giuliano

martedì 14 giugno 2022

GUERRA ALLA MAFIA (1)

 










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Circa taluni Profeti 


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Guerra alla mafia (2)  


& il capitolo al completo!

 

 

 

 

 

Per gran parte della sua vita Robert F. Kennedy aveva vissuto nell’ombra. Era il settimo figlio di Joe e Rose Kennedy ma, soprattutto, il terzo genito. Suo padre  dominò la sua famiglia, instillando nei suoi figli la fede nei propri diritti - la ricchezza tanto ipotizzata di Joe ha fornito un’educazione dorata – e (almeno nei ragazzi) un senso di ‘noblesse oblige’. I fratelli maggiori di Bobby erano   come – modelli di comportamento. Sia Joe Kennedy Jr. e Jack combatterono nella seconda guerra mondiale, guadagnandosi gli elogi di Purple Heart per il valore.

 

Bobby, nato nel 1925, era troppo giovane per prestare servizio in combattimento: si arruolò in Marina sei settimane prima del suo diciottesimo compleanno, ma con sua intensa frustrazione, non vide mai un servizio attivo.

 

Joe Snr. aveva ambizioni a lunga scadenza nel vedere un Kennedy alla Casa Bianca. Dopo la morte di Joe Jr., iniziò ad avviare Jack come futuro presidente, raccogliendo fondi e stringendo alleanze per sostenere una carriera politica nell’imminente dopoguerra per suo figlio. Ma sono stati i soldi, i contatti e le trattative di Joe a garantire la vittoria di Jack alle elezioni di novembre. Quando Jack prese posto alla Camera dei Rappresentanti, Bobby tornò tranquillamente ad Harvard. Era uno studente diligente ma insignificante, noto principalmente per la sua profonda fede cattolica e una ferrea determinazione, a volte si misurava e metteva alla prova sul campo di calcio o nei combattimenti. Tutti i suoi successivi biografi suggeriscono che il ‘personaggio da duro’ adottato da Bobby fosse rivolto a un pubblico di un solo osservatore: suo padre.




Dopo tre anni alla facoltà di giurisprudenza e meno di un anno di lavoro per il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, nel giugno 1952 Bobby tornò di nuovo in politica, gestendo l’onda di successo di Jack per ottenere un seggio al Senato, il successivo passo fondamentale nel  percorso pianificato verso la Casa Bianca. La gestione della campagna elettorale da parte di Bobby gli valse la reputazione di spietato e freddo cinico con la conseguente e tardiva gratifica da parte dell’amato padre.

 

Nel febbraio 1954 divenne consigliere capo della rappresentanza delle minoranze del Partito Democratico, affrontando sia McCarthy che Cohn. Nei due anni successivi contestò le loro azioni e, quando i Democratici divennero il partito di maggioranza, rappresentò una figura chiave nelle audizioni televisive che esaminarono la condotta di McCarthy e Cohn. Le sessioni aumentarono la reputazione pubblica di Bobby mentre distrussero quella del senatore e del suo avvocato. Cohn, in particolare, nutriva un violento disgusto per la sua gestione politica, una volta tentò di colpirlo con un pugno davanti a giornalisti allarmati. Mancò, ma poco importava: Cohn aveva amici potenti che condividevano il suo odio per Bobby. Uno era il vicepresidente repubblicano della nazione, Richard Nixon; l’altro era John Edgar Hoover, il machiavellico Direttore dell’FBI.

 

Entrambi divennero nemici per tutta la vita di Robert Kennedy.




Tra il 1957 e il 1959 Bobby divenne consigliere capo del Comitato McClellan del Senato incaricata di indagare sulla corruzione e i vari racket all’interno dei sindacati americani. Sotto la sua direzione il Comitato emise 8.000 citazioni in giudizio e tenne 270 giorni di udienze televisive che coinvolsero 1.526 testimoni, i quali denunciarono estorsioni violente e corruzione endemica da parte di dirigenti sindacali, alcuni dei quali avevano taglieggiato milioni dai fondi pensione dei lavoratori ordinari per sostenere i propri elevati e lussuosi patrimoni personali. Ma, grazie a Bobby, si scoprirono anche stretti legami tra i capi sindacali e la mafia: un nome, in particolare, era al centro di quella che Kennedy avrebbe poi definito ‘una cospirazione del male’: ovvero il più che noto Jimmy Hoffa, presidente dell’onnipotente Brotherhood of Teamsters - il più grande e ricco sindacato d’America.




