giuliano

venerdì 18 settembre 2020

GLI 'AUTORI' (degli eventi) (15)

 












  

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    Il Sesto Evento (14/1)


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 & i consumatori di libertà (vigilata) (16)








Credo insomma che questa volontà di verità, così sorretta da un supporto e da una distribuzione istituzionali, tenda ad esercitare sugli altri discorsi – parlo sempre della nostra società – una sorta di pressione e quasi un potere di costrizione.

 

Penso anche al modo in cui la letteratura occidentale ha dovuto da secoli cercar sostegno sul naturale, sul verosimile, sulla sincerità, persino sulla scienza, in breve sul discorso vero.

 

Penso inoltre al modo in cui le pratiche economiche, codificate come precetti o ricette, al caso come morale, hanno dal XVI secolo cercato di fondarsi, di razionalizzarsi e di giustificarsi su una teoria delle ricchezze e della produzione…




 …L’indefinito spumeggiare dei commenti è lavorato dall’interno dal sogno di una ripetizione mascherata: al suo orizzonte, non vi è forse nient’altro che ciò che era al suo punto di partenza, la semplice recitazione.

 

Il commento scongiura il caso del discorso assegnandogli la sua parte: esso consente certo di dire qualcosa di diverso dal testo stesso, ma a condizione che sia questo testo stesso ad esser detto e in qualche modo compiuto.

 

L’aperta molteplicità, l’alea, sono trasferite, dal principio del commento, da ciò che rischierebbe di essere detto, al numero, alla forma, alla maschera, alla circostanza della ripetizione. Il nuovo non è in ciò che è detto, ma nell’evento del suo ritorno.




 Credo che esista un altro principio di rarefazione di un discorso.

 

Esso è, sino a un certo punto, complementare al primo.

 

Si tratta dell’autore.

 

L’autore considerato, naturalmente, non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza.




Questo principio non opera ovunque, né in modo costante: esistono, tutt’intorno a noi, non pochi discorsi che circolano, senza che detengano il loro senso o la loro efficacia da un autore cui sarebbero attribuiti…

 

‘Tu devi restare’

 

…disse Trump a Bannon.

 

‘La situazione è disastrosa, la Campagna è fuori controllo e quel tizio è uno sfigato. In realtà non gestisce un tubo. Lo avevo assunto solo per arrivare alla convention, non per le presidenziali’.

 

‘Non deve preoccuparsi dei sondaggi’

 

…gli disse Bannon.

 

‘Quei dodici o sedici punti non significano niente. E smetta di pensare ai cosiddetti Stati decisivi. Quel che conta è il quadro più ampio’.

 

Secondo la sua analisi, due terzi della popolazione erano convinti che l’America avesse imboccato la strada sbagliata, e il 75 per cento che fosse in declino. Il Paese era pronto per un agente di cambiamento. E Hillary rappresentava il passato.

 

Il segreto era tutto lì.




 In un certo senso era il momento che Bannon aspettava da una vita.

 

‘Perciò ecco come faremo la differenza’

 

spiegò.

 

‘Basterà confrontarci con la Clinton e passare all’offensiva: confronto e contrasto. Perché è questa la cosa da tenere a mente’

 

aggiunse, recitando uno dei suoi mantra:

 

‘Alle élite del Paese fa comodo gestire il declino, giusto?’.

 

Trump annuì.




‘I lavoratori invece non la vedono così. Loro rivogliono la grande America di un tempo. Perciò basterà semplificare il messaggio della campagna. La Clinton è il tribuno dello status quo, delle élite corrotte e incompetenti che non si fanno scrupolo di lasciare che la nazione vada a rotoli. Lei sarà il tribuno del cittadino ignorato, l’uomo che vuole restituire all’America la sua grandezza. E per semplificare oltre, ci concentreremo su pochi temi specifici.

 

Primo, metteremo fine all’immigrazione illegale di massa e inizieremo a limitare quella legale per riappropriarci della nostra sovranità.

 

Secondo, riporteremo in America i posti di lavoro dell’industria manifatturiera.

 

Terzo, ci chiameremo fuori da queste inutili guerre all’estero’.

 

‘Okay’

 

…tagliò corto Trump.

 

‘Ti nomino coordinatore della campagna’.

 

‘Non voglio che l’avvicendamento appaia come il risultato di un intrigo di palazzo’

 

…precisò Bannon.

