che in via di esperimento, avrebbe sparsi in più di un luogo semi di varie essenze. Dove poi i boschi sono deperiti recentemente, e non mancano del tutto le ceppaie, anche quei montanari credono che possano riprodursi presto, e non osteggiano le disposizioni della legge forestale.

 

Sembra un paradosso, ed è un fatto, che la maggior opposizione all’applicazione delle norme pel mantenimento e miglioramento dei boschi, venga fatta da persone che appartengono alla più elevata classe sociale, e che si faccia invocando i diritti della proprietà.

 

Molteplici e varie sono le ragioni che si mettono in campo per sostenere questi pretesi conculcati diritti, ma io trovo che si riducano principalmente a due, cioè il diretto particolare interesse in alcuni, ed in altri la mania ambiziosa, che li fa accorrere dovunque c’è da buscarsi a buon mercato la desiata aura di popolarità. E inutile dire, che al solito, nell’uno o nell’altro caso, il popolo, a favore del quale si parla, è quello che, presto o tardi, paga le conseguenze dell’intrigo a cui ha servito di pretesto, mentre i suoi difensori si sono già, sul momento, rifatti delle spese.




 Invero, o essi riescono ad aver ragione o non vi riescono; nel primo caso, novantanove volte su cento, viene menomata e rimossa una disposizione che sarebbe stata utilissima in epoca non lontana a coloro che vi reclamavano contro; nel secondo caso, facilmente si comprende quanto l’influenza o l’intrigo di persone che abusano del loro nome, e della loro posizione sociale, rechi intoppo agli agenti della legge per la libera applicazione della medesima.

 

Per ora sui Monti Sibillini (non essendosi neppur potuto parlare di sistemazioni di acque e di rimboscamenti) l’unico mezzo efficace che è stato possibile di effettuare per la protezione dei boschi, è quello del vincolo. Nel criterio quindi dell’applicazione di esso, si basa tutta l’azione delle competenti autorità forestali.

 

Io, nel visitare questi monti, prendendo i necessari appunti, e facendo all’uopo ripetute interrogazioni, constatai che il Comitato Forestale non ha di certo gravato la mano, e che i montanari, al contrario di quello che ne sbraitano i loro pretesi difensori, già riconoscono i vantaggi delle provvide disposizione della legge, e, più che sottomettervisi, oramai le invocano.




Infatti adesso i più, sono convinti, per ripetuti e punto confortevoli esempi, che, qualora alcuni terreni sottoposti al vincolo si fossero per altro tempo concessi al lavoro, in un brevissimo giro di anni sarebbero, per vero dire, perpetuamente vincolati, perché ridotti a nuda roccia. Ma potrebbe osservarsi che, mentre io faccio un gran parlare dei boschi, abbia dimenticato affatto che la produzione maggiore di questi monti si ha dalla pastorizia, e che l’agricoltura, o almeno la produzione del frumento, in alcune valli ed altipiani, ha la sua importanza.

 

Innanzi tutto, parmi che farei troppo grave torto ai lettori se mi mettessi a spiegare la stretta connessione che hanno i pascoli principalmente, e le terre coltivate in montagna, con il benessere o l’abbandono dei boschi. Non solo negli attuali progetti di rimboscamento predomina tale criterio, ma i fatti stanno a provare, dovunque rimboscamenti furono eseguiti, come zone di terreno divenute quasi sterili si ridussero pascoli ubertosi, quando i boschi furono ricostituiti, mentre al contrario pascoli ubertosissimi isterilirono quasi, dopo la distruzione dei boschi. Cosicché si viene a questo che, come un giorno per aumentare la superficie del pascolo furono bruciati i boschi, ora, per aumentarla di nuovo, bisogna ripiantare i boschi.




Ma, a parte tutto ciò, che è d’indole universale e notissimo, io farò osservare che non sarebbe mai giustificata la distruzione dei boschi, che rappresenta un grande sperpero di capitale, e di quel capitale che meglio di ogni altro è alla portata delle popolazioni montane.

 

Poi non è da illudersi al punto da credere che, se la pastorizia è fonte di cospicui redditi ad alcuni arricchiti proprietari, e di sufficienti risorse ad altri, sia veramente origine di prosperità generale. Infatti la pastorizia, come è adesso organizzata, non dà un reddito efficace che al proprietario della masseria, mentre i pastori vi campano a stento la vita.

 

E si prenda nota che qui dico a stento, non per modo di dire, ma per ver dire!

 

La fatica materiale a cui sono soggetti i pastori non è molta, ma la vita che fanno è tale, da rendere la loro esistenza penosa quant’altra mai, e da deprimerne innanzi tempo le forze, ed avvilirne il carattere. Nei sei o sette mesi che passano nelle poco salubri pianure dell’Agro Romano, per unico ricovero hanno una primitiva capanna, dove dormono in molti, senza mai spogliarsi, su d’una specie di duri giacigli che chiamano rapazzole; negli altri mesi, compreso il tempo del viaggio, che è almeno di 12 o 15 giorni all’andata, e d’altrettanti al ritorno, stanno sempre all’aperto, non avendo altro riparo dallo intemperie , che le loro pellicce di pelle di capra.




Il cibo, d’estate o d’inverno, in montagna od a maremma è sempre lo stesso; pane, olio, sale, che loro vengono dati dai padroni; il salario annuo, con cui debbono provvedere a vestirsi e a tutti gli altri bisogni non supera in media le lire 150; se volessi completare queste note, dovrei aggiungervi come vengano negati a questi infelici tutti i conforti della famiglia, i benefizi del vivere sociale, e tante altre cose, che dovrebbero non ignorare certi demagoghi non da strapazzo, ma che pensano solo alla plebaglia delle città che li acclama nelle dimostrazioni e nei meeting.

 

Che dimostrazione, che meeting farebbero i pastori di Visso, se avessero la piena coscienza del loro stato, del tempo in cui vivono, lo lascio considerare al lettore benigno. Ma non è di questo che qui devo e voglio occuparmi; dirò piuttosto che dalla pastorizia, i paesi di montagna, come Visso, non hanno neppure certi benefici indiretti, che sembrerebbero inerenti alla medesima, come per esempio, il commercio e la vendita del formaggio e delle lane. Infatti le pecore si fondono nelle maremme molto prima della loro partenza per i monti, ed anche la maggior produzione del formaggio si ha nel tempo che la masseria soggiorna nell’Agro Romano, essendo ché, pel principio di inverno, le pecore hanno già tutte partorito e così, quando tornano sui monti, sono già più di sei mesi che danno latte.




