giuliano

sabato 4 aprile 2015

I SENTIERI DI JONATHAN:'Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la Terra; soggiogatela e dominatela sui...' (4)

















Precedenti capitoli:

I sentieri di Jonathan (3)

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I sentieri di Jonathan (5)













la montagna con i polmoni e i muscoli di un vecchio montanaro’.
Un testimone racconta una storia diversa…
Edgardo Camosi, 86 anni, (alla data dell’articolo di Ardito…), scia ancora. Vive in uno chalet di legno che si è costruito da solo tra i faggi. E’ stato guida alpina (‘ma qui l’alpinismo non interessava a nessuno’), poi il maestro di sci più famoso nei ruggenti anni Cinquanta. L’elenco dei suoi allievi include Gina Lollobrigida e Sylva Koscina, Vittorio Gassman e i rampolli (bulli di oggi…) della nobiltà romana (a questo punto mi par logico parafrase la celebre frase di Totò, non certo il Totò di Lombrosiana memoria: ‘…ed io - cari voi - lo nacqui…’) come i Chigi, i Pignatelli, i Massimo. Negli anni Trenta Camosi era il solo ad insegnare.
‘Mussolini non sciava. Al massimo camminava un po’ sugli sci, con la scorta che teneva lontani i curiosi. Poi si faceva fotografare a torso nudo, e si ritirava nel suo appartamento al Roma. Sciavano, e bene, le sorelle Myriam e Claretta Petacci, l’amica del Duce. Nonostante la retorica del regime, nessun gerarca ha mai messo gli sci ai piedi’.




La guerra e la caduta del fascismo (oddio, caduta mi par fuori luogo, è mai caduto il fascismo?) lasciano il Terminillo tranquillo. Solo un aereo alleato, nel 1943, scambia per una postazione militare il rifugio Umberto I sulla cima del Terminiletto e lo danneggia con una bomba (ancor oggi, parafrasando Totò, avvengono di questi ‘errori…’). Nel 1945 arriva sulla montagna un altro protagonista importante. Si chiama Willy Acherer, è nato a Merano, come molti giovani del Sud Tirolo, italianizzato a forza dopo il 1918, si è arruolato nella Wehrmacht tedesca. Prigioniero in un campo di Terni, viene arruolato a forza per insegnare – Camosi si è appena rotto una gamba – lo sci ai piloti della Raf britannica di stanza negli aeroporti del Lazio.
La pace torna, e Acherer rimane al Terminillo.
 Apre un noleggio di sci, poi un piccolissimo negozio, infine una fornita boutique. Appena ha un momento, scappa verso la montagna. ‘In quegli anni’, racconta, ‘molti dei frequentatori più famosi, come Farouk d’Egitto, Anita Ekberg e vari politici italiani, non pensavano neppure di sciare, tanto è vero che molti maestri di sci si trasformeranno in plyboy’. Invece Willy Acherer scia e come. L’uno dopo l’altro, percorre i canaloni più ripidi, i pendii più difficili.  ‘Noi dell’Alto Adige, a quel tempo, conoscevamo solo lo sci-alpinismo: su a piedi e giù in sci. Per vent’anni mi hanno dato del pazzo, quando qualcuno vedeva una traccia sul ripido diceva: ecco la firma di Willy!’.




‘Io ci ho messo un po’ a capire il Terminillo, poi mi sono innamorato. Sulle Alpi non esistono bufere violente come quelle di qui. Nessuna neve alpina è piacevole come quella delle montagne mediterranee a primavera’, confida Acherer. ‘Ogni anno a maggio invito degli amici, li faccio sciare sulle ultime nevi del Terminillo e del Gran Sasso. Tornano a casa entusiasti’. L’Aria di queste montagne ha fatto bene anche a lui. A 73 anni, cammina, arrampica e scia come un ragazzo. Oggi i canaloni che Acherer ha esplorato per primo sono tra i più frequentati dell’Appenino. Dai 1.820 metri del rifugio Sebastiani basta un’ora per salire ai 2.216 della cima. In discesa, le nevi del Canalone centrale, del Vallone della Mèta, della Valle Scura sono ripide e invitanti. Dalle creste il panorama spazia verso il Gran Sasso, i Sibillini, la Laga, ma anche verso i monti della Tolfa, il Tevere, il mar Tirreno.
E non c’è soltanto lo sci…




