giovedì 7 marzo 2013
IL PIONIERE: JOHN BROWN (14)
Precedente capitolo:
un pioniere moderno (13)
Prosegue in:
il pioniere: John Brown (15)
(Hai letto proprio bene...Griet?)
Quest'uomo dall'aspetto formidabile era nato nella Nuova Inghilter-
ra (e precisamente nel Connecticut) il 9 maggio 1800 da una famiglia
di piccoli coltivatori e vantava addirittura come antenato uno dei 'pa-
dri pellegrini' del Mayflower.
Sebbene ciò sia risultato inesatto sta di fatto che nelle vene dei Brown
scorreva sangue puritano e che l'atmosfera familiare era imbibita di
quel profondo sentimento religioso e morale e di quell'intransigente a-
more per la libertà che caratterizzava i fieri costruttori della 'repubbli-
ca di santi' nella Nuova Inghilterra.
Di buon'ora John Brown diventò un devoto lettore della Bibbia e fu
educato a pensare a ad operare assumendo la Sacra Scrittura come
ispiratrice e guida.
Quando egli aveva cinque anni la famiglia sua emigrò dal Connecticut
nell'Ohio, allora impervio e selvaggio. Colà egli crebbe alla rude scuo-
la della frontiera imparando a maneggiare la scure per abbattere i bo-
schi, a difendersi con il fucile in pugno dalle belve, a praticare ed a co-
noscere gli indiani, a muoversi di notte tra la boscaglia sulle piste del-
la selvaggina al pallido lume delle stelle.
Così la sua anima fu temprata come su un incudine alla fierezza, alla
risolutezza, al coraggio; crebbe fisicamente solido e insensibile, tena-
ce e rettilineo.
Aveva otto anni quando perse la madre. Fu un colpo terribile per lui,
da cui non si riprese mai del tutto.
Il padre era un risoluto abolizionista; e il piccolo John non tardò a di-
ventarlo. Fu un episodio caratteristico che lo spinse a ciò (un episo-
dio che ci dovrebbe far meditare sulle diverse impostazioni su cui
si fonda l'odieran 'nostra' società...).
Egli era dodicenne quando si trovò a vivere per alcun tempo con un
funzionario di polizia che possedeva un bimbo schiavo coetaneo di
John o quasi.
Il funzionario amava il piccolo John e gli prodigava ogni gentilezza;
ma il ragazzo taciturno, riflessivo e sensibile, fu profondamente tur-
bato dal confronto tra la propria condizione e quella del piccolo ne-
gro.
La miserevole sorte del bimbo senza padre né madre che lo confor-
tassero gli destò pena infinita. Tipicamente, John, da buon purita-
no, fu portato a pensare che quel bimbo aveva un padre: Dio, e che
quindi il proprietario di schiavi peccava contro Dio.
La natura sua generosa, la pietà per il piccolo schiavo, il fervore re-
ligioso sincero e profondo che lo chiamava a servire la causa di Dio
contro il male e la colpa, lo portarono a rinnovare a solo dodici an-
ni il giuramento di Annibale: egli giurò guerra implacabile, odio ine-
stinguibile, alla schiavitù.
In questa lotta egli sarebbe sceso con l'entusiasmo fiero e intolleran-
te di un crociato, con l'intransigenza, l'energia inesorabile e il terribi-
le moralismo di un puritano di Cromwell; con il polso di ferro e l'oc-
chio infallibile del frontiersman......
Ben presto alla Bibbia si aggiunsero altre letture: le biografie di
Cromwell e di Napoleone, le Vite di Plutarco. Così egli apprese
a valutare in maniera del tutto romantica la funzione creatrice del-
la personalità nella storia, e insieme a meditare sul dramma gran-
dioso della vicenda umana intesa come conflitto di forze morali in-
carnate negli individui; si rafforzò nell'odio ai tiranni e nell'amore
per la libertà così come lo aveva fatto mezzo secolo prima un'inte-
ra generazione di rivoluzionari francesi sulle vite di Bruto, di Cato-
ne, di Cleomene; ma la sua personalità si sviluppò alquanto diver-
samente.
(R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana; le lettere ripor-
tate sono documenti originali inerenti il periodo storico trattato)
martedì 5 marzo 2013
IL PIONIERE (12)
Precedente capitolo:
il Pioniere: (la Saginaw) (11)
Prosegue in:
un pioniere moderno: McMurphy (13)
conversazione con il Grande Capo (1/2)
....Qui non si tratta di previsioni più o meno azzardate, suggeri-
te dal buon senso, ma di fatti così sicuri come se fossero già av-
venuti.....