 Dell’agricoltura sul gruppo dei Sibillini ho da dire assai poco, restringendosi questa alla coltura del frumento e delle patate, non potendosi tener conto di altre coltivazioni. In alcuni luoghi, che rappresentano nell’insieme tratti considerevolissimi di superficie, il re dei cereali si coltiva in pura perdita; non è così però d’altre e più vaste estensioni, come sugli avvallamenti del Monte Cardosa, sull’altipiano di Cupi, e specialmente sull’ampio e fertile bacino del Castelluccio, dove la produzione sale ad otto e nove ettolitri per ettaro, sebbene a circa 1400 metri sul livello del mare e con lavori assai primitivi.

 

L’orzo e le patate danno relativamente un discreto prodotto; il primo per lo più lo vendono o lo cambiano col granturco, le seconde servono direttamente all’alimentazione. Ma ì prodotti dell’agricoltura locale non sarebbero certo sufficienti a sfamare anche miseramente i montanari, se non emigrassero per sei o sette mesi dell’anno, a procacciarsi da vivere, per lo più nell’Agro Romano.

 

Però non credo inopportuno, dopo aver detto alla meglio delle condizioni attuali del gruppo dei Sibillini, di accennare ad alcune idee che mi si presentarono alla mente sul luogo.

 

Quantunque io non creda che il periodo, per così dire, eroico dell’alpinismo sia finito, perché molte vette vi sono ancora da conquistare, molte ascensioni da compiere per vie ancora inesplorate; nondimeno penso che oramai vi sono molti altri modi di rendersi benemeriti dell’alpinismo, tanto più che parmi di sentirne la parodia, leggendo certe descrizioni, che ad ogni passo narrano di salite difficili, di precipizi e pericoli di tutte le specie, e si riferiscono a montagne sulla vetta delle quali stanno per sei mesi gregge e pastori, e vi si arriva, volendo, col mulo *.




Apriamo breve grado di parentela…

 

[* Infatti per i tipi dell’Eroica neve, uscirà fra giorni la seconda edizione de La montagna presa in giro di Giuseppe Mazzotti, il quale, in questa sede, specifichiamo non esser parente del Mazzetti di Milano, cugino del bresciano; e quindi ciò detto, per gentile concessione di Giuliano, siamo in grado di offrire ai lettori uno dei capitoli del nuovo lavoro, contenuto nella parte IV Alpinismo acrobatico, ovvero, L’Ascesa dell’Anima! Si tratta di una satira della moderna tendenza dell’arrampicamento sociale verso l’Anima altrui e delle varie epiche difficoltà.

 

La montagna interessa soltanto per le difficoltà che permette di superare. È tanto più bella quanto più si avvicina all’estremo limite delle difficoltà, stabilito con precisione scientifica da moderni poderosi trattati. Esistono tabelle scalari che appagano i gusti metodici e polverosi dei rigattieri e degli archivisti d’ogni bellezza e d’ogni emozione. La scienza, catalogando il catalogabile, vorrebbe fermare, entro formule matematiche, sensazioni soggettive, quali sono le emozioni del rischio e la valutazione delle difficoltà, variabili di per sé, e per lo stesso individuo; tanto più quando entrino in gioco variazioni atmosferiche e particolari condizioni fisiche e morali dell’arrampicatore. Vi sono scale estere e scale nazionali. Le estere stanno ottenendo un primato spiegabile solo con la loro severità e precisione, in evidente contrasto con la più generosa valutazione della difficoltà fatta da certe scale italiane. Dimodoché è facile che partigiani de l’una o dell’altra scala, di ritorno da una arrampicata, trovino modo di bisticciare, iniziando penosi calcoli memonici di analisi infinitesimale, gli uni propendendo per difficoltà di grado tre e settantacinque, gli altri di grado tre e ottantasette.




Generalmente si mettono d’accordo sulla porta del Rifugio, con un quattro e mezzo che si avvicina al quinto penultimo terribilissimo termine della scala delle difficoltà. L’emozione e la soddisfazione si esprimono con un numero, e sono tanto maggiori quanto più si avvicinano al massimo dei massimi, cioè, al sei, che rappresenta, in parole povere, e se il paragone non è troppo indecoroso il Centro del bersaglio nei baracconi delle fiere.

 

Certi autori vanno contro i fondamentali criteri della logica, deformando arbitrariamente le scale estere brevettate e razionali, senza che nessuno intervenga a deferire alla pubblica autorità simili inconcepibili abusi. Bisogna pesar le montagne con la bilancetta del farmacista: ‘salita compresa fra il quarto grado superiore, e il quinto inferiore’. Gli alpinisti sono tormentati dagli stessi dubbi che assillano i professori delle Scuole medie, coscienza e scrupolosità: cinque meno, e sei più.




È  inconcepibile che in un periodo destinato a passare alla storia per certe imprese poste all’estremo limite possibile della progressione asintotica dello sport d’arrampicamento, come valori massimi insuperabili di prestazione atletica, si continui a confondere una scalata straordinariamente difficile, con una scalata estremamente difficile. Non è chi non veda a colpo d’occhio la differenza fra difficilissimo, oltremodo difficile estremamente, sommamente ed eccezionalmente difficile: diversità di evidenza palmare. La difficoltà di una ascensione è espressa tra una formula semplicissima: la famosa equazione di Sigmundo Dulfer, variabile fra il primo e il sesto grado, ovvero: D= R/C; essendo, come spiega L’Oracolo dell’annuario L’Anima risorta: D la difficoltà di un determinalo punto; R  l’espressione della configurazione rocciosa del punto stesso crescente con la ripidezza, colla scarsità e piccolezza degli appigli. Cioè la difficoltà tecnica pura; C la capacità tecnica dell’arrampicatore.

 

L’enunciazione della formula del Sigmundo Dulfer suscitò una polemiche molto interessanti e contrastanti tra loro e contribuì ad affrettare la conflagrazione europea, Sigmundo errava principalmente nel parlare di difficoltà tecnica pura.