Era un ex magazziniere di Detroit, rude e impenitentemente violento, e veterano di numerose sanguinose controversie di lavoro. I suoi fascicoli di polizia includevano accuse di aggressione, estorsione e cospirazione, sebbene non fosse mai stato condannato per alcun crimine. Non nascose mai la sua amicizia con i gangster più famosi della criminalità organizzata del paese, alcuni dei quali nominò in ruoli chiave all’interno del sindacato stesso*.



[*Hoover gli aveva fornito un dossier aggiornato in una cartella di pelle con il timbro ‘CONFIDENZIALE’. Kemper si preparò una caraffa di martini cocktail e si sedette sulla sua poltrona preferita.

 

Le note offrivano un’unica chiave di lettura: Bobby Kennedy contro Jimmy Hoffa.

 

Il senatore John McClellan presiedeva la Commissione scelta del Senato sulle Attività improprie in campo sindacale e aziendale, istituita nel gennaio 1957. Membri subordinati: i senatori Ives, Kennedy, McNamara, McCarthy, Ervin, Mundt, Goldwater. Responsabile legale e investigativo: Robert F. Kennedy.

 

Personale: trentacinque investigatori, quarantacinque contabili, venticinque stenografe e impiegate. Sede: il palazzo del Senato, stanza 101.

 

Obiettivi ufficiali della Commissione: Smascherare la corruzione nelle pratiche sindacali, rivelare le collusioni fra i sindacati e il crimine organizzato. I metodi: mandati di comparizione per testimoni, sequestro di documenti ed esame dei fondi sindacali stornati in attività criminali.




Obiettivo reale della Commissione: l’International Brotherhood of  Teamsters, il sindacato dei trasporti più potente sulla faccia della terra, e a quanto si diceva il più corrotto e potente della storia.

 

Il suo presidente: James Riddle Hoffa, quarantacinque anni.

 

Hoffa, fantoccio della mafia. Subornatore di estorsioni, mazzette, pestaggi, attentati dinamitardi, affari sporchi con le aziende ed epici abusi dei fondi sindacali.

 

Le proprietà di Hoffa, in violazione di quattordici leggi antitrust: aziende di trasporti, concessionarie di auto usate, uno stadio per le corse dei cani, una catena di autonoleggi, una stazione di taxi di Miami con personale costituito da rifugiati cubani dai numerosi precedenti criminali.

 

Gli amici di Hoffa: Sam Giancana, il boss mafioso di Chicago; Santos Trafficante Junior, il caporione di Tampa, Florida; Carlos Marcello, il padrino di New Orleans.

 

Hoffa che presta ai suoi “amici” milioni di dollari usati a scopi illegali.

 

Che possiede percentuali di case da gioco di proprietà mafiosa a L’Avana, Cuba. Che finanzia illegalmente il dittatore cubano Fulgencio Batista e l’agitatore ribelle Fidel Castro. Che sfrutta il Fondo pensioni degli Stati centrali dei Teamster, un ricchissimo abbeveratoio finanziario gestito a quanto pare da Sam Giancana e dalla mafia di Chicago, una struttura di strozzinaggio grazie alla quale gangster e imprenditori corrotti ottengono ingenti prestiti a interessi altissimi, le cui penali per il mancato pagamento includono la tortura e la morte.

 

Kemper capì il succo: Hoover è geloso. Ha sempre detto che la mafia non esiste, perché sa di non poterla debellare per vie legali, e all’improvviso Bobby Kennedy si permette di non essere d’accordo…

 

Seguiva un elenco cronologico.




Inizio del ‘57: la Commissione prende di mira il presidente dei Teamster, Dave Beck. Beck testimonia per ben cinque volte: lo sprone implacabile di Bobby Kennedy riesce a spezzarlo. Un gran giurì di Seattle lo incrimina per furto ed evasione fiscale.

 

Primavera ‘57: Jimmy Hoffa assume il completo controllo dei Teamster.

 

Agosto ‘57: Hoffa promette di ripulire il sindacato dalle ingerenze della mafia… una colossale menzogna.

 

Settembre ‘57: Hoffa sotto processo a Detroit. L’accusa: intercettazioni telefoniche ai danni dei suoi subordinati all’interno del sindacato. Una giuria ben disposta: Hoffa se la cava.