 

‘Teniamo Manafort nel direttivo, ma senza potere decisionale. All’operatività penserò io’.




 Ma, nei campi in cui la attribuzione a un autore è di regola – letteratura, filosofia, scienza – è palese ch’essa non svolge sempre la stessa funzione; nell’ordine del discorso scientifico l’attribuzione ad un autore era, nel “Medioevo”, indispensabile, in quanto costituiva un indice di verità. Si riteneva che una proposizione detenesse dall’autore stesso il suo valore scientifico.

 

L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale. So bene che mi si dirà:

 

‘Ma lei sta parlando dell’autore, come la critica lo reinventa a cose fatte, quando la morte è venuta e non rimane che una massa ingarbugliata di scartafacci….




 ‘Non ci allarmiamo, è solo una mite influenza’…

 

Trump ribadì il concetto molto spesso, senza palesare nessun allarme, nemmeno la dovuta necessaria prevenzione, qualcuno fra gli scienziati e virologi gli fece presente dell’imminente catastrofe, come alcuni anni prima, si ignorò un concreto ‘segnale di allarme’ per un imminente disastro o attentato…

 

‘Il caldo farà la sua parte, e porterà via ciò che rimane di questa peste medievale’…

 

Sentenziò il Primo uomo incaricato di proteggere il Grande Paese…




 Sapranno gli stati attuare politiche più attente al pianeta e alla salute?

 

Sapremo noi tutti richiederle a gran voce?

 

Finora, la tendenza media degli adulti, governanti e non, è stata quella di minimizzare o di rimuovere la questione green, forse perché si percepivano le conseguenze come lontane nel tempo. Ma la lezione della pandemia è che la natura si rivolta e che può farlo ancora.

 

Qualche passo in avanti si è avuto a cominciare dal protocollo di Kyoto, nel 1997.




Durante le cosiddette COP (Conferenze delle parti), si riuniscono i rappresentanti dei vari paesi sotto l’ombrello dell’ONU. È in particolare con l’accordo di Parigi, sottoscritto nel 2015 da 195 governi, che per la prima volta è stato definito un piano d’azione globale per ridurre il rilascio di gas serra: dimezzare le emissioni entro il 2030 per contenere la crescita della temperatura media entro un grado e mezzo al di sopra dei livelli preindustriali.

 

Va tutto bene?

 

No.

 

L’accordo di Parigi si basa su adesioni volontarie.

 

Era il 4 novembre del 2019 quando gli Stati Uniti guidati da Donald Trump presentavano alle Nazioni Unite i documenti per sfilarsi.

 

Dalle prime settimane di pandemia, gli esperti si sono chiesti se ci fosse una correlazione tra lo smog e la letalità dell’infezione. Guarda caso, le metropoli cinesi e le città lombarde, colpite duramente, sono tra le aree più inquinate del mondo. C’entra qualcosa con la diffusione e la mortalità del coronavirus la concentrazione del particolato, l’insieme di particelle piccolissime sospese nell’aria?




 Hanno giocato un ruolo il biossido di azoto e gli altri inquinanti prodotti dalle attività umane?

 

L’ipotesi, che ogni giorno di più somiglia a una certezza, è che le polveri sottili rendano il sistema respiratorio più suscettibile all’infezione e alle complicanze della patologia da coronavirus. In altre parole, SARS-COV-2 avrebbe trovato terreno fertile in zone nelle quali i polmoni e i vasi sanguigni delle persone erano già danneggiati dallo smog…




 Sarebbe assurdo, certo, negare l’esistenza dell’individuo che scrive e (uno) che inventa. Ma io penso che – almeno a partire da una certa epoca – l’individuo che si mette a scrivere un testo all’orizzonte del quale si aggira un’opera possibile, riprenda su di sé la funzione dell’autore: ciò che scrive e ciò che non scrive, ciò che delinea, anche a titolo di scarabocchio provvisorio, come abbozzo dell’opera, e ciò che lascerà cadere come parole quotidiane, tutto questo gioco di differenze è prescritto dalla funzione d’autore, come egli la riceve dalla sua epoca, o come a sua volta la modifica.