Fra pochi anni le foreste impenetrabili saranno abbattute, il ru-
more della civiltà e delle industrie romperà il silenzio della Sagi-
naw, la sua eco diventerà muta...
Le banchine imprigioneranno le rive, le acque che adesso scor-
rono ignorate e tranquille in mezzo al deserto senza nome saran-
no ricacciate nei loro alvei dalla prua delle navi.
Cinquanta leghe separano ancora questa solitudine dai grandi
agglomerati europei; forse siamo gli ultimi viaggiatori ai quali è
stato concesso di contemplarla ancora intatta nel suo primitivo
splendore tanto è inarrestabile l'impulso che trascina la razza
bianca a conquistare interamente il Nuovo Mondo.
E' l'idea dell'imminente distruzione, il recondito pensiero d'un
mutamento prossimo e inevitabile che, secondo noi, conferi-
sce alle solitudini americane un carattere così originale e una
bellezza così suggestiva.
Si guardano con una gioia malinconica, ci si affretta, in un cer-
to senso ad ammirarle.
...L'idea che questa grande grandiosità naturale e selvaggia
è destinata a scomparire, si frammischia alle orgogliose visio-
ni suggerite dalla marcia inarrestabile...della civiltà....
Ci si sente fieri di essere uomini e nello stesso tempo si pro-
va come un senso di amaro rincrescimento per il potere ac-
coradatoci da Dio sulla natura.
L'anima è travagliata da idee e da sentimenti contrastanti, ma
tutte le impressioni che riceve sono importanti e lasciano una
traccia profonda.......
(A. De Tocqueville, Viaggio....negli Stati Uniti.....)
domenica 3 marzo 2013
IL PIONIERE (9)
Precedenti capitoli:
il Pioniere (8)
il Pioniere: M. Houston (5) (6) (7)
Prosegue in:
il Pioniere (10)
Ci avevano raccomandato di rivolgersi a un certo M. Williams che
aveva commerciato a lungo con gli Indiani Chippeways e che aven-
do un figlio residente a Saginaw, poteva fornirci utili informazioni.
Dopo aver percorso qualche miglio nei boschi e quando già temeva-
mo di aver oltrepassato senza vederla la casa che cercavamo, incon-
trammo un vecchio intento a lavorare un piccolo giardino.
Gli rivolgemmo la parola: era lui, M. Williams.
Ci accolse con grande cordialità e ci diede una lettera da consegna-
re al figlio.
Gli chiedemmo se avevamo qualcosa da temere dalle popolazioni in-
diane delle quali stavamo per attraversare il territorio. M. Williams
reagì a quest'idea quasi con indignazione:
- No, no,
disse
- potete proseguire senza timore. Per conto mio, dormirei tranquil-
lo in mezzo agli Indiani che non fra i bianchi.
Riferisco questa risposta perché è il primo giudizio favorevole che
abbia sentito sugli Indiani da quando sono arrivato in America.
Nei paesi molto abitati si parla di loro con un miscuglio di timore
e di disprezzo e probabilmente in quei luoghi meritano un simile a-
prezzamento.
Più sopra è stato evidente che cosa anch'io ne pensassi quando
li ho incontrati per la prima volta a Buffalo. A mano a mano che
procederete in questo diario e che mi seguirete in mezzo alle po-
polazioni europee di frontiera e alle tribù indiane vi farete un'idea
più rispettosa e più giusta dei primi abitanti dell'America....
....Sempre camminando, arrivammo in un luogo dall'aspetto diver-
so.
Il terreno non era tutto pianeggiante, ma intercalato da colline e
vallate. Molte di queste colline avevano un aspetto quanto mai
selvaggio.
Quando, in uno di questi luoghi pittoreschi, ci voltammo d'improv-
viso per contemplare l'imponente spettacolo che ci lasciavamo alle
spalle, scorgemmo con sorpresa fermo vicino alla sella dei cavalli
un Indiano che sembrava averci seguito passo passo.
Era un uomo di circa trent'anni, alto e ben proporzionato come lo
sono quasi tutti quelli della sua razza. I capelli neri e lucidi gli rica-
devano sulle spalle, meno due trecce trattenute in cima al capo.