 

Ottobre ‘57: Hoffa viene eletto presidente dei Teamster. Voci insistenti: il 70 per cento dei suoi delegati è stato selezionato illegalmente.

 

Luglio ‘58: la Commissione inizia a indagare sui collegamenti diretti fra i Teamster e il crimine organizzato. Attenzione particolare viene dedicata alla riunione degli Appalachi del novembre ‘57.




Cinquantanove pezzi grossi della mafia si incontrano nella villa di un amico ‘esterno’, nello Stato di New York. Un agente di polizia di nome Edgar Croswell controlla le targhe. Ne segue una retata, e l’antica affermazione di Hoover, ‘la mafia non esiste’, diventa indifendibile.

 

Luglio ‘58: Bobby Kennedy prova che Hoffa risolve gli scioperi corrompendo i dirigenti delle aziende. Una pratica che risale al lontano ‘49.

 

Agosto ‘58: Hoffa testimonia di fronte alla Commissione.

 

Bobby Kennedy si scatena, e ne smaschera le innumerevoli menzogne.

 

Le note giungevano alla conclusione.

 

La Commissione era impegnata nelle indagini sul villaggio turistico Sun Valley, di proprietà di Hoffa, alle porte di Lake Weir, Florida. Bobby Kennedy aveva sequestrato i registri contabili del Fondo pensioni degli Stati centrali e aveva notato che 3 milioni di dollari del suddetto fondo erano stati investiti nel progetto. Era una cifra molto superiore rispetto ai normali costi edilizi. La teoria di Kennedy era che Hoffa aveva fatto una cresta di almeno un milione di dollari e stava vendendo ai suoi fratelli del sindacato materiale prefabbricato in una zona paludosa infestata dagli alligatori.

 

Ergo: frode immobiliare.

 

Un’appendice conclusiva: Hoffa usa un suo uomo per vendere le proprietà di Sun Valley: Anton William Gretzler, quarantasei anni, residente in Florida, condannato tre volte per truffa. Gretzler ha ricevuto un mandato di comparizione datato 29.10.58, ma al momento se ne sono perse le tracce. (J. Ellroy)]




All’inizio di febbraio 1958, mentre le audizioni McClellan esaminavano altri funzionari dei Teamsters, Hoffa pagò un avvocato di New York per infiltrarsi nel Comitato. L’avvocato denunciò l’accaduto a Bobby, che con l’appoggio dell’FBI, gli tese una trappola: fuori da un hotel di Washington DC, e sotto lo sguardo di telecamere segrete, il capo dei Teamsters fu sorpreso mentre consegnava una bustarella di una seconda rata di  2.000 dollari pattuiti; la polizia lo arrestò consegnandolo al tribunale, dove Bobby lo stava aspettando per assistere alla citazione in giudizio*.

 

[*Il telefono prese a squillare: si profilava lo sciroppato numero 20. La linea era disturbata: probabilmente un’interurbana.

 

— Chi parla?

 

— Pete? Sono Jimmy.

 

HOFFA.

 

— JIMMY, come stai?

 

— Al momento ho freddo. A Chicago si gela. Ti sto chiamando da casa di un amico, e il riscaldamento fa le bizze. Sicuro che il tuo telefono non sia sotto controllo?

 

— Certo. Fred Turentine passa al setaccio tutti gli apparecchi di Hughes una volta al mese.

 

— Allora si può parlare?

 

— Si può parlare, sì.

 

Hoffa si lasciò andare. Reggendo il ricevitore a mezzo metro dall’orecchio, Pete lo sentiva benissimo.

 

— La Commissione McClellan mi sta girando attorno come una mosca su uno stronzo. Quel piccolo furbastro succhiacazzi di Bobby Kennedy ha convinto metà del paese che i Teamster siano peggio degli stramaledetti rossi; mi sta perseguitando con mandati di comparizione e ci ha sguinzagliato dietro i suoi investigatori come… pulci su un cane. Prima si è dedicato a Dave Beck, e adesso se la prende con me.

 

Bobby Kennedy è una valanga di merda.