Per migliaia di alpinisti del Lazio, incluso chi scrive, il Terminillo è la palestra ideale per usare piccozza e ramponi. In buone condizioni, in canaloni che guardano la Sella di Leonessa non pongono problemi. Tuttavia, con la sottile crosta di ghiaccio dell’inizio dell’inverno, salite come la via Chiaretti-Pietrostefani del Terminillo o la parete Nord del monte Elefante diventano impegnative. All’alpinista e allo sciatore in cerca di nevi intatte questo ‘Terminillo selvaggio’ consente una piacevole illusione. Quella di non vedere, o avvistare solo da lontano, seggiovie e palazzoni, brutture edilizie e strade inutili. Alla storia che abbiamo raccontato, infatti, mancano le pagine finali. Le peggiori. Dopo i torpedoni degli anni trenta e la mondanità degli anni che vanno dal ritorno della pace fino al 1960, politici e attori migrano verso Saint-Moritz e Cortina. Lo sci diventa di massa. Negli anni Sessanta e Settanta, la speculazione edilizia che ha sfigurato Roma e la costa raggiunge la montagna.




Nei sogni della borghesia romana (per dirla alla Moretti: ‘videoregistratore e pantofole’…), oltre alla villetta a Fregene, c’è l’appartamento al Terminillo. A pian de’ Valli, ridisegnato dai palazzinari romani, i 32 condomini e le oltre cento ville sorgono nel disordine più assoluto, con un acquedotto inadeguato e senza fogne. Nel 1980 la magistratura finalmente interviene: gli scheletri dei palazzi sequestrati appaiono ancora nel bosco. Poi le cose cambiano ancora. Automobili e strade migliori, prezzi più bassi, un’offerta di piste senza paragoni con l’Appenino spostano la settimana bianca dei romani verso l’Alto Adige o il Trentino. Altra concorrenza arriva dalle nuove stazioni abruzzesi come Campo Felice. Tra il 1975 e il 1986 i pernottamenti negli alberghi del Terminillo è a un bivio. Il ‘Piano di coordinamento’ varato nel 1974 dall’Ente provinciale per il turismo di Rieti, e mai ufficialmente smentito, prevede di quadruplicare gli impianti e di triplicare le piste. A Leonessa, il progetto di un tunnel verso Rieti è sostenuto da molti: a farne le spese sarebbero i faggi della Vallonina e le rocce del vallone di Lisciano.
‘Dove gli impianti già ci sono, i cannoni per la neve artificiale sembrano il rimedio giusto e universale. Ma a che servono, se non c’è acqua per alimentarli e se non gela?’, si chiede amaramente Alberto Bianchetti, alpinista e consigliere comunale a Rieti. L’alternativa è un Terminillo diverso, migliore. Una montagna con un versante agli impianti e allo sci, e un altro lasciato libero per le camminate nelle foreste del versante di Albaneto e Piedelpoggio, l’osservazione della fauna e della flora, le gite con ai piedi i ramponi o gli sci.




‘Questa montagna ha un passato straordinario che la monocultura dello sci ha cancellato. Sono state dimenticate la storia della transumanza delle greggi verso la campagna romana e quella dei venditori di neve di Antrodoco e Micigliano, che ancora all’inizio del secolo portavano a Rieti e a Roma la materia prima per gelati e sorbetti. Tradizioni, leggende, architettura sono altri filoni da valorizzare’, sottolinea l’alpinista Roberto Marinelli. Un progetto di parco naturale esteso su 24.000 ettari è stato messo a punto nel 1988 da Cai e Wwf reatini, e presentato alla Regione Lazio nelle due ultime legislature. La scelta di far convivere sci di pista e Natura è già passata sui massicci vicini: nel Parco del Gran Sasso-Laga e in quello dei Sibillini. Ma al Terminillo l’opposizione è maggiore. Troppo forte, per la gente di Rieti, di Cantalice, di Micigliano, di Leonessa è stata per decenni l’illusione che lo sci fosse la soluzione a tutti i mali.
In una giornata di dicembre di tre anni fa, nel bel mezzo di un’autentica bufera di neve, salii alla vetta del Terminillo con chi aveva elaborato il progetto – Giuliano Colantoni di Rieti, Luciano Santi di Leonessa, ed altri amici che sarebbe troppo lungo citare – e con un centinaio di soci di Mountain Wilderness e Cai. ‘Per il Parco dei monti reatini’, diceva lo striscione che aprimmo insieme sulla cima. Altre manifestazioni seguiranno, ma finora da parte delle istituzioni, nessun cenno. La Regione non si muove né per il parco né contro; gli scandali di Tangentopoli e dintorni hanno messo in disparte i progetti più faraonici e costosi. Oggi la ‘montagna di Roma’ è nel limbo.