Il suo diretto avversario, il celebre Plank, affermando l’esistenza di difficoltà oggettive e soggettive circa l’Anima detta, cadeva in un doppio bestialissimo errore; anzitutto nella formula intervengono alcuni fattori K1, K2, K3, a rendere variabile il concetto di difficoltà. K1 rappresenta la media aritmetica dei gradi d’adesione delle suole delle pedule; la quale media si ottiene dalla somma delle coordinate dei diversi grafici d’usura, relativi alle suole di feltro; panno, tela e miste, prese in esame prima della scalata, e successivamente al passaggio degli appositi controlli, divisa per il numero dei medesimi; K2 la somma dei punti ottenuti dall’esame preventivo dell’impressionabilità, delle condizioni fisiche, di allenamento, psichiche e morali dell’arrampicatore all’iniziò della scalata, e nei momenti successivi, come sopra;, K3 le condizioni degli appigli (se ancora scabri o lucidi mobili, semimobili, o fissi) lo stato dei chiodi e della roccia in generale, in relazione alla umidità, espresse in numeri, e sommate all’integrale delle altezze dei vari punti difficili sul livello del mare, tenuto conto del diverso sforzo occorrente per compiere lo stesso lavoro ad altitudini diverse. Una volta aggiunto il Resto di Lagrange, divisi, per l’angolo formato dell’ipotenusa del triangolo rettangolo di cui un cateto rappresenta la verticale della vetta, linea ideale della goccia d’acqua cadente senza vento, e sviluppato l’integrale, si estrae la radice cubica, e si ottiene finalmente la cercata difficoltà, pura e matematica.




 Per quanto non sia verosimile che un procedimento così semplice possa indurre l’alpinista in sensibili errori, tuttavia sarà meglio confrontare il risultato fon con quello ottenuto col metodo sperimentali dall’apposito Difficoltometro, strumento fabbricato a Monaco estradato dalla Baviera, assieme agli analoghi Rocciometri e Capacitometri, evidentemente indispensabili per tradurre in cifre i simboli R e C.

 

Volendo trascurare i coefficienti K1, K2, K3, e ad ogni modo ammettendo la esattezza della definizione enunciata dal Rudatis, che cioè la difficoltà non sia solo in funzione della capacità, ma esattamente il rapporto tra la natura della montagna e la capacità dell’individuo, sussiste sempre la fondamentale equazione Duilfer, di cui essa è una espressione più generale: D=R/C da cui potremo ricavare strabilianti conseguenze.

 

Moltiplichiamone infatti, come ci consente una regola elementare, ambo i membri per la quantità C supposta reale, positiva e diversa da zero (un arrampicatore con capacità zero non sarebbe un arrampicatore). Il valore dell’equazione non essendo mutato abbiamo: CD = R; la quale eguaglianza significa che se moltiplichiamo una particolare capacità arrampicatoria C (stabilita dal Capacitometro) per una certa difficoltà assoluta e sterilizzata D, otteniamo una speciale conformazione rocciosa R; otteniamo cioè, ad esempio, la parete della Tofana o del Sass Maòr. 

(G. Mazzotti)

 

Chiusa ai Parentesi….]



A tale proposito Quintino Sella percorrendo le valli dell’Appennino Fabrianese, insieme coi più illustri componenti della Società Geologica, volgendosi a me, che fungevo da guida, mi disse: ‘Si ricordi, lei che è giovane ed alpinista, di andare spesso ad attingere la calma dell’animo e l’energia al lavoro sulle montagne, ma si ricordi pure che così facendo, contrae degli obblighi con i suoi monti, che le danno tanti conforti, e le mantengono in buona salute’.

 

Quelle parole io non le ho più dimenticate, e vorrei che le forze ed il tempo non mi venissero meno, per mostrare quanto profondamente mi stiano scolpite nell’animo. Quindi è che mi terrò pago anche se le mie osservazioni dovessero giudicarsi di nessun valore, purché sia riuscito a richiamare l’attenzione de’ miei colleghi su fatti che devono interessare quanti desiderano il bene delle popolazioni di montagna, e senza fantastiche illusioni credono che, operando con intelligente costanza, si possa portare un efficace miglioramento al loro stato presente.




Da qualche tempo, da un capo all’altro d’Italia, si fa un gran parlare di boschi e di rimboscamento, senza che poi, in realtà, siasi fatto un gran che a favore della silvicoltura, e sembra, per tale rispetto, che si viva sotto tutt’altro regime, da quello in cui siamo da parecchi anni oramai. I Monti Sibillini, tra gli altri, ne sono un tristissimo esempio, che dura (nonostante le buone intenzioni del Comitato Forestale di Macerata, e dell’energia indomabile dell’egregio Ispettore Viglietta), e durerà, perché, date certe circostanze, i mezzi che sono in potere dell’autorità, e le disposizioni della legge, non bastano a far sì che deserte piaghe tornino a ricoprirsi di boschi, o poveri cespugliati, e cedui ridotti in miserevolissime condizioni, possano senza ironia riacquistarsene il nome. Nondimeno, se per se stesse le disposizioni ed i mezzi del Governo non bastano a ripristinare i boschi, bisogna riconoscere che favoriscono grandemente l’opera di coloro che vi si danno con intelligenza ed amore.

 

Nel territorio di Visso, che comprende la gran parte della superficie dei monti della Sibilla suscettibile d’una migliore coltura boschiva, o d’essere rimboscata a dirittura, la proprietà è generalmente comunale. Ora è certo che, non foss’altro in via d’esperimento, non dovrebbe essere impossibile d’ottenere dall’amministrazione di quel Municipio un centinaio d’ettari di terreno per ripiantarvi il bosco, tanto più se si considera che quel terreno, nello stato in cui si trova, nulla rende, e nulla, lasciandolo come sta, può promettere di rendere in avvenire.




Dal lato tecnico l’impresa non sarebbe difficile, né potrebbe costar molto, se si sapesse scegliere per un primo esperimento, fra tante che ve ne sono, una di quelle località che più si prestano, e che darebbe certamente in breve un buon risultato, contribuendo così a scuotere direttamente l’indolenza degli abitanti, i quali malamente credono a chi loro dimostra a parole i tesori di ricchezza che potrebbero trarre dalle loro denudate montagne. Senza dunque voler fare un preventivo, che qui sarebbe fuori di posto, credo di potrei e con ogni serietà asserire, che la spesa relativa sarebbe tenuissima, e che sarebbe facile trovare chi la sopporta.