 

Può ben sconvolgere, infatti, l’immagine tradizionale che ci si fa dell’autore; ma è pur sempre a partire da una nuova posizione dell’autore che ritaglierà, in tutto ciò che avrebbe potuto dire, in tutto ciò che dice ogni giorno, ogni istante, il profilo ancora tremolante della sua opera. Il commento limitava il caso del discorso col gioco di un’identità che ha la forma della ripetizione e dello stesso. Il principio dell’autore limita questo medesimo caso col gioco d’una identità che ha la forma dell’individualità e dell’io.

 

Bisognerebbe anche riconoscere in quelle che vengono chiamate non le scienze, ma le ‘discipline’, un altro principio di limitazione.

 

Principio pur esso relativo e mobile.

 

Principio che consente di costruire, ma secondo un gioco angusto.




 L’organizzazione delle discipline si oppone tanto al principio del commento che a quello dell’autore. A quello dell’autore, in quanto una disciplina vien definita da un campo d’oggetti, da un insieme di metodi, da un corpus di proposizioni considerate come vere, da un gioco di regole e di definizioni, di tecniche e di strumenti: tutto questo costituisce una sorta di sistema anonimo a disposizione di chi voglia o possa servirsene, senza che il suo senso o la sua validità siano legati a colui che ne è stato il possibile inventore.

 

Ma il principio della disciplina si oppone anche a quello del commento: in una disciplina, a differenza dal commento, ciò che si suppone in partenza non è un senso che deve essere riscoperto, né un’identità che deve essere ripetuta; bensì ciò che è richiesto per la costruzione di nuovi enunciati. Perché ci sia disciplina, occorre dunque che vi sia possibilità di formulare, e di formulare indefinitamente, nuove proposizioni….

 

La politica dell’inevitabilità è l’idea che non ci siano Idee. I suoi sostenitori negano l’importanza delle Idee, dimostrando soltanto di essere sotto l’influsso di un’idea potente.

 

La Disciplina è l’Idea potente…


(Continua con il Capitolo completo...)








martedì 8 settembre 2020

LETTERE (10)

 










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      Delle brevi riflessioni (12)  &  (13)

     







Caro signor Einstein,

 

 Quando ho saputo che Lei aveva intenzione d’invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito senza pensarci due volte.

 

Mi aspettavo che avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. Mi ha pertanto sorpreso chiedendomi cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la maledizione della guerra.




 Inizialmente ero spaventato dal pensiero della mia – avevo quasi scritto ‘nostra’ – incapacità d’affrontare quello che mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come scienziato naturale e fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gl’incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale.

 

Ho altresì riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di un osservatore psicologo. Tuttavia anche a questo riguardo ha già detto Lei stesso quel che c’era da dire sull’argomento. Ma, sebbene Lei mi abbia tolto un vantaggio, sarò ben lieto di seguire la Sua scia e mi accontenterò di confermare tutto ciò che Lei ha detto amplificandolo al meglio delle mie conoscenze (o congetture).

 

Lei comincia col rapporto tra diritto e forza.




Non v’è alcun dubbio che sia questo il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Ma mi permette di sostituire la parola forza con la parola più incisiva e più dura violenza?

 

Diritto e violenza ci appaiono oggi termini opposti.

 

È facile mostrare, tuttavia, che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia originato, il problema è facilmente risolto. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo, ma il filo del mio ragionamento mi obbliga a farlo.




È un principio generale, dunque, che i conflitti d’interesse tra gli uomini sono decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale (anche se mai raggiunge le cruenti ‘fasi umane’), di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi.

 

Inizialmente, in una piccola orda umana, era la forza muscolare a decidere a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse prevalere. Presto la forza muscolare viene integrata e sostituita dall’uso degli strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni.




Ciò è ottenuto nel modo più totale quando la violenza elimina definitivamente l’avversario, vale a dire lo uccide.

 

Questo ha due vantaggi: l’avversario non può riprendere le ostilità e il suo destino distoglie gli altri dal seguirne l’esempio.

 

Inoltre, l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione istintuale di cui parlerò più avanti.




 L’intenzione di uccidere talora può essere contrastata da una riflessione, secondo cui il nemico può essere impiegato in mansioni utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo.

 

Questo è un primo inizio dell’idea di risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta dello sconfitto, sempre in agguato, e sacrifica parte della propria sicurezza.




 Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza.

 

Come sappiamo, tale regime è mutato nel corso dell’evoluzione.

 

Ci fu una strada che condusse dalla violenza al diritto, ma quale?