Il viso era impiastricciato di nero e di rosso.
Indossava una specie di camiciotto azzurro cortissimo e 'mittas'
rossi, uno speciale tipo di pantaloni che arrivano a malapena a co-
prire la parte alta della coscia; ai piedi portava i mocassini. Un col-
tello gli pendeva al fianco, nella destra teneva una lunga carabina
e nella sinistra due uccelli appena uccisi.
Di primo acchito, la vista dell'Indiano ci riuscì sgradita.
Il luogo era poco adatto a parare un attacco: a destra, una foresta
di pini elevata a un'immensa altezza, a sinistra si apriva un profon-
do burrone e sul fondo scorreva un corso d'acqua che l'oscurità del
luogo ci impediva di vedere e verso il quale scendevamo alla cieca.
Imbracciare i fucili, voltarci di colpo e disporci sul sentiero di fron-
te all'Indiano fu affare di un attimo.
Anch'egli si fermò.
Per mezzo minuto regnò il più assoluto silenzio.
Il suo viso aveva le caratteristiche che distinguono la razza indiana
da tutte le altre. Negli occhi nerissimi brillava quel fuoco selvaggio
che sopravvive ancora nello sguardo dei meticci, ma che a poco a
poco va estinguendosi nella seconda o terza generazione di sangue
bianco.
Il naso era arcuato nel mezzo, lievemente schiacciato alla base, gli
zigomi assai sporgenti; la bocca molto larga lasciava intravedere due
file di denti di un candore abbagliante, prova evidente che il selvag-
gio, meglio abituato del suo vicino Americano, non trascorreva le
giornate a masticare tabacco.
Ho detto che nell'attimo nel quale ci eravamo voltati verso di lui
con le armi in mano, anche l'Indiano si era fermato. Si sottopose
al rapido esame della sua persona con assoluta impassibilità, lo
sguardo serio e immobile. Come si accorse che non vi era da par-
te nostra nessun senso di ostilità nei suoi confronti, si mise a sor-
ridere.
Per la prima volta potei osservare fino a che punto un'espressione
gioiosa poteva mutare radicalmente la fisionomia di questi selvag-
gi. In seguito potei constatarlo molte altre volte.
Il medesimo Indiano serio o sorridente sono due uomini comple-
tamente diversi. Nell'immobilità del primo domina una maestà sel-
vaggia che esprime un sentimento involontario di terrore. Appena
comincia a sorridere, il suo viso assume un'espressione d'ingenui-
tà e di cordialità che emana un autentico fascino.
Vedendo che il nostro uomo si era rasserenato gli rivolgemmo la
parola in inglese.
Ci lasciò parlare fino in fondo, poi ci fece cenno che capiva.
Gli offrimmo un po' d'acquavite che accettò senza esitazione e sen-
za ringraziamenti.
Sempre intendendoci a gesti gli chiedemmo un baratto, poi una
volta fatta conoscenza, lo salutammo con la mano e partimmo al
gran trotto.
Dopo un quarto d'ora di rapida marcia mi voltai e mi stupii di ve-
dere ancora l'Indiano dietro al mio cavallo.
Correva con l'agilità di un animale selvaggio, senza pronunciare
parola né affrettare l'andatura.
Ci fermammo e si fermò; ripartimmo e ripartì.
Ci lanciammo a tutta corsa: i nostri cavalli abituati al deserto su-
peravano ogni ostacolo.
L'Indiano raddoppiò la velocità della corsa.
Lo scorgevo ora a destra, ora a sinistra del mio cavallo saltare
le siepi ricadendo a terra senza rumore. Si sarebbe detto uno di
quei lupi del nord Europa che seguono i cavalieri nella speranza
che cadano da cavallo e possono essere divorati più facilmente.
La vista di quel personaggio immutabile che sembra volteggiare
al nostro fianco, ora scomparendo nell'oscurità della foresta, ora
ricomparendo in piena luce, stava diventando intollerabile.
Non riuscendo a capire che cosa spingesse quell'uomo a seguir-
ci d'un passo così precipitoso - forse da molto tempo prima che
lo scoprissimo - ci venne l'idea che volesse tenderci un'imbosca-
ta.
Eravamo immersi in questi pensieri, quando scorgemmo nel bo-
sco davanti a noi la canna di un'altra carabina......