 

Il terreno non costerebbe nulla, la direzione dei lavori e la sorveglianza assai facilmente potrebbero ottenersi dal Governo, che l’affiderebbe ai suoi agenti forestali. Dal Ministero d’agricoltura e commercio potrebbero ottenersi semi e piante a tenuissimo prezzo. L’importo effettivo dovrebbe venir fuori pei lavori d’impianto, ma questo importo nel caso nostro potrebbe rendersi assai poco grave, se si riprendesse uno di quei punti ai quali ho accennato, dove, tracciati appena i fossi di scolo, potrebbesi, con un aratro, muovere sufficientemente il terreno, per la semina delle essenze. Trascurando poi anche quei mezzi che l’iniziativa intelligente di chi si mettesse all’opera potrebbe in vari modi opportunamente escogitare per far fronte a tali spese, il Municipio stesso e la Provincia potrebbero bastare, tanto più che si rammentano ancora troppo bene di quanto loro sia costato l’incanalamento del torrente di Ussita di cui ho parlato abbastanza più sopra.

 

Intanto quello che è certo necessario perché l’opera si mandi ad effetto si è, che vi sia chi tolga a sé di preparare e d’iniziare la nobile impresa, impresa che a mio parere a nessuno potrebbe meglio convenire, che a qualcuna delle Sezioni del nostro Club…


[prosegue con il capitolo quasi completo] 











mercoledì 8 dicembre 2021

99 ovvero: L'EREDITA' IN PERICOLO (3)

 

























Precedenti capitoli:


Degli eredi


dell'Immacolata


Prosegue ancora 


con talune...:


Simmetrie (4) 


11 DICEMBRE: GIORNATA INTERNAZIONALE 


DELLA MONTAGNA  (5)  (6/7)







L’arco alpino rappresenta un complesso di importanza vitale dal punto di vista naturale, storico, culturale e sociale. Punto di passaggio obbligato per le genti che dal nord volevano scendere al sud e viceversa, ha costituito per i popoli confinanti luogo d’incontro di interessi economici e culturali favorendo una vera e propria cultura alpina. L’ambiente alpino immobile per tanti secoli, ha subito in questi anni un deciso attacco da parte delle infrastrutture importate dall’uomo della pianura.

 

L’industrializzazione e la meccanizzazione hanno reso preoccupante l’equilibrio fra uomo e natura in ogni ambiente; ma sulle Alpi, più che altrove, il problema è assai drammatico. Infatti, ogni aggressione contro la natura, si ritorce immediatamente contro l’uomo, così come ogni modificazione delle condizioni di vita dell’uomo hanno un’immediata ripercussione sulla natura che lo circonda. Le Alpi che vengono giustamente considerate per l’Europa, l’ultima oasi di cui può usufruire l’uomo per ritemprarsi della vita stressante delle grandi città, devono essere difese con estrema decisione per evitare il loro completo degradamento.

 

La regione alpina ha un’alta densità di popolazione: 42 ab. per km2 nel 1971 contro i 33 del 1871; questo dato potrebbe far pensare a un aumento della popolazione nelle zone di montagna, quando invece sappiamo che avviene un continuo abbandono da parte dell’uomo. Si tratta in effetti di un aumento nelle zone di collina al di sotto dei 500 metri di altitudine, dovuto all’estendersi di centri abitati ed economici.




In montagna, infatti, fino a 1500 metri, si è registrato un costante calo della popolazione. Interessante è il numero delle persone impiegate nell’industria che è salito dal 35% nel '51 al 42% nel '71; nella zona altitudinale compresa fra i 1700 e i 2000 metri questo aumento è arrivato al 242% e quasi tutti lavorano nell’industria edile.

 

Per gli impiegati del settore industriale si riscontrano due tendenze: a Bolzano si è verificato ulteriore aumento del 31%, mentre nella provincia di Vercelli vi è una diminuzione del 21%.

 

Infine, risulta chiaramente che il numero di coloro che lavoravano nell’agricoltura è diminuito fortemente ad eccezione della provincia di Bolzano. Al termine delle relazioni sul primo tema, il professor Franco Pedrotti, dell’Istituto di Botanica dell’Università di Ferrara, ha presentato ufficialmente la Carta delle regioni alpine da conservare.

 

Si tratta di una mappa dell’intero arco alpino sulla quale sono delineate le zone da proteggere e le cui proposte sono state studiate dai sei paesi interessati. Ne è risultato un progetto di proposta che, pur non volendo essere una sintesi della pianificazione del territorio alpino, è tuttavia la rappresentazione grafica di alcuni elementi fondamentali che possono servire per ulteriori studi e ricerche.

 

La costante tutela vede al lavoro sei gruppi di studio divisi nelle seguenti materie: parchi nazionali, riserve, aree protette; conservazione delle specie; attività agro-silvo-pastorali; sviluppo socio-economico delle popolazioni alpine; turismo; utilizzazione del territorio e delle sue risorse.




Una riunione ristretta di esperti ha poi lavorato giorno e notte per condensare i sei lavori presentati dai singoli gruppi e per redigere il documento finale a cui è stato dato il nome di piano d’azione.

 

Sono venute fuori 99 proposte, che non sono poche.

 

Citiamo alcune parti dei punti che ci paiono più significativi: una pianificazione coordinata delle Alpi, considerate come un insieme ecologico unitario, è essenziale per la loro conservazione.

 

Le Alpi devono essere considerate come una delle zone principali per la fruizione del tempo libero in Europa. Occorre stabilire e rispettare una corretta proporzione fra il numero dei turisti e quello degli abitanti autoctoni, così come è necessario evitare il gigantismo delle attrezzature turistiche.

 

Ogni tipo di sviluppo deve essere deciso con la partecipazione delle comunità locali.

 

La costruzione di residenze secondarie deve essere scoraggiata con misure fiscali adeguate;

 

l’impianto di nuove industrie dovrà seguire ad uno studio ecologico della regione.

 

Si dovranno favorire le attività artigianali che sfrutteranno le risorse locali.

 

Deve essere favorito il restauro delle costruzioni tipiche o di interi villaggi.

 

La gestione delle risorse naturali delle regioni alpine deve restare in mano alle popolazioni locali.

 

Si dovrà provvedere a migliorare la situazione finanziaria degli agricoltori di montagna.




 È necessaria una rete stradale forestale, ma sarà vietata ai turisti e riservata ai residenti; e ne potranno invece godere le comunità rurali isolate.