 

Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno poteva essere bilanciato dall’unione di più individui deboli. L’union fait la force. La violenza può essere spezzata dall’unione di molti, e la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo.




 Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga; opera con gli stessi metodi e segue gli stessi scopi. L’unica vera differenza risiede solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella d’una comunità.

 

Ma perché si compia il passaggio dalla violenza a questo nuovo diritto o giustizia dev’essere soddisfatta una condizione psicologica.

 

L’unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere l’individuo dominante e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il gioco si ripeterebbe senza fine.




 La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano il rischio di ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni – le leggi – e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.

 

Con ciò, penso, tutto l’essenziale è già stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Ciò che rimane da dire non sono che precisazioni e ripetizioni. La situazione è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto, se dev’essere garantita una vita collettiva sicura, debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza per scopi violenti.


(Prosegue nel carteggio completo)









sabato 5 settembre 2020

IL LUNGO VIAGGIO DELLA NOSTRA ANIMA (riprende da dove...) (8)

 








  Precedenti capitoli:


  ... Di quando la Storia si ripete... (7/1)

  







Era triste, non depresso!

 

Il suo capo gli era morto sotto i suoi occhi…

 

Ci pensava continuamente, aveva vissuto gli ultimi istanti di Z, lo rivedeva pieno di forza e di idealistica bellezza; bellezza ispirata dall’ideale, dalla Ragione, dal Principio, dal Diritto, dalla Libertà, dall’Uguaglianza, dalla volontà di vedere il suo come ogni Paese libero da ogni autoritario ricatto.

 

Da ogni egemonia!




 Ora però vedeva di nuovo la Morte, quella con la M maiuscola; la vedeva, e l’avrebbe incontrata ancora, in maniera inattesa inaspettata, compiere la danza rituale  macabra, ed  ispirata da stessi medesimi principi i quali nella sua ingenuità credeva immuni in talune grandi e libere nazioni.

 

Se si deve morire… ebbene si muoia tutte le morti d’ogni Secolo vissuto imporre la macabra presenza da quando nati racchiuso nel fato così come nell’appestato destino del Tempo invitto, ma non certo ulcerato da un diverso maleficio!  

 

Ma tutto ciò solo una illusione!




 Una amara considerazione la quale in seguito diverrà non più rassegnazione ma fuga, fuga dall’orrore che ogni civiltà manifesta e coltiva nel proprio come altrui seno.

 

La morte ed il Tempo compiono la macabra danza, l’uomo (e non certo la bestia) il proprio maleficio scritto nella sua ed altrui evoluzione come un Sogno di morte!

 

Il Pittogramma evolve muove la Scena che lenta avanza…  

 

Il Film, i fotogrammi della stessa sceneggiatura con medesima maestrale regia si ripetevano con evidenza o celati all’occhio dello spettatore, con effetti speciali, con scenari sempre più grandiosi per il kolossal finale proiettato per le masse naufragate nel Sogno irreale di giustizia, condita nella illusoria irrealtà di brevi fugaci momenti.




Si deve pagare l’ingresso, ed assistere comodamente seduti in poltrona alla prima come all’ultima sequenza magistralmente recitata come montata; gli attori e comparse sempre ben pagate, sempre più esperte nel ruolo interpretato ad uso di folle deliranti e sognanti, recitato ma non certo incarnato nelle cellule del Pensiero, dell’Azione, della Volontà, della Coscienza, dei Geni regolatori di battiti cardiaci di naturale appartenenza; la celluloide compie il proprio miracolo,  attori calcolati negli Studios affiancati da ottimi produttori scalano la vetta del Potere.

 

Fino alla magistrale interpretazione alla Bianca Casa ove ognuno si ispira.

 

Fino alla Piazza Rossa ove medesimo burattinaio compie ugual miracolo.

 

Il passo identico delirante…

 

Passo acclamato dall’oca di Stato… 

 


 

Io sono il fratello minore di Varanaros, non siamo per niente di idee contrarie, come raccontano, io sono di sinistra, ma mio fratello non è nulla, e non riesco a vedere come potremmo opporci uno all’altro…

 

Io sono il cinese, è un soprannome che mi hanno dato perché ho fatto la guerra in Corea e sono stato fatto prigioniero dai cinesi, per ciò concernente la sera di cui mi state parlando, o del pomeriggio dopo quando hanno fatto saltare la testa di quel tizio lungo la strada, non riesco a ricordarmi neppure in quale bar ci trovavamo…




 Io Stergiou, muratore, dichiaro che il giorno del primo e secondo incidente, Toula, una sarta che ha il fratello allo stesso posteggio di Yango, è passata da noi, ma noi anche se abbiamo visto quell’uomo con il manganello, o uno col fucile, non vogliamo tirarci addosso le noie della polizia… lei mi capisce!