 

Sto costruendo questo villaggio in Florida chiamato Sun Valley, e Bobby sta cercando di rintracciare i tre milioni di dollari con cui l’ho finanziato. Crede che li abbia prelevati dal Fondo pensioni degli Stati centrali… ed è convinto di potermi usare per far eleggere presidente quel figaiolo del fratello. Crede che James Riddle Hoffa sia un ostacolo politico del cazzo. Pensa che sarò pronto a chinarmi e a prenderlo nel didietro come uno stramaledetto frocio.

 

Crede… che il sottoscritto sia una fighetta come lui e suo fratello.

 

È convinto che cederò come Dave Beck. E come se tutto questo non bastasse, ho un servizio di taxi a Miami pieno di teste calde cubane che non fanno altro che litigare su Castro e Batista come, come, come… Jimmy rimase senza fiato.

 

— Cosa vuoi da me?, chiese Pete.

 

Jimmy prese fiato.

 

— Ho un lavoretto a Miami.

 

— Quanto?

 

— 10.000.

 

— Prego, — disse Pete.(J. Ellroy)]




Aiutato da un astuto avvocato, Hoffa fu assolto dall’accusa di corruzione e quando apparve davanti al Comitato McClellan nell’agosto del 1957 Bobby fu più che convinto che dietro la sua immagine poco trasparente, si celasse il vero volto di un serio e pericoloso criminale a capo di un potente sindacato: scrisse in seguito che ‘c’erano momenti in cui il suo viso sembrava completamente trafitto da questo sguardo di malvagità assoluta’. Nei giorni di un teso controinterrogatorio, Bobby accusò Hoffa di collaborare con alti gangster della mafia, Hoffa replicò con inspiegabili vuoti di memoria o attaccando il consiglio del Comitato. ‘Sei malato – ecco qual è il tuo problema  – sei malato’, ringhiò a Bobby durante un dibattimento particolarmente teso.

 

Ma nonostante tutto il rumore e la furia del ‘caso’, le udienze non danneggiarono Hoffa, e quando il 20 settembre 1958, dopo più di un anno di guerre processuali e di logoramento, McClellan dichiarò un cessate il fuoco, Hoffa riuscì a uscire dal Palazzo del Senato senza un pericolo maggiore di quando vi era entrato. Per Bobby, tuttavia, la guerra era tutt’altro che finita. Mise Hoffa sul suo primario e irremovibile interesse psicologico e mentale, e pose, di conseguenza, tutta la propria instancabile attenzione ai ‘partner esterni’ (o associati) al leader sindacale facenti parte della criminalità organizzata.

 

La mafia siciliana controllava (e controlla tuttora*) gran parte della malavita americana sin dagli anni ’20: le sue attività includevano prostituzione, strozzinaggio, estorsioni, gioco d’azzardo illegale, contrabbando e, negli anni ’50, il mercato in costante crescita dei narcotici, eppure, sotto la guida di Hoover, l’FBI aveva sempre evitato qualsiasi vera indagine sulla criminalità organizzata nonché sulla mafia italiana, e quando Bobby iniziò a chiedere al Bureau i loro fascicoli su i 70 mafiosi più potenti del paese, rimase sconvolto nello scoprire che ‘non avevano alcuna informazione, credo, su quaranta di settanta, nemmeno la più che minima informazione’. Aiutato dai rapporti dell’intelligence del rivale Bureau of Narcotics, Bobby convocò una serie di gangster a comparire davanti al Comitato*.




[*   Palermo — Ancora un candidato in cerca di voti mafiosi: il geometra Francesco Lombardo, candidato di Fratelli d’Italia, non ha provato neanche a nascondersi. Il 28 maggio (2022), è arrivato al chiosco di frutta e verdura ormai diventato il quartier generale del boss Vincenzo Vella ed è andato subito al dunque:

 

‘Qualche voto qua lo prendiamo?’.

 

E il mafioso, uno già condannato tre volte e in libertà da un anno per un cavillo, ha risposto con parole accorate:

 

‘Tu sì… tu personalmente sì’.

 

È un brutto film quello che due settimane fa è apparso a sorpresa sui monitor della sala intercettazioni della squadra mobile. A sorpresa, perché i poliziotti della sezione Criminalità organizzata tenevano sotto controllo il mafioso, e all’improvviso si sono visti arrivare un candidato alle elezioni per il Consiglio comunale. Quelle immagini sugli schermi, quei dialoghi incalzanti, sono l’ennesimo caso di scambio elettorale politico-mafioso.