(A. De Tocqueville, Viaggio negli Stati Uniti)
mercoledì 27 febbraio 2013
IL PIONIERE (4)
Precedenti capitoli:
il pioniere (Jim Bridger)
il pioniere (la stazione di ristoro)
il pioniere (i mormoni)
Prosegue in:
il Pioniere (5)
Jim Bridger continua a vivere nelle terre che ha esplorato e
nelle leggende dei montanari.
Come David Crockett è il simbolo dell'uomo dell'Est, Bridger
rappresenta il West.
Ma Bridger non divenne un eroe e un'attrazione come David
Crockett. La sua figura restò sempre marginale.
Il capitano W.F. Raynolds fu uno dei primi a raccogliere aned-
doti su Bridger.
Tra il 1859 e il 1860, quando Bridger era alla guida della spedi-
zione di Raynolds nella zona dello Yellowstone, trascorsero in-
sieme molte settimane nell'accampamento invernale che ave-
vano allestito e il vecchio montanaro intrattenne il giovane ca-
pitano con storie che successivamente descrisse come 'raccon-
ti di Munchausen troppo belli per andare perduti'.
Uno di questi narrava di un tronco di salice perfettamente pie-
trificato con i rami e le foglie in perfette condizioni e di conigli
ed altri animali anch'essi pietrificati e di cespugli pietrificati su
cui crescevano diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi grossi come
noci.
'Le giuro, signore, che è tutto vero' assicurò Bridger 'tant'è che
conservai qualche pietra per me stesso'.
Il generale Nelson Miles in seguito riportò un altro racconto
pietrificato di Bridger:
- Jim, sei stato a Zuni?
- No, non c'è l'ombra di un castoro da quelle parti.
- Ma, Jim, non esistono solo i castori nella vita. Sono stato
da quelle parti l'inverno scorso e ho visto piante meraviglio-
se con rami e cortecce completamente pietrificati.
- Oh,
replicò Jim
- quella sì che è pietrificazione. L'estate prossima vieni con
me nello Yellowstone e ti farò vedere alberi pietrificati sui
quali uccelli pietrificati cantano canzoni pietrificate.
Molte delle sue storie ruotavano attorno a una famosa rupe
nello Yellowstone, chiamata Obsidian Cliff, a volte descritta
come una mitica montagna di cristallo, 'un cristallo così tra-
sparente che nemmeno le lenti più potenti possono vederla,
né tanto meno l'occhio nudo. Ci si potrebbe chiedere come
sia stata scoperta una cosa che non si vede nemmeno.
Il fatto è che alla base della montagna furono trovate ossa
e carcasse di uccelli che probabilmente volavano verso la
montagna e vi sbatterono contro.
Una roccia invisibile, ma che, ha giudicare dalla qualità di
resti di animali alla sua base, deve essere stata davvero
alta'......
martedì 26 febbraio 2013
DAL DIARIO DELL' 'ITALIA' (4)
L'evento
Precedente capitolo:
Dal diario dell' 'Italia' (3)
La sagoma spettrale del dirigibile 'Italia' si levò nell'oscurità
che sovrastava lo scarsamente 'illuminato' campo di aviazio-
ne della città di Milano.
Era l'una e cinquantacinque del famigerato mattino del 16
aprile 1928: l'inizio del lungo viaggio che avrebbe condotto
l'aeronave fino alle isole Spitzbergen, base dei voli polari.
Le previsioni atmosferiche erano ostili, ma Nobile aveva ben
poca scelta (.. l'animo indomito del vero....italiano...): porta-
re a compimento la missione imponeva di muoversi prima che
le nebbie della breve estate artica calassero a oscurare la na-
vigazione.
- Ci sarà da combattere,
Malmgren, il meteorologo, era quasi entusiasta di quella
sfida.
- Ho studiato i rapporti sul tempo, e posso dire che per i
prossimi giorni non c'è nessun miglioramento in vista.
Nell'Artico, la 'bella stagione', usando un eufemismo, è l'ini-
zio della primavera, periodo in cui la notte senza fine dell'-
inverno comincia a schiarirsi prima dell'arrivo dei proble-
mi dell'estate.
Con l'nnalzarsi della temperatura, il pack comincia a inde-
bolirsi, rendendo il transito sul ghiaccio estremamente dif-
ficile. Inoltre, nebbie di ricondensazione si dilatano in cor-
tine impenetrabili, condannando senza appello qualsiasi o-
perazione dall'aria.