Ne uscirà?
I promotori del parco lo sperano.
Le aquile della Valle Scura, i lupi che ancora percorrono i crinali e le foreste, le orchidee selvatiche e i 17.000 faggi minacciati dai tagli aspettano con fiducia.

(Airone montagna, Stefano Ardito, Inverno 1993; nelle parentesi riflessioni del curatore del blog)

















mercoledì 1 aprile 2015

I SOGNI DI JONATHAN: pellegrinaggio nella Natura (2)





































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Pellegrinaggio nella Natura (1)

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I sentieri di Jonathan (3)













.....gioco, e tutto il mio corpo era in tensione come quello dei nostri antenati cacciatori……

(con una differenza, io non sono un cacciatore, ma evoluto nella sostanza e ciclicità della Natura, certo debbo sopravvivere nelle regole e ragioni della Natura, nella legge del più forte, altrimenti anche in tutta questa bellezza perirei, ma so dissetarmi al ciclo delle nascite nell’ipotesi dello Spirito, ed anche se il mio corpo ha fame, se il mio sangue abbisogna di nutrimento, so appagare e nutrire il mio Spirito con ciò di cui l’umile foresta sa offrirmi che non sia cosa viva, quella la consegno al giudizio ed al suo Pensiero, Pensiero di un Primo Dio, perché so che ogni essere che si muove una sua Parola. La volpe che mi scruta, il lupo che mi segue, le sentinelle che mi guidano, alte nel cielo. Ogni movimento, ogni battito d’ali, ogni orma è una sua invisibile Parola, ogni sospiro di vento una invisibile simmetria della sua Opera. Una voce specchio dell’Ingegno e dell’umano in Lui evoluto e in questa Natura cresciuto. Benvenuta, dunque, volpe che mi spia, da qualche parte un essere evoluto è in grado di imitare il tuo passo astuto, ma te sei Natura, lui un essere non del tutto cresciuto nel pensiero in te evoluto. Benvenuto lupo, tu predatore della foresta, vivi quale Eretico senza rimorso e ritegno e l’odio dell’uomo è la tua pena perché hai adorato la Natura e la sua voce ti ha insegnato una lingua senza perdono e clemenza. Il gregge che divori sai composto da un Secondo Dio, non conosce l’esilio della Verità al capezzale del suo falso progresso condito con qualche preghiera. Per questo divori, e riflesso nel tuo occhio lo specchio del suo, non del tuo scempio. Nell’occhio il ricordo del rogo, nello Spirito il martirio sacrificato alla verità di chi pensano senza Dio, da chi prega un falso Dio. Benvenuto Pensiero che voli libero ed alto nel cielo, sentinella e messaggero, senza la tua Parola non potrei scrivere la Rima, senza il ramo antico su cui posi il tuo sorriso come una vita passata e una speranza futura, io non potrei rinascere alla tua eterna ora. Benvenuta morte, riflessa nell’occhio, illumina il cielo, quello che pur non sapendo ogni essere contempla e prega, pensiero muto di un Dio per sempre taciuto!)




….Questo progetto mi ha cambiato.
Sento il ricordo ridestarsi (come vite passate…) quando rivisito i luoghi dove le fotografie (se furono e sono fotografie..) sono state scattate. Le emozioni provate nel momento che fisso il Pensiero nell’Eternità dell’atto. Questo esercizio rituale rivolto alla Natura, (non nella ricerca della preda, nell’espressione consueta del cacciatore che sazia la fame, o peggio che sazia l’istinto represso sfogando nell’esercizio della violenza la sua Natura corrotta, ma nella muta contemplazione di ciò che siamo eravamo saremo e diventeremo). Questo esercizio mi ha fatto ricordare cose che avevo dimenticato e mi ha guidato verso reconditi significati di Preghiera e di omaggio: una personale mitologia che celebra la vita, segna una svolta della mia carriera e rende onore al ciclo della Natura in questa foresta espressione di vita.