 

I territori alpini di proprietà pubblica devono essere dichiarati inalienabili in modo da evitare ogni tipo di speculazione.

 

La raccolta di esemplari di flora, fauna, minerali e fossili, deve essere regolamentata.

 

Infine, riprendiamo per esteso il punto 99 che riunisce un po’ la politica da attuare secondo i suggerimenti del convegno:

 

Affinché i tentativi di pianificazione non vengano superati e resi inutili dal rapido progredire di un’urbanizzazione irrazionale, un regolamento di salvaguardia dovrebbe, per la durata di almeno due anni:

 

a) sottoporre a blocco temporaneo ogni nuovo insediamento, come edifici d’abitazione, installazioni idroelettriche e miniere ecc., nelle zone extraurbane, eccettuati quelli necessari alle tradizionali attività agro-silvo-pastorali;

 

b) promuovere al tempo stesso il restauro del patrimonio immobiliare sia all’interno, sia all’esterno dei centri urbani.




Le Alpi, patrimonio dell’Europa, costituiscono un’unità di importanza vitale dal punto di vista naturale, storico, culturale e sociale. Esse hanno avuto un ruolo preponderante dividendo, filtrando e incanalando i grandi flussi delle varie civiltà. Malgrado le relazioni e i legami talvolta difficili, fra i popoli e i regimi politici, si è potuta creare una cultura alpina ben definita. Anche se le Alpi non hanno mai conosciuto un’unità politica, il genere di vita e le attività delle loro popolazioni presentano delle caratteristiche di affinità sconcertante.


Questa eredità è in pericolo. 

 

1. Una pianificazione coordinata delle Alpi,  considerate come un insieme ecologico unitario, è essenziale per la loro conservazione. Pertanto è necessaria la cooperazione di tutte le autorità competenti dei sei paesi alpini.

 

2. In ciascun paese è opportuno che siano messe in atto determinate procedure di elaborazione e di applicazione di piani inerenti al territorio nel suo complesso.

 

3. E’ necessario che tutte le categorie della popolazione partecipino alla pianificazione. Di conseguenza si deve prevedere la consultazione delle popolazioni locali mediante appropriati meccanismi rappresentativi.

 

4. Sia a livello della pianificazione generale che a quello dei piani dettagliati, le esigenze ambientali delle regioni alpine devono costituire il fondamento delle varie fasi della pianificazione stessa.




5. Il contributo degli esperti di problemi ambientali deve essere assicurato con la loro partecipazione ai lavori dei gruppi incaricati della pianificazione.

 

6. A causa delle limitazioni obiettive e dei pericoli inerenti alla montagna, prima di autorizzare progetti di qualsiasi tipo suscettibili di alterare l’ambiente alpino - e in particolare qualsiasi progetto di grandi opere — deve essere effettuata un’accurata valutazione delle relative conseguenze sull’ambiente, i cui risultati debbono essere messi a disposizione di tutti. Gli organismi di ricerca pubblici e privati interessati al problema devono presentare le loro osservazioni a tali progetti ed un giudizio critico del loro impatto sull’ambiente. L’ecologo deve essere obbligatoriamente consultato allo stesso titolo dell’architetto, del sociologo e del geografo. Si auspica la possibilità da parte delle associazioni naturalistiche di ricorrere contro le autorizzazioni relative a questi progetti.

 

7. La situazione attuale delle regioni alpine deve essere riportata su carte specializzate, periodicamente aggiornate. Queste carte da realizzare dovrebbero rappresentare i grandi fatti la cui conoscenza è necessaria per ogni pianificazione: — caratteri dell’ambiente naturale; — aree pericolose (valanghe, erosioni); — ecosistemi reali e potenziali; — demografia e migrazioni, ecc. è necessaria inoltre una carta di sintesi (paragonabile a quella che è stata presentata a questo simposio) che dovrebbe distinguere le aree: — protette o da proteggere; — destinate all’agricoltura e alla silvicoltura; — destinate al tempo libero; — destinate agli insediamenti residenziali o industriali o ad altre attività. Certe zone potranno essere destinate a più utilizzazioni. Gli istituti specializzati che già lavorano a questi problemi, come il Consiglio d’Europa, potrebbero coordinare le notazioni e la simbologia per renderli omogenei in ciascun Paese.




8. Tutta la pianificazione deve tener conto del fatto che gli interessi economici che spingono allo sfruttamento dei territori di montagna provengono spesso dall’esterno; detti interessi riflettono le esigenze che si manifestano progressivamente in seno alle collettività caratterizzate da un livello di redditi e consumi molto elevato. Pertanto l’obiettivo da seguire è quello di mettere le popolazioni alpine in grado di gestire e amministrare in modo autonomo il loro patrimonio nel rispetto dell’equilibrio naturale e culturale di cui sono garanti.

 

9. Si riconosce il turismo alpino come un’attività relativamente prioritaria per i seguenti motivi: a) ha un carattere alpino per eccellenza (le industrie possono d’altronde essere installate altrove); b) beneficia di ben due stagioni utili e non d’una soltanto.

 

10. Le Alpi inoltre devono essere considerate come una delle principali zone per la fruizione del tempo libero in Europa. La sua pianificazione e il suo assetto pertanto debbono essere effettuati tenendo conto di questa esigenza come di quelle delle popolazioni locali.

 

11. Occorre stabilire e rispettare una corretta proporzione fra il numero dei turisti e quello degli abitanti autoctoni, così come è necessario evitare il gigantismo delle attrezzature turistiche che pongono gravi problemi d’infrastrutture e provocano il richiamo massiccio di mano d’opera estranea alla regione.




12. La pianificazione turistica deve tenere particolarmente conto in primo luogo, della conservazione delle risorse dell’ambiente ed anche dei fattori culturali, dopo aver preso in considerazione: — le priorità stabilite dai bisogni delle popolazioni locali e dell’economia tradizionale; — le esigenze di un turismo corretto; — la redditività socio-economica globale.

 

13. Ogni tipo di sviluppo — e soprattutto quello turistico — deve possibilmente essere deciso con la partecipazione maggioritaria delle comunità locali. In caso contrario è necessario prevedere un controllo pubblico del flusso dei capitali stranieri e degli investimenti privati.