Era questo il periodo dell'anno, in bilico tra i freddi para-
lizzanti e i venti gelidi dell'inverno e i più caldi climi dell'-
estate, scelto per la trasvolata dell''Italia'.
Quando il dirigibile fece rotta verso le montagne della...
Germania, aveva a bordo 20 persone, 1600 chilogrammi
di equipaggiamento, 2000 chilogrammi di zavorra, 360
chilogrammi di petrolio e 4700 chilogrammi di carburan-
te.
Per un'aeronave delle dimensioni dell' 'Italia' si trattava
di un carico pauroso.
Eppure, il volo di trenta ore dalla valle del Po fino alla
sosta del campo di Stolp, sulla costa tedesca del Mar
Baltico, fu una delle crociere più rigorose e memorabi-
li nella storia dei dirigibili.
L' 'Italia' si trovò sotto l'assalto degli 'elementi' presso-
ché a partire dal momento stesso in cui si fu staccato dal
suolo.
Lungo tutti i 2000 chilometri di percorso, l'aeronave fu co-
stretta ad affrontare pioggia, grandine, neve, nebbia, for-
tissimi venti, ghiaccio e fulmini.
(W. Cross, Disastro al Polo)
domenica 24 febbraio 2013
STREGONI & ASIMMETRIE (non sono Mozart...) (4)
Precedente capitolo:
Stregoni con la chitarra (3)
Secondo l'opinione di Ernest Borneman ciò che precedette il
jazz di New Orleans prima del 1890 fu 'musica afro-latina,
simile a quella di Martinica, Guadalupe, Trinidad e Santo Do-
mingo'.
Sicuramente questa musica doveva avere incorporato qual-
che nozione di time-line pattern, mentre il resto della musi-
ca popolare della New Orleans del tardo XIX secolo, basata
su forme di danza europee come la mazurca, la polka, il val-
zer, la scozzese e la quadriglia, con una strumentazione e per-
fino un organico conformi allo standard europeo, si perpetuò
nei primi ensemble jazz di New Orleans.
Borneman sostiene che il jazz perse la sua 'sfumatura spagno-
la', e fu ridotto alla rigida applicazione di tempi 2/4 e 4/4, e-
sattamente durante gli anni in cui i jazzisti di New Orleans mi-
grarono a Chicago per effettuare le prime registrazioni.
Comunque in altre tradizioni del Sud maggiormente derivate
dall'Europa e solo leggermente africanizzate, i time-line pat-
tern furono assenti fin dall'inizio - ad esempio nella musica
per flauto e tamburi del periodo seguente alla Guerra Civile.
Che cosa sono i time-line pattern?
Con questo termine, coniato da J. H. Kwabena Nketia negli
anni 50, ci riferiamo a formule per lo più ad altezza unica,
eseguite percuotendo un oggetto dal timbro penetrante, co-
me una campana, il corpo di un tamburo, bastoncini a con-
cussione, e così via, che servono come dispositivi per tene-
re il tempo, orientando i musicisti e i danzatori.
E' stato A. M. Jones a scoprire per primo la loro struttura
trascrivendo questo tipo di pattern, per mezzo di una mac-
china trascrittrice di sua invenzione, presso i Babemba del-
lo Zambia e, successivamente, tra gli Ewe.
Questi pattern sono caratterizzati da una struttura asim-
metrica, irregolare, all'interno di un ciclo regolare, e va-
riano in ampiezza dal ciclo assai diffuso di 8 impulsi alle
più complesse asimmetrie disposte in un'intelaiatura di 24
impulsi.
Una struttura particolare, la cui invenzione potrebbe esse-
re coincidente con i primi stadi di formazione di famiglie
di lingue africane Kwa e Benue-Congo sulla costa di Gui-
nea e nell'area delle praterie della Nigeria e del Camerun,
è il ben noto pattern a 12 impulsi chiamato 'pattern-stan-
dard', termine coniato da A.M. Jones in occasione di al-
cune conferenze degli anni '50 e introdotto nella lettera-
tura da Anthony King.
Durante la tratta degli schiavi questo pattern venne espor-
tato in varie aree dei Caraibi, Cuba soprattutto, e in Brasi-
le, dove sopravvive nelle cerimonie religiose Candomblé.