 

Io sono Apostolos, per mestiere faccio il macellaio al mattatoio, non mi sono mai impicciato di quella organizzazione dell’Ittiosauro perché il mio suocero mi aveva avvertito che tutta quella gente di sinistra e pacifista sarebbe stata, ed è ancora, disastrosa per i nostri affari. Lei mi capisce noi stiamo in commercio!




 …I testimoni oculari dichiararono di aver visto un uomo sparare dalla finestra del sesto piano… 


 Io sono L. Brennan un montatore idraulico di 46 anni, proprio subito dopo quest’esplosione, mi fece pensare che il petardo era stato gettato dalla Texas School Book Depository, e guardai in su, e vidi quell’uomo che avevo notato precedentemente prendere la mira per il suo ultimo colpo…

 

Io sono Lee Eunis, un ragazzo di 15 anni, studente della nona classe, mi trovavo di fronte al Depository mentre la sfilata voltava l’angolo tra Elm e Houston, stavo con il viso rivolto all’edificio,  e lo guardavo, così come mi ha suggerito lo sceriffo (questo non lo devo dire? Comunque l’ho detto!), la vidi quella cosa come una canna che spuntava da una finestra, non ci feci molta attenzione, anche perché dopo il primo colpo tutti iniziammo a guardarci intorno pensavamo che si trattava di un petardo…




Io sono H. Jackson fotografo del Dallas Times Herald, udimmo chiaramente e distintamente dei colpi come petardi provenire dall’istituto, e notammo due negri ad una finestra che si sforzavano di vedere proprio sopra di loro, i miei occhi seguirono quella direzione fino alla finestra sovrastante, e lo vidi il fucile spuntare dalla stessa finestra…

 

Nell’automobile con Jackson erano James Underwood, della stazione televisiva KRLD-TV, T. Dillard fotografo capo del Dallas Morning News, e secondo la testimonianza di tutti loro, concordi nell’affermare che oltre i negri affacciati alla finestra videro distintamente spuntare da una finestra sopra di loro una canna di fucile… 

 


 

Hatzis seguiva il caso sui giornali, dalla televisione, anche per Radio…

 

Le cose andavano per le lunghe!

 

La Giustizia quella la G maiuscola per intenderci non riusciva a trovare il filo conduttore, lui lo avrebbe potuto indicare, ma ecco che la sua condizione glielo impediva.

 

Z gli mancava terribilmente, lasciava un vuoto spaventoso, e siccome amava pensare per immagini, Hatzis se lo figurava come la chiusura ermetica di una bombola di Gas velenosi…

 

Il sistema era saltato, il Paese asfissiava!

 



Il Giudice istruttore convocò tutti quelli che Dimas aveva nominato, passarono tutti davanti a lui: banda sinistra di uomini che vegetavano sul fondo limaccioso, veri ratti di fogna che non erano affatto disposti – e qui stava il peggio – ad uscirne, per la semplice ragione che non avevano ed hanno via d’uscita.

 

Secondo le deposizioni raccolte, nessuno di loro era presente il giorno del delitto!

 

Secondo le deposizioni - successivamente raccolte - molti di loro pur presenti sul luogo dello stesso delitto affermarono di aver visto la stessa identica scena d’un Fotogramma ben montato e frapposto nella sequenza di un Film piuttosto strano, e da un Libro uscire una canna d’un misterioso fucile…




 …Da un deposito un formicaio di petardi, da un piano superiore un Fotogramma ben montato colpire la Visione proiettata su uno schermo a grande dimensioni e molti pollici spingere sull’otturatore o forse ugual telecomando…

 

E tutti, nessuno escluso, goderne l’inatteso spettacolo,  effetti speciali bombardati come dardi, piccioni viaggiatori salire fino alle porte del paradiso, pochi ebbero la pretesa di osservare lo schermo giusto…

 

Il Film promette molte repliche con il permesso sia della giunta che della commissione…

 

La folla delirante ed esultante di paura assiste alla Seconda Scena dell’Atto!