 

14. Ogni tipo di sviluppo — con particolare riguardo alle costruzioni per abitazioni ed alberghi - non deve dar luogo a costi per infrastrutture gravanti sulle comunità locali. Per realizzare una perequazione occorre prevedere delle misure fiscali che coprano le spese necessarie per le infrastrutture ed i servizi pubblici messi a disposizione.

 

15. Ogni progetto di sviluppo turistico deve essere accompagnato da un’analisi economica dettagliata che dimostri la sua attuabilità sul pino politico e finanziario. In attesa di una pianificazione esauriente (soprattutto nel periodo di transizione), l’interessato dovrà inoltre fornire la prova che il progetto: — non superi il livello massimo sopportabile; — non metta in pericolo gli ecosistemi; — sia compatibile con la realtà socio-economica locale.




16. La pianificazione dello sviluppo turistico deve prevedere in giusta misura delle zone esenti da ogni tipo di urbanizzazione, motorizzazione e meccanizzazione. In questo caso, ovviamente, si dovrebbe considerare l’opportunità di concedere un sussidio finanziario oppure attività alternative qualora ne risulti un danno per le collettività locali interessate a causa di questi provvedimenti o di un utilizzo del suolo diverso da quello previsto.

 

17. La costruzione di residenze secondarie utilizzate dai singoli proprietari per alcuni giorni dell’anno deve essere scoraggiata con misure fiscali adeguate e ponendo a carico dei proprietari i costi delle infrastrutture che queste residenze richiedono.

 

18. Al fine di facilitare la cooperazione, ogni nazione dovrà creare un centro di informazione e di documentazione relativo a tutti gli aspetti delle regioni alpine.

 

19. L’infrastruttura strade deve essere pianificata tenendo conto costantemente delle possibilità alternative offerte dal trasporto ferroviario. Occorre in ogni caso scoraggiare la proliferazione di strade destinate alla circolazione ordinaria al di là del limite altimetrico delle abitazioni permanenti.

 

20. Sarà comunque opportuno  scegliere un limitato numero di assi transalpini destinati ai trasporti internazionali; saranno questi gli unici per i quali, senza compromettere l’equilibrio ambientale, potranno essere tollerate delle infrastrutture di tipo autostradale.




21. Studi interdisciplinari sulle conseguenze socio-economiche ed ecologiche dovranno essere effettuati preventivamente alla costruzione di nuove strade. Prioritario dovrà essere invece il miglioramento delle strade esistenti e ciò, ovviamente, comporta la sospensione della costruzione di nuove strade turistiche. Le strade a servizio di imprese industriali devono essere rigidamente limitate ai bisogni reali delle industrie.

 

22. L’impianto di nuove industrie dovrà sempre conseguire ad uno studio ecologico della regione. Particolare attenzione dovrà essere riservata al fine di prevenire ogni tipo di inquinamento.

 

23. Si dovranno favorire le attività artigianali o di piccole e medie industrie che utilizzano le risorse locali e le capacità manuali e artigianali della popolazione locale.

 

 24. Per favorire l’impiego della popolazione residente e quindi per evitarne l’emigrazione, è necessario creare delle strutture per la formazione di quadri adatti al livello delle zone interessate e pertanto suscettibili di dirigere le forze di lavoro verso questo tipo di attività produttive e rafforzare la coscienza professionale dei montanari.

 

25. Nell’ambito della pianificazione devono essere favorite le costruzioni in stile e realizzate con materiali tipici della zona per evitare grossolani contrasti con l’ambiente alpino e gravi mancanze di gusto. Deve essere evitata in linea di principio e comunque tollerata soltanto dopo un controllo delle densità ammissibili e in armonia con l’ambiente, la costruzione di edifici in altezza o eccessivamente larghi.




 26. Deve essere favorito il restauro delle vecchie costruzioni e così pure la conservazione di gruppi di costruzioni, di villaggi e di città caratteristici della regione.

 

27. In ogni caso, questo tipo di restauro non dovrà mai costituire un ostacolo al miglioramento dell’interno degli edifici.

 

28. Nel caso di progetti di sviluppo che comportino l’utilizzazione di risorse idriche, dovrà essere perseguito un equilibrio fra valori ecologici e paesaggistici e fabbisogni di energia; ciò in particolare per le cascate e i torrenti che hanno un particolare interesse paesaggistico. La continuità biologica dell’ecosistema deve essere assicurata in ogni caso.

 

29. Bisogna abbandonare l’attuale modello di sfruttamento turistico basato sulle grandi concentrazioni immobiliari, strettamente collegate agli impianti di risalita. Ciò provoca la degradazione irreversibile dell’ambiente dell’alta montagna riducendone il godimento ad un servizio monotono e meccanico, scoraggiando il turismo fondato sull’escursionismo, l’alpinismo e la cultura e procurando profitti solo ai promotori privati senza apportare alcun vantaggio alle popolazioni cali.




Assetto e utilizzazione delle risorse:

 

31. Ogni forma di gestione e di utilizzazione delle risorse dovrà essere effettuata tenendo conto dei vincoli ambientali. 

 

32. La gestione delle risorse naturali delle regioni alpine deve restare in mano alle popolazioni locali a cui spetta il compito di prendere coscienza delle loro responsabilità internazionali.

 

33. Un’attenzione particolare deve essere rivolta alla conservazione dei suoli, al ripristino delle zone degradate e alla lotta contro le valanghe.

 

34. Per quanto possibile dovranno essere adottati sistemi di gestione che permettano un’utilizzazione mista dei terreni.

 

35. La protezione delle sorgenti d’acqua potabile e delle riserve idriche costituite dai ghiacciai dovrà essere effettuata in maniera tale da assicurare alle popolazioni acque di elevata potabilità. Un controllo di qualità dovrà essere effettuato secondo norme comuni.

 

36. Particolari cautele dovranno essere adottate nella misura in cui agricoltura, allevamento e silvicoltura debbano continuare ad avere un ruolo essenziale per il mantenimento di quel particolare tipo di ecosistema che sono le Alpi, mirando sia alla prevenzione delle calamità naturali, sia all’ottenimento di prodotti di qualità.




37. Le condizioni di base necessarie per la determinazione di provvedimenti adeguati ad una conduzione razionale dell’agricoltura di montagna sono le seguenti: — dati statistici sulle variazioni nel tempo delle strutture demografiche e finanziarie e sulla vocazione dei suoli (vanno studiati con particolare attenzione l'invecchiamento della popolazione e tutte le sue conseguenze): — studi scientifici sulle modificazioni ecologiche provocate dal cambiamento di destinazione dei suoli, sulle tecniche di sfruttamento e sul conseguimento di rese elevate.