Le due ultime fotografie – il sole allo zenith appena sopra l’orizzonte nel giorno più corto dell’anno, la foresta illuminata dalla luna appena dopo la mezzanotte nella notte più lunga dell’anno – indicano la conclusione del mio progetto e l’antica misura di un periodo di Tempo che non abita nei nostri calendari. E’ una terza stagione tra l’autunno e l’inverno; i frutti di carne e di fibra sono maturati nell’estate, e la vita si fa tenue, anche malinconica. Secondo gli antichi miti norvegesi, il sole era sempre di fretta, incalzato attraverso i cieli da un lupo chiamato ‘Skoll’, che avrebbe finito per catturarlo. Anche la luna è inseguita da un lupo, ‘Hati’, che alla fine dei tempi la divorerà.
Così il Tempo corre, con i lupi alle calcagna!




Per uno come me, che ha passato tanta della sua vita a inseguirli c’è senz’altro dell’ironia nel fatto che siano ora loro, incalzando il Tempo, a farmi affrettare verso il traguardo finale. Anche se uso strumenti moderni, io sento che il mio lavoro è imparentato con quello degli antichi artisti che, alla fiamma fumosa di candele di sego crearono le loro pitture rupestri di Lascaux. Nessuno saprà mai perché composero quelle scene meravigliose, ma io sospetto che, nello sforzo di sopravvivere alla Natura, quelle antiche genti avevano capito che dovevano diventare tutt’uno con essa.
Con animo colmo di rispetto, io ripeto oggi quella comunione, incalzato solo dalla luce di un veloce, famelico giorno.

(Jim Brandenburg per Airone, Novembre 1998; nelle parentesi riflessioni del curatore del blog) 



















                          

domenica 15 marzo 2015

SILENZIO BIANCO (2)



















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Silenzio Bianco &

l'uomo peloso (il regno dell'odio) (4/1)













Così trascorse il giorno.
Il fiume si piegava in una larga ansa, e Mason diresse la sua muta verso
la scorciatoia attraverso la stretta lingua di terra.
Ma i cani si arrestarono di fronte al ripido argine.
A più riprese scivolarono indietro, nonostante Ruth e Malemute Kid spin-
gessero la slitta. Poi si concentrarono in un ultimo sforzo. Le povere be-
stie, deboli per la fame, ce la misero tutta. Più in alto - più in alto - la slit-
ta era già in bilico sul bordo della sponda, ma il cane di testa tirò sulla de-
stra la fila di cani che lo seguivano, inciampando nelle racchette di Mason.
Il risultato fu disastroso.....
Mason finì per terra; uno dei cani cadde impigliato nei finimenti; e la slitta
rotolò indietro trascinadosi tutto appresso....
Splash! la frusta si abbatté selvaggiamente sui cani, e con maggior forza
su quello che era caduto.
- Lascia perdere, Mason,
implorò Malemute Kid;
- la povera bestia non sta in piedi. Aspetta che attacchiamo la mia muta.




Mason trattenne ostentatamente la frusta fintantoché l'amico ebbe pronun-
ciato l'ultima parola, e poi la sferza sibilò un'altra volta, arrotolandosi com-
pletamente intorno al corpo del colpevole.
Carmen - perché di Carmen si trattava - si accucciò terrorrizzata e treman-
te nella neve, guaì pietosamente, poi rotolò sul fianco.
Fu un momento tragico, un penoso incidente della traversata: un cane mo-
rente, due compagni infuriati l'uno contro l'altro.
Ruth guardò preoccupata dall'uno all'altro. Ma Malemute Kid li trattenne,
e, gli occhi carichi di rimprovero, piegandosi sul cane, tagliò i finimenti.
Non fu pronunciata parola.
Le mute vennero accoppiate e la difficoltà superata; le slitte ripresero ad
andare, mentre il cane morente si trascinava dietro la fatica. Finché un
animale è in grado di camminare, non gli si dà il colpo di grazia, e gli si
concede quest'ultima possibilità: trascinarsi  fino all'accampamento, se ci
riesce, nella speranza che sia stato ucciso un alce.




Già pentito del suo gesto d'ira, ma troppo orgoglioso per scusarsi, Mason
faticava alla testa della processione, lungi dall'immaginare il pericolo che
imcombeva su di lui.
Gli alberi erano fitti nel riparato fondovalle, attraverso il quale stavano
aprendosi una strada. A una quindicina di metri dalla pista si ergeva un
pino maestoso.
Stava lì da secoli, e da secoli il destino lo teneva pronto per quest'ora;
lo stesso destino che aveva decretato la fine di Mason. Egli si chinò per
legarsi un laccio del mocassino.
Le slitte si fermarono e i cani si lasciarono andare nella neve senza un
gemito. La quiete immobile sembrava quasi soprannaturale; non un re-
spiro percorreva la foresta incrostata di ghiaccio: il freddo e il silenzio
dello spazio esterno avevano gelato il cuore e percosso le tremule lab-
bra della Natura.