 

Non ha dubbi la procura.

 

Mercoledì scorso, è stato arrestato il candidato di Forza Italia Pietro Polizzi e il boss Agostino Sansone, nel cuore di Palermo, all’Uditore; ieri pomeriggio, sono finiti in manette dall’altra parte della città il mafioso Vella e il candidato di Fratelli d’Italia che su Facebook mostrava le foto dell’ultimo incontro in piazza con Giorgia Meloni.

 

Il giudice delle indagini preliminari Lirio Conti ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Guido e dei sostituti Bruno Brucoli e Francesca Mazzocco nel giro di poche ore. ‘Emerge con chiarezza — ha scritto — che Lombardo si sia rivolto a Vella proprio nella sua veste “qualificata” di aderente al gruppo criminale’.

 

La promessa Eccole le parole del candidato, che utilizza sempre il pronome “voi” quando si rivolge al padrino. “Voi”, i mafiosi di corso dei Mille e di Brancaccio, gli eredi dei Tagliavia e dei Graviano che nel 1993 piazzarono le bombe fra Roma, Milano e Firenze. E poi uccisero il parroco Pino Puglisi. Voi. ‘Me li raccogliete una ventina di voti?’, il candidato Lombardo non ha utilizzato mezzi termini. E il boss Vella non se l’è fatto ripetere: ‘Penso di sì’. Il candidato ha rilanciato ancora, non sospettava che nello smartphone del mafioso fosse stato installato un trojan che stava registrando ogni sussurro: ‘Non mi sono messo sempre a disposizione con voialtri a prescindere della politica?’.

 

Voi, voialtri. Un crescendo che richiama le parole pronunciate  qualche giorno fa dall’altro politico arrestato, quello di Forza Italia: ‘Se sono potente io, siete potenti voialtri’, diceva Pietro Polizzi. Il boss Vella ha confermato ancora una volta: ‘Quelli nostri tutti li prendi’. I voti. E a questo punto, considerata tanta disponibilità, Lombardo ha fatto l’annuncio, la sua promessa solenne di candidato colluso: ‘Se salgo io… io sono in commissione urbanistica’. 

 

E ancora: ‘Sono all’edilizia privata, hai capito che appena qua c’è un problema io… e tu mi chiami’.

 

Il boss ha colto al balzo, da tempo voleva sistemare le autorizzazioni del chiosco diventato il suo quartier generale: ‘Sì, il suolo pubblico te lo puoi sbrigare?’. (la Repubblica, 11/06/2022)]


(prosegue)








lunedì 6 giugno 2022

UN UOMO NASCE NELLA DIREZIONE DEL PRINCIPIO

 
















































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circa... 


i Nemici 


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gli: 


anelli dell'Albero  


perché ai Profeti si spara!













Nella tenda leggera nel campo ondeggiante nella sera grande di primavera, vicino al mare e alla barca con un albero di cedro, il legno, dietro, incrostato di becchi e di conchiglie, una vela salmone, piegata, e due remi pinnati; con i gabbiani in un solo stormo alto, cicogna, pellicano e passero, volando alla fine dell’oceano al primo granello di una terra eterna che ruota sulla cima di una clessidra, un cerchio di piume giù nel buio della primavera in un anno capovolto; come le rocce nella storia, con ogni forma e ogni scarabocchiato membro, cruna di un ago, ombra di un nervo, tagliato nel cuore, con fibre spaccate e filamenti di creta, registrarono per la declamazione dell’odissea il cadere della foglia di lauro crollare della quercia scheggiarsi della pietra lunare contro l’apparizione assassina ancor vive e moriture acque, un uomo nacque nella direzione del principio.





E fuori dal sonno, dove la luna l’aveva sollevato attraverso le montagne nei suoi occhi e con forti, occhiute braccia che ricadevano dietro di lei piene di maree e di dita, egli lottò sull’orlo della sera, si dette al principio come un’oca al cielo, e chiamò le furie con i loro nomi dall’indice della tomba e delle acque portato dal vento.  

Chi era questo straniero che venne come un chicco di grandine, tagliato nel ghiaccio, una frasca marina con foglie di neve per i capelli di lei, e più alto di un’antenna di cedro, con la bianca pioggia del nord che scendeva e il mare spinto delle balene gettato fin nelle caverne dell’occhio, da una città di pescatori sull’isola fluttuante?




Essa era di sale e bianca e viaggiava mentre il prato, su di una sola lama d’erba, ondeggiava con i suoi uccellini intorno a lei, la sera centrata nel cuore mai fermo, egli udì le sue mani fra le cime degli alberi – una piuma si tuffò, le dita di lei passarono sopra le voci – e il mondo andò ad annegarsi attraverso, la visione d’erba e bestie acquatiche e neve di uno straniero-sirena.

Il mondo fu succhiato fino all’ultima goccia di lago; la cateratta dell’ultima particella si disfece in una schiuma per terra, come se la pioggia dal cielo avesse lasciato cadere le sue nuvole capovolte come una mano fatta di stagioni dal ventre molle, e la dura grandine, cadendo, si fosse sparsa e agitata in una nube metà fiore e metà cenere o il vento spazzino dai piedi di pettine attraverso una piramide innalzata con il fango o il morbido lento cumulo di foglie e vapore.




Nel centro esatto dell’incantesimo egli era un uomo di Terra in alto mare, attaccato per i capelli all’occhio sul petto ciclope, con le cosce sferzate tese come una corda in mezzo alla sua voce; uno sciame di orsi bianchi e di marinai annegava alla musica che essa squamava e staccava con mani e favole dai suoi capelli verticali; essa tirò il suo terrore per gli orecchi e lo portò cantando alla luce attraverso la foresta della pietrificante voce anguichiomata.

La rivelazione guardava fisso la sua spalla trafitta.

Qual era la sua genesi, l’ultima scintilla del giudizio o il primo zampillo di balena dal mondo dell’acqua?

La conflagrazione alla fine, lo scaturire di un fuoco mortale, un razzo consumato con la coda in fiamme, o, dove la prima primavera e la sua follia scalarono le barriere marine e abbatterono i cancelli del giardino, un’acqua che sommerge e spegne la luce in cima alla montagna?




Di chi era l’immagine nel vento, l’impronta sullo scoglio, l’eco che chiedeva una risposta?

Essa era aurea e anguicrinata.

Si muoveva nel campo salato, ingoiante, la storia e le rocce, le oscure anatomie, lo stesso mare ancorato.




Infuriava nell’utero infecondo.

Tremava nella dinastia galoppante.

Era squillante nella vecchia tomba, teneva una ferma, svelta lingua al sole.




Egli vide la reietta immagine, disegnata con un piede d’incubo intinto nel veleno e incorniciata nel vento, impronta del pollice che lei affondò sulla mano come un’ombra palmata, interrogazione dell’eco familiare: qual è la mia genesi, la fontana di granito che si estingue dove la prima fiamma fu gettata nel mondo scolpito, o il falò dalla criniera leonina sulla soglia dell’ultima volta sepolcrale?




Una voce quella sera attraversò la luce e le onde, una forma assunse i mutevoli umori, da dove la cantaride marina verde-oro tinge lo strascico del polpo una virulenza strisciò attraverso la spuma, e dai quattro angoli della mappa un cherubino dalla forma di un’isola soffiò le nuvole verso il mare.

(Thomas Dylan)














giovedì 2 giugno 2022

UNA ELEVATA CONDIZIONE SPIRITUALE (il secondo bicchierino della mattina...)

 










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Ad alta elevata 


gradazione Spirituale 


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i Nemici 








In un’altra troviamo le medesime quantità, ma con il brandy al posto della vodka. Era vagamente possibile. Pietro era molto robusto e superava i due metri d’altezza, il che doveva avergli permesso di reggere l’alcol più di quanto rientrasse nelle normali capacità umane (e dovrebbe anche spiegarci la sua ossessione per i nani). 

 

Se Stalin era riuscito a trasformare effettivamente il governo russo in un club di bevitori, Pietro era riuscito a trasformarlo ufficialmente. Per prima cosa aveva creato l’Allegra compagnia, una specie di parodia alcolica della corte imperiale. Per diventarne membri bisognava bere tenendo il passo di Pietro, il che non era una faccenda semplice. Aveva una specie di salotto che poteva ospitare fino a 1500 persone e una scimmietta addomesticata, e ogni festa cominciava con una sequela di brindisi a base di vodka, tanto per essere sicuri che tutti fossero completamente asfaltati prima dell’