 

38. Tali provvedimenti debbono avere come fine il miglioramento: — delle condizioni di vita delle comunità rurali; — della struttura fondiaria attraverso l’accorpamento; — della fornitura di energia e della distribuzione dell’acqua; — della rete viaria per garantire la mobilità delle popolazioni residenti; — degli edifici e delle condizioni di abitazione.

 

39. Si dovrà altresì provvedere a degli interventi miranti a migliorare la situazione finanziaria degli agricoltori di montagna, mediante misure di incentivazione, quali esenzioni fiscali e sovvenzioni per l’edificazione, la ricomposizione fondiaria, la meccanizzazione agricola, nonché mediante l’istituzione di cooperative e aiuti per la commercializzazione dei prodotti.

 

40. Tali provvedimenti dovranno essere accompagnati da una migliore formazione generale e tecnica. Dovranno essere organizzate campagne d’informazione che abbiano lo scopo di far meglio conoscere i problemi specifici degli agricoltori di montagna e il loro contributo alla vita nazionale.




41. E necessario che il legislatore rivolga particolare attenzione a tali problemi tenendo nel dovuto conto i bisogni e i valori peculiari dell’agricoltore alpino, prevedendo altresì idonee forme di indennizzo allargando le esigenze conservative e l’interesse collettivo anche se richiedano limitazioni all’attività agricola.

 

42. Per assicurare la continuità e la stabilità delle foreste e per aumentare la loro produzione, le foreste di montagna saranno sistemate e trattate come foreste naturali. Si dovrà assicurare un giusto equilibrio fra le funzioni di protezione e di produzione, nel rispetto dell’ecosistema.

 

43. Nel caso di foreste con preminente funzione di protezione, che sono spesso troppo vecchie, saranno applicati trattamenti intensivi al fine di assicurarne il rinnovamento.

 

44. Nelle zone esposte a rischi naturali come erosioni e valanghe, in modo particolare nella parte superiore delle foreste, si procederà a una campagna di rimboschimento, ivi compresi gli alpeggi abbandonati.

 

 45. L’impiego di prodotti chimici, concimi, pesticidi ed erbicidi nella silvicoltura deve essere strettamente controllato.

 

46. La meccanizzazione nella utilizzazione dei boschi potrà essere effettuata solo tenendo conto della protezione dell’ambiente.

 

47. Le attrezzature necessarie alla lotta contro gli incendi dei boschi devono essere migliorate. Le sanzioni penali che puniscono gli atti incendiari dolosi o colposi devono essere rese più rigide.




48. Una rete stradale forestale è necessaria ad uno sviluppo razionale dei boschi. La stessa potrà pure servire a raggiungere alpeggi o comunità rurali isolate. Dovrà essere utilizzata esclusivamente a questi scopi, al fine di evitare una utilizzazione turistica e motorizzata abusiva. Questa rete deve essere realizzata alterando il meno  possibile l’ecosistema.

 

49. La costruzione di strade, di infrastrutture sciistiche di ogni genere, di linee elettriche e di ogni infrastruttura similare non deve determinare danni negli ecosistemi forestali.

 

50. Un equilibrio razionale deve essere stabilito fra la foresta e il pascolo.

 

51. Occorre incoraggiare una gestione della selvaggina su basi ecologiche razionali nella misura in cui le economie forestali ed agricole vengono spesso danneggiate da un eccesso di selvaggina.

 

52. Essendo limitata, nell’ambiente  alpino, la necessità di introduzioni di specie di interesse venatorio, la regolamentazione della caccia deve tendere a limitare la pressione sulle specie autoctone al fine di mantenere le popolazioni di poco al di sopra del livello di capacità del territorio. Pertanto si debbono elaborare dei programmi di abbattimento, previe indagini sugli effettivi presenti e potenziali di ciascun territorio.

 

53. Tutta la fauna selvatica - ivi compresa quella oggetto di caccia — deve essere considerata come un patrimonio collettivo e la sua gestione deve ispirarsi a questo principio.




Protezione della natura e delle sue risorse:

 

61. Lavori d’indagine e inventari dettagliati delle risorse debbono formare la base delle carte di zonizzazione delle zone alpine.

 

62. Tali zonizzazioni debbono prevedere l’istituzione di riserve integrali, di parchi nazionali e di altre riserve naturali.

 

63. Il sistema attuale dei parchi non tiene sufficientemente conto dei diversi ecosistemi alpini. Si auspica che nuovi parchi e riserve vengano creati in base a studi ecologici ed accurate valutazioni nel quadro della gestione del territorio.

 

64. La carta presentata in occasione di questo simposio dovrà  essere rettificata e completata al fine di essere utilizzata per determinare la creazione di nuovi parchi e riserve finché nuovi accurati studi ecologici non siano stati effettuati. Nella individuazione delle aree da proteggere dovranno essere comprese le prealpi e le zone pedemontane.

 

65. I territori alpini in proprietà pubblica debbono essere dichiarati inalienabili, in modo da evitare ogni speculazione e da costituire un demanio naturale di interesse collettivo.

 

66. Si auspica l’adozione di strumenti legislativi e regolamentari più ampi. Preliminarmente, debbono essere definiti i diversi livelli di competenza per quanto attiene alle aree protette e alla protezione della natura e al tempo stesso debbono essere aumentate le dotazioni di mezzi finanziari.




67. La localizzazione dei parchi nazionali deve essere compresa nella pianificazione generale, in modo da tener conto degli interessi delle popolazioni. La creazione di nuovi parchi deve essere realizzata in modo da associare la popolazione nel processo di creazione e durante la sua gestione. Una zonizzazione appropriata deve distinguere le zone di protezione integrale e quelle in cui alcune attività umane saranno ammesse.

 

68. Per migliorare la gestione dei parchi si auspica una loro maggiore autonomia amministrativa. Nel caso in cui la limitata superficie del parco non consenta una sufficiente autonomia, si dovranno comunque evitare al massimo le complicazioni burocratiche.