Un sospiro vibrò nell'aria; più che udirlo essi lo percepirono, come pre-
monizione di movimento in un vuoto immobile.
Poi il grande albero, affaticato dal suo peso di anni e di neve recitò la
sua ultima parte nella tragedia della vita.
Mason udì l'avvisaglia dello scricchiolio, tentò di porsi in salvo fuggendo,
ma ancora non si era rimesso in piedi che fu colpito in pieno, su una spal-
la.
Il pericolo imprevisto, la morte repentina, quante volte Malemute Kid a-
veva dovuto affrontarli!
Gli aghi di pino non avevano ancora finito di vibrare che già era entrato in
azione e dava ordini. Né dal canto suo la giovane indiana svenne o comin-
ciò a lamentarsi, come avrebbero fatto molte sue sorelle bianche.
Al suo ordine, si appoggiò con tutte le forze all'estremità di una leva im-
provvisata, alleggerendo la pressione dell'albero; poteva udire i gemiti del
marito, mentre Malemute Kid attaccava l'albero con l'accetta.




L'acciaio cantava gaio penetrando nel tronco gelato; ogni colpo era accom-
pagnato da un profondo respiro e dallo 'Huh!', 'Huh!' del boscaiolo.
Alla fine Kid adagiò sulla neve il penoso oggetto che una volta era stato un
uomo. Ma più penosa della sofferenza del suo compagno era la muta ango-
sciata dipinta sul volto della donna, l'espressione incredula, in cui si mesco-
lavano speranza e disperazione.
Si scambiarono poche parole: quelli del Nord imparano presto la futilità delle
parole, l'inestimabile valore dei fatti. A 50° sotto zero un uomo non può gia-
cere per molti minuti nella neve e...sopravvivere.
Furono quindi tagliati i finimenti della slitta, e il ferito avvolto nelle pelli, ven-
ne adagiato su un giaciglio di rami. Davanti a lui crepitava un fuoco, fatto con
lo stesso legno che aveva provocato l'incidente.
Dietro e e in parte al di sopra gli venne steso un riparo primitivo - un pezzo
di  tela, che tratteneva e gli rimandava il calore radiante - un trucco che im-
pararono a conoscere coloro che studiano la fisica alla sorgente.
E gli uomini che hanno condiviso il letto con la morte sanno quando l'ora è....
suonata.




Mason aveva tutte le ossa fracassate: bastava un'occhiata a capirlo.
Rotti il braccio e la gamba destra e la schiena; la parte inferiore del corpo
paralizzata dalla vita in giù: e con ogni probabilità anche gravi lesioni inter-
ne.
Qualche raro lamento era il suo unico segno di vita.
Nessuna speranza.
Niente da fare.
La notte impietosa avanzava furtiva e lenta su Ruth, chiusa nel disperato
stoicismo della sua razza e su Malemute, che aggiungeva nuove rughe sul-
la sua faccia di bronzo. In effetti, Mason era quello che soffriva di meno
di tutti, perché si trovava ora nel Tennessee orientale, sulle Great Smoky
Mountains, intento a rivivere scene della sua fanciullezza. E più patetica di
tutto era la melodia del dialetto del Sud, da lungo tempo dimenticato, men-
tre delirava di nuotate nelle marrane e cacce al racoon e furti di meloni.
Era arabo per Ruth, ma Kid capiva e sentiva rimescolarsi dentro, provava
ciò che può provare soltanto chi è stato tagliato fuori, per anni, da tutto
ciò che significa civiltà.....
Al mattino l'uomo colpito riprese conoscenza, e Malemute Kid si chinò
più vicino per afferrare i suoi bisbigli.




- Ti ricordi quando ci incontrammo sul Tanana quattro anni fa per la corsa
sul ghiaccio? Non mi importava tanto di lei allora. Era carina, certo, e la
cosa era emozionante.
Ma sai, ci ho pensato molto. E' stata una buona moglie sempre al mio fian-
co nei momenti difficili. E nel commercio, nessuno la batte!
Ti ricordi quando affrontò le rapide di Moosehorn per tirarci giù da quella
roccia, mentre le pallottole frustavano l'acqua come grandine? E il periodo
della carestia a Nuklukyeto? O quando correva, sul fiume ghiacciato per
portare le notizie?
Sì, è stata una buona moglie per me, meglio dell'altra. Non sapevi che mi
era già capitato? Non te l'avevo mai detto, eh? Be', ci avevo provato una
volta, giù negli Stati Uniti. E' per questo che sono qui. Eravamo pure cre-
sciuti insieme. Sono venuto via per darle la possibilità di ottenere il divor-
zio.
L'ha avuta.




- Sono un uomo finito, Kid.... Tre o quattro sonni al massimo. Tu devi
proseguire..... Io ti supplico, come ultimo desiderio, di andare avanti....
- Dammi tre giorni,
implorò Malemute Kid.
- Forse migliori; può succedere qualcosa.
- No.
- Solo tre giorni.
- Devi proseguire. Devi proseguire......
- Un giorno.
- No, no! Ti ordino....
- Solo un giorno. Con il cibo ce la possiamo fare, e poi potrei imbat-
termi in un alce.
- No... va bene; un giorno, ma non un minuto di più.......

(Jack London....)















 

venerdì 13 marzo 2015

L'UOMO PELOSO (il regno dell'odio...) (4)










































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L'uomo peloso (3)

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Silenzio bianco













Sotto la tutela della divinità folle Zanna Bianca diventò un demonio.
Era tenuto incatenato in un recinto dietro il forte dove Bellezza Smith
lo maltrattava e pungolava, esasperando la sua indole selvaggia.
L'uomo aveva scoperto subito la suscettibilità di Zanna Bianca se de-
riso e ne approfittava, provocandolo prima, e poi mettendosi a ridere.
La sua risata era larga e sprezzante e aveva l'abitudine di additarlo scher-
nendolo, cosa che esasperava il furore di Zanna Bianca. In quei momenti
il lupoperdeva del tutto la ragione e nei suoi trasporti di collera diventava
ancora più folle di Bellezza Smith.




In precedenza era stato un accanito nemico della propria specie, ma ora
stava diventando nemico di tutti e di tutto, più spietato e feroce che mai.
I tormenti che gli venivano inflitti lo condussero a un odio cieco e assolu-
to, irragionevole fino alla pazzia.
Odiava la catena che gli impediva i movimenti, gli uomini che lo guardava-
no con curiosità attraverso le sbarre del recinto, i cani che accompagnava-
no gli uomini e che gli ringhiavano contro, deridendo la sua impotenza.
Odiava persino il legno del recinto che gli faceva da prigione. Prima di tut-
ti, però, dopo tutti, sopra tutti, odiava Bellezza....




Ovviamente Bellezza aveva un suo scopo preciso nel trattare Zanna Bian-
ca a quel modo. Un giorno attorno al recinto si raccolse un gruppo di uo-
mini, Bellezza Smith vi entrò brandendo un bastone, e tolse la catena dal
collo di Zanna Bianca.
Appena l'uomo fu uscito, Zanna Bianca prese a girare liberamente e si
scagliò con forza contro le sbarre nel tentativo di raggiungere gli uomini
che se ne stavano fuori.
Era magnifico e terribile....




Lungo almeno un metro e mezzo e alto settantacinque centimetri al garre-
se, era più robusto e più poderoso di un normale lupo della sua età. Dalla
madre aveva ereditato le più imponenti proporzioni del cane e così, senza
un briciolo di grasso superfluo, arrivava a pesare oltre quaranta chili.
Era tutto muscoli, ossa, nervi, quindi nelle migliori condizioni per combatte-
re. La porta del recinto si stava aprendo di nuovo, Zanna Bianca si fermò
e si fece attento: stava accadendo qualcosa di insolito.




La porta fu aperta quasi del tutto per far entrare un enorme cane, quindi fu
richiusa con violenza. Zanna Bianca non aveva mai visto un cane simile
(un mastino...), ma nemmeno le dimensioni eccezionali e l'aspetto feroce
dell'intruso lo sgomentarono. Ecco qualcosa, né di legno né di ferro, su cui
sfogare il odio represso.
Con un balzo gli fu addosso, un turbinio di zanne s'abbatté contro il masti-
no, aprendogli una larga ferita di lato. Il bestione (ben addestrato) scosse
la testa e con un sordo brontolio si scagliò a sua volta contro Zanna Bianca.
Ma Zanna Bianca era qua, e poi là, era dovunque e inafferabile, sempre in
grado di sfuggirgli e di evitarlo, sempre pronto ad azzannare, ferire e riti-
rarsi fulmineamente.