I time-line pattern africani sono determinati matematica-
mente:
1) dal loro 'numero-ciclico', cioè il numero delle unità di
impulsi elementari costitutivi contenute nel ciclo comple-
to che si ripete, di solito 8, 12, 16 o 24;
2) dal 'numero di colpi' distribuiti nel ciclo, ad esempio
5,6, 7 o 9 colpi;
3) dalla 'natura asimmetrica della loro distribuzione' che
genera due sotto-pattern, del tipo 3+5, 5+7, 7+9 o 11
+13 impulsi.
Ogni time-pattern asimmetrico ha un aspetto manifesto
e uno latente.
La parte uditivamente percettibile è integrata da un pat-
tern silenzioso non udibile.
I time-line-pattern-asimmetrici costituiscono un quarto
livello di organinizzazione soggettiva del tempo presente
in alcune culture musicali africane e nelle loro estensioni
afroamericane nei Caraibi e in Brasile.
Alla luce di ciò, qual è la spiegazione plausibile per la
loro assenza in America del Nord?
E' possibile ricostruire esattamente ciò che accadde alle
varie tradizioni che vennero importate in Virginia e nelle
altre colonie britanniche a partire dal 1619, e poi negli
Stati Uniti tra il 1783 e il 1859? (teoricamente è ancora
possibile verificare questa asimmetria......).
giovedì 21 febbraio 2013
DON JUAN (8)
Precedenti capitoli:
l'arte di sognare (6) &
due orologi (7)
Il primo obiettivo di don Juan fu quello di aiutarmi a percepire
l'energia così come fluisce nell'Universo.
Nel mondo sciamanico tale percezione è il primo, indispensa-
bile passo verso una visione più completa e più libera di un si-
stema cognitivo differente.
Nell'intento di suscitare in me una reazione visiva, don Juan u-
tilizzò altri elementi cognitivi nuovi.
Uno dei più importanti di questi era la cosidetta 'ricapitolazio-
ne', e consisteva in un riesame sistematico e capillare della
propria esistenza, segmento dopo segmento, effettuato non in
un'ottica critica bensì nell'intento di comprenderla e di modifi-
carne il corso.
Secondo don Juan, una volta che il praticante ha riesaminato
la propria esistenza con il distacco richiesto dalla ricapitola-
zione, per lui diventa impossibile tornare alla vita di prima.
'Vedere' l'energia così come fluisce nell'Universo equivaleva
per don Juan alla capacità di vedere un essere umano come
un 'uovo luminoso' o 'una sfera luminosa' di energia, e di di-
stinguere in questa sfera luminosa un insieme di caratteri-
stiche comuni a tutti gli uomini, come un punto interno di
luce più intensa.
Per gli sciamani era in quel nucleo di luminosità, da loro nomi-
nato 'punto di unione', che la percezione si trasformava in uni-
tà.
Arrivavano quindi ad ampliare tale considerazione fino ad as-
serire che proprio in quel punto veniva a forgiarsi la nostra co-
gnizione del mondo.
Per quanto bizzarro potesse apparire, don Juan Matus aveva
ragione, perché è proprio questo che accade.
La percezione degli sciamani, di conseguenza, era soggetta a
un processo diverso da quello che sta alla base della percezio-
ne dell'uomo comune.
La percezione diretta dell'energia, sostenevano, li conduceva
a quelli che essi chiamavano i 'fatti energetici'. Con questa de-
finizione indicavano una visione ottenuta appunto 'vedendo'
direttamente l'energia, e che portava a conclusioni definitive
e irriducibili, cioè non inquinate da speculazioni e congetture
né da tentativi di adattarle al nostro sistema interpretativo
comune.
Don Juan sosteneva che per gli sciamani della sua stirpe era
un fatto energetico che il mondo intorno a noi sia definito da
processi cognitivi, e che tali processi non siano inalterabili,
né codificati una volta per tutte.
In realtà sono legati all'esercizio, all'uso e alla praticità. Que-
sta riflessione portava a un altro 'fatto energetico': i proces-
si della cognizione comune sono il prodotto della nostra edu-
cazione, e nient'altro.
Don Juan Matus sapeva con assoluta certezza che quanto mi
diceva sul sistema cognitivo degli antichi sciamani messicani
era reale.
Inoltre, lui era un 'nagual', ossia un leader naturale, un indivi-
duo capace di 'vedere' i 'fatti energetici' senza alcun detrimen-
to per il suo benessere.
Era quindi in grado di guidare gli altri uomini lungo percorsi
di pensiero e percezione impossibili a descriversi.
(C. Castaneda; Fotografie di Josh Adamski)
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