 

69. La protezione non  deve limitarsi solo alle zone in cui non c’è presenza umana.

 

70. Quando due parchi sono vicini, si deve cercare di renderli contigui. Nel caso in cui due parchi confinino fra loro, appartenendo a paesi diversi, degli accordi internazionali devono raggiungere lo scopo di creare un meccanismo di gestione in comune ed un’armonizzazione della normativa. Questo dovrebbe essere il caso dei parchi della Vanoise e del Gran Paradiso e di quelli di Fusine-Triglav, nonché del parco nazionale svizzero e di quello dello Stelvio. Soluzioni simili devono essere ricercate allorché si tratti di parchi importanti dello stesso paese, ma appartenenti a circoscrizioni amministrative differenti.

 

71. Occorre assicurare la protezione delle specie nell’ambito dei rispettivi ecosistemi; sia gli ecosistemi naturali che semi-naturali debbono essere protetti.

 

72. E’ auspicabile la predisposizione di misure di protezione delle siepi, dei sottoboschi, delle torbiere e della vegetazione riparia dei fiumi e dei laghi, così come degli alberi più vecchi nella misura in cui costituiscono una nicchia ecologica.




73. Le grandi opere e gli interventi di sviluppo non devono né frammentare gli ecosistemi, né limitare i movimenti degli animali.

 

74. Una particolare attenzione deve essere dedicata alle specie viventi nelle grotte e nelle caverne nonché ai pipistrelli. L’accesso del pubblico alle grotte ed alle caverne deve essere regolamentato.

 

75. Qualsiasi opera di gestione dei corpi idrici e qualsiasi mutamento dell’ambiente acquatico non può essere intrapreso prima che uno studio preliminare non sia stato effettuato e prima che delle misure di protezione delle biocenosi non siano state prese.

 

76. Le varietà di piante coltivate e le specie animali allevate, la cui utilizzazione è in via di regresso, così come le specie animali e vegetali in pericolo di scomparire, debbono essere conservate mediante la creazione di banche del patrimonio genetico.

 

77. La raccolta di esemplari di flora, della fauna, di minerali e di fossili deve essere regolamentata senza tuttavia ostacolare la raccolta a fini scientifici ed educativi giustificati.

 

78. Ogni commercio, ivi compresa l’importazione e l’esportazione, di specie protette e loro prodotti deve essere interdetto.

 

79. La produzione, la vendita e l’impiego dei prodotti tossici devono essere disciplinati e la loro utilizzazione ridotta in tutti i modi possibili. L’impiego di veleni nella lotta contro i predatori deve essere vietato.

 

80. A causa del pericolo d’estinzione che minaccia la maggior parte dei predatori, siano essi mammiferi o di uccelli, si richiedono misure efficaci di protezione.




81. La reintroduzione o l’introduzione di specie non deve essere effettuata se non sotto controllo e dopo studi preliminari sulle conseguenze che esse potrebbero determinare. Dovrà altresì essere vietata l’introduzione delle specie che non hanno predatori naturali.

 

82. Misure efficaci di protezione degli orsi devono essere attuate dagli stati interessati al fine d’evitare la loro scomparsa e favorire il ripopolamento naturale di questa specie lungo l’arco alpino.

 

83. Il commercio, l’esportazione e l’importazione degli uccelli migratori e di loro componenti deve essere vietato, come misura sussidiaria di protezione ecologica. Inoltre l’impiego dei piccoli uccelli come richiami deve essere proibito.

 

Attuazione del piano:

 

91. L’educazione a tutti i livelli in tema di conservazione e le campagne d’informazione del pubblico sono un elemento essenziale per l’attuazione concreta delle misure fin qui indicate. Pertanto, è indispensabile che tutte le autorità interessate predispongano opportune misure volte a stimolare a tutti i livelli della scuola l’educazione in tema di conservazione e la comprensione delle interrelazioni esistenti fra tutti gli elementi dell’ecosistema. Bisognerebbe anche stampare testi scolastici comuni, tradotti nelle diverse lingue delle regioni alpine.




92. In modo analogo si richiede lo sviluppo su larga scala della ricerca scientifica relativa ai problemi specifici della regione alpina; inoltre, tutte le autorità interessate debbono predisporre opportune misure per dare un forte sostegno alla ricerca stessa. Il coordinamento potrebbe essere assicurato da organizzazioni internazionali come l’UNESCO.

 

93. Occorre inoltre fare sforzi notevoli per adottare nomenclature e procedure comuni per tutte le attività di cui si tratta nel piano d’azione, ivi compresa la standardizzazione dei simboli cartografici.

 

94. I Paesi delle regioni alpine debbono armonizzare in tutti i modi possibili la propria legislazione e le proprie regolamentazioni amministrative interessanti le regioni stesse. Inoltre, sarebbe augurabile prevedere, in certi casi, una perequazione finanziaria a livello internazionale.




 

95. Questo piano d’azione richiede la stretta collaborazione dei Paesi dell’arco alpino e tutti i Governi sono vivamente pregati di riunire le loro forze per attuarlo concretamente.

 

96. Tutti i Paesi delle Alpi da dovrebbero prendere i provvedimenti necessari per aderire alle convenzioni internazionali esistenti per la conservazione delle risorse naturali.

 

97. L’attuabilità di questo piano d’azione dipende anche dalla collaborazione di tutti gli strati sociali delle popolazioni interessate. L’azione governativa potrà essere facilitata dal rafforzamento della cooperazione interparlamentare in un quadro europeo appropriato. A ciò va aggiunto che è necessaria la collaborazione dei numerosi organismi governativi inter-alpini esistenti.

 

98. Tutte le organizzazioni non governative nazionali interessate alla conservazione della natura e dell’ambiente dovrebbero costituire dei comitati nazionali al fine di promuovere e seguire nel suo sviluppo la realizzazione di questo piano d’azione. Questi comitati nazionali da dovrebbero essere coordinati a livello internazionale dalla CIPRA e per suo tramite dovrebbero aver luogo consultazioni periodiche. 


99. Affinché i tentativi di pianificazione non vengano  superati e resi inutili dal rapido progredire di un’urbanizzazione irrazionale, un regolamento di salvaguardia dovrebbe, per la durata di almeno due anni: a) sottoporre a blocco temporaneo ogni nuovo insediamento, come edifici d’abitazione, installazioni idroelettriche e miniere o qualsiasi altra infrastruttura nelle zone extraurbane, eccettuati quelli necessari alle tradizionali attività agra silvo-pastorali; b) promuovere al tempo stesso il restauro del patrimonio immobiliare esistente sia all’interno che all’esterno dei centri urbani.