Gli uomini fuori gridavano e applaudivano, Bellezza seguiva gongolante, in
beata estasi, l'atroce esibizione offerta da Zanna Bianca. Fin dall'inizio non vi
era stata alcuna speranza per il mastino, che, lento e pesante, esitava troppo
prima di attaccare. Infine, mentre Bellezza, con in mano il bastone, teneva a
distanza Zanna Bianca, il mastino fu trascinato fuori e consegnato al legittimo
proprietario.
Quindi gli scommettitori fecero i conti e le monete tintinnarono nelle mani di
... Bellezza....

(J. London) 



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 La Natura: ciao... 'Bellezza'...


















giovedì 12 marzo 2015

L' UOMO PELOSO (2)












































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l'uomo peloso &

Alcatraz Island (6)

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l'uomo peloso (3)














Gli piaceva correre nei letti asciutti dei torrenti, e strisciare
spiando la vita del bosco.
Riusciva a restare disteso per un giorno intero, nel sottobo-
sco, dove poteva vedere le pernici che si pavoneggiavano
becchettando avanti e indietro.
Ma, soprattutto, gli piaceva correre nel pallido crepuscolo
della mezzanotte estiva, ascoltare il mormorio sonnolento e
soffocato della foresta, leggere i rumori come gli uomini leg-
gono in un libro, in cerca di quell'alcunché misterioso che lo
richiamava: che chiamava, nella veglia e nel sonno, tutti i
momenti, per farlo andare.




Una notte balzò nel sonno con un sussulto, l'occhio sbarrato,
le narici che fremevano annusando, e la criniera che si riz-
zava a ondate successive.
Dalla foresta era giunto il richiamo (o una sua nota, poiché
il richiamo consisteva di molte note, - non le note dell'uomo
peloso, ma le vere note della vita -) chiaro e distinto come
mai lo era stato: un lungo ululato simile (ad un temporale
improvviso), e tuttavia non identico, al suono emesso da
un cane eschimese (ammaestrato e ben educato dal suo...
padrone).
Come una nota o una diversa grammatica di vita, una
pagina diversa di letteratura, non era un cane ammaestra-
to del branco di un qualche padrone...non era la solita pa-
ginetta di letteratura, ma una rima strana un frammento
che desta spavento....




Egli lo riconobbe, in quel modo consueto, come un suono
già udito prima. Come se la vita e le sventure e anche le ...
fortune avessero diviso in un tempo passato, remoto, lon-
tano da quel... volgo....
Si lanciò attraverso il campo addormentato, e, rapido e
silenzioso, si precipitò attraverso i boschi. A mano a ma-
no che si avvicinava al grido, rallentava il passo, divenen-
do cauto a ogni movimento (l'uomo peloso intanto...);
finché giunse a uno spiazzo tra gli alberi.
Qui, osservandosi attorno, accucciato e col busto eretto,
il naso puntato verso il cielo, un lungo e magro lupo dei
boschi (che sembrava aver sofferto...).




Non aveva fatto rumore, e, tuttavia, il lupo cessò l'ulula-
to e si pose a fiutare la sua presenza.
Buck uscì nello spiazzo con passo misurato, il corpo rac-
colto e un po' abbassato, la coda rigida e dritta, e i piedi
che toccavano il terreno con insolita cautela.
Ogni mossa era, assieme, un atto di minaccia e una pro-
posta d'amicizia. Era la tregua minacciosa che segna l'in-
contro di bestie selvagge in cerca di libertà.
Ma, il lupo, fuggì dalla sua vista, ed egli lo inseguì con
balzi felini, in una frenesia di raggiungerlo.....
 
(J. London, Il richiamo della foresta)

(Prosegue...)























martedì 10 marzo 2015

LA FORZA DELLA POESIA (2)









































Precedente capitolo:

Non c'è vita notturna qui...













Nessuna idea può turbare la mia insana condotta
Né rimuovere la dura scorza del mio Spirito.
Non mi ferisci, la tua mano non può
Indurmi a ricordare e a esser triste.
Io ti prendo con me, dolce pena
E ti rendo più aspra e violenta col mio gelo (e col mio Silenzio),
Con la mia rete  che incomincia a rompere
Le fibre, o il filo dei sensi.
Nessun amore può forare
La spessa corazza di cuoio,
La dura crosta irrovesciabile
Che nasconde il fiore al profumo
E non mostra il frutto al sapore;
Nessuna onda può pettinare il mare
E incanalarsi in saldo sentiero.
Ecco l’Idea che viene
Come un uccello nella sua leggerezza,
Sulle vele delle esili ali
Bianche per l’acqua sollevata.
Vieni, stai per perdere la tua freschezza.
Vuoi scivolare da te nella rete,
O devo io trascinarti
Nella mia esotica compostezza?

(Dylan Thomas, No thought can trouble my unwholesome pose)






















domenica 8 marzo 2015

UN INCONTRO (..calcolato... lì vicino al mercato...) (15)







































Precedente capitolo:

Il ruolo dell'Intellettuale: la nausea (14)













I canaletti, le trincee, i sottili solchi che corrono tra le conchiglie, tra un
ora saranno strade, ed io camminerò in quelle strade, tra i 'muri'.
Quei minuscoli ometti neri che distinguo in via Boulibet, tra un'ora sarò
uno di loro.
Come mi sento distante da loro, dall'alto di questa collina.
Mi sembra di appartenere ad un'altra specie.
Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e
le piazze con un'aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una 'bella
città borghese'.




Non hanno paura, si sentono a casa loro.
Non hanno mai visto altro che l'acqua addomesticata che esce dai rubinet-
ti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l'interruttore, che
gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali.
Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che
il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto




cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i
giorni alle sedici d'inverno, e alle diciotto d'estate, il piombo fonde a 335
gradi, l'ultimo tram parte dal Municipio alle 23 e 5.
Son pacifici, un po' melanconici, pensano a Domani, cioè, semplicemente,
ad un altro oggi; le città non dispongono che d'una sola giornata che ritor-
na sempre uguale ogni mattina.
La si impennacchia un po' la domenica.




Che imbecilli.
Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di
sicurezza.
Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l'estrema stupi-
dità di fare figli. E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro
città, s'è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stesi.
Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la re-
spirano e non la vedano, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città.




Io la vedo, questa natura, la vedo....
So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi:
quella che scambiano per la sua costanza....
Non ha abitudini, e le può cambiare domani.
E se capitasse qualcosa?
Se d'un tratto si mettesse a palpitare?




Allora s'accorgerebbero della sua presenza e gli sembrerebbe di sentirsi
scoppiare il cuore. A che cosa gli servirebbero, allora, le loro dighe, i lo-
ro argini, le loro centrali elettriche, i loro alti forni, i loro magli a vapore?
Ciò potrebbe succedere in qualunque momento, magari subito: i presagi
ci sono.
Per esempio, un padre di famiglia a passeggio vedrà venire verso di lui,
attraverso la strada, uno straccio rosso come spinto dal vento. E quan-




do lo straccio gli sarà vicinissimo vedrà che è un pezzo di carne marcia,
imbrattato di polvere, che si trascina strisciando, a sbalzi, un pezzo di
carne torturata che si rotola nei rigagnoli proiettando a spasmi getti di
sangue.
Oppure una madre guarderà la guancia del suo bambino e gli doman-
derà: 'Che cos'hai, lì una pustola? e vedrà la carne gonfiarsi un poco,
screpolarsi, schiudersi, e in fondo alla screpolatura apparirà un terzo
occhio, un occhio beffardo.




Oppure si sentiranno dolci sfioramenti per tutto il corpo, come le carez-
ze che i giunchi dei fiumi fanno ai nuotatori. E si accorgeranno che le lo-
ro vesti son divenute cose viventi. E un altro s'accorgerà che qualcosa
lo solletica dentro la bocca.
S'accosterà ad uno specchio, aprirà la bocca: e la lingua gli sarà diven-
tata un enorme millepiedi vivo, che agiterà le zampe raschiandogli il pa-
lato.




Vorrà sputarlo, ma il millepiedi sarà una parte di lui stesso, e dovrà
strapparselo con le mani. E apparirà una quantità di cose per le qua-
li bisognerà trovare nomi nuovi, l'occhio di pietra, il gran braccio tri-
corno, l'allucegruccia, il ragno-mascella.
E colui che si sarà addormentato nel suo buon letto, nella sua dolce
camera calda si risveglierà tutto nudo......
(J.P. Sartre, La Nausea)