Quando finalmente, andava a dormire, il Giudice istruttore rivedeva passare nell’oscurità tutti i lori visi, visi sconvolti dall’orrore fra due muri crepati, sotto un soffitto umido e gocciolante, vittime di una impresa infernale i cui veri responsabili ‘in alto loco’, rimanevano accuratamente invisibili…

 

Li rivedeva, visi incastrati, loro malgrado in una tela d’acciaio, pesci presi in una robusta rete di crini; se li faceva arrestare non era tanto per loro, quanto per ritrovare, per mezzo loro, i responsabili in alto…

 

Ma ci sarebbe riuscito?!




 O sarebbe caduto anche lui, come quegli alpinisti temerari che vogliono conquistare le cime inviolate, vittima della sua passione per le vette?

 

Ci deve ben essere da qualche parte, si diceva, un rifugio di montagna, un fuoco vicino al quale scaldarmi… Era così sicuro che l’avrebbero cacciato e non più trasferito sia dal domicilio come dall’incarico, giacché il far luce ove regnano le tenebre lo conduce a quel Sogno ricorrente e ben ancorato alla Cima della Roccia, ove la parete liscia lascia scorgere non più il panorama della valle appena salita ma una fossa intera…

 

Se pur ben illuminata negli intervalli che separano un Tramonto dall’Alba d’una platea allietata per lo spettacolo offerto proiettato a cielo aperto…   




 Nonostante ciò aveva - ed ha ancora - fiducia nella società, proprio per evitare quel vuoto, quel risucchio improvviso di cui gli aguzzini, gli assassini, tutti quelli legati dal muto sottinteso ed assenso di comune accordo scritto nella volontà dell’ordine abdicato all’apparente e falsa applicazione della disciplina - anticamera della dittatura - male peggiore del fascismo… recitare in nome della Terra la scena finale scritta nel patto di Sangue…

 

Versare sangue innocente ed immolare l’agnello sacrificale!

 

Come devono essere marce le acque, pensava, affinché regni un tale caos!




 Nell’acqua pura – questa espressione gli piaceva – i vuoti si ricolmano automaticamente, le molecole di acqua, cellule viventi, riflessi immediati del cielo si riformano come nel cervello degli adolescenti. Ma i nostri adolescenti sono troppo immersi in un sogno drogato quanto alcolico per scorgerne la primitiva bellezza. Lo Stato che vota sicurezza e disciplina impone e semina tale disarmonica incoerenza, in ragione della retta economia che così nella nebbia li governa, e nel campo semina e tutela in tacito silente invisibile accordo armato il papavero per ciò che ne deriverà all’acciaio del blindato…

 

Bastano poche parole lanciate e scagliate come sassi nelle acque fangose – tale è la Società che lui serviva – perché dal buco si sprigionasse un odore peggiore di una carogna.

 

A volte o troppo spesso è preso dalla Nausea!




 A bordo, tutto, dal cibo agli svaghi, dal comandante fino all’ultimo meccanico, gli faceva venir voglia di vomitare.

 

La nave è vecchia.

 

La nave è di nuova ancorata in ugual porto.

 

La nave marcia naviga pur con le vele al vento d’un mare appestato, il comandante come un eterno Achab si affaccia ad annunziare una nuova alba abdicata ad una bufera - premessa e promessa - del blindato acciaio armato.




 Proclama l’ultimo fotogramma prima dei titoli di coda con tutta la corte assisa alla loggia lenta scorrere per il miracolo recitato - effetti speciali ben regolati e modulati non fanno la propria comparsa viaggiano ad onde medie di invisibile costante frequenza in regolare ciclica orbita per l’intero Universo ora di nuovo fondato – Lucifero ha scalciato il Gesuita…

 

Il Teatro ora gira a tempo spalmato su uno schermo piatto a portata di palmare, la coda della bestia non sazia li divora ancora, qualche lancia s’affaccia da una Finestra in perenne burrasca…  

 

L’intera esultante platea nell’imminente disastro, colto e coronato da un fragoroso applauso simile ad una boato forse un enorme petardo, si volta verso il Piano (pre)stabilito pur non scorgendo la Scena intera…

 

(Z, l’orgia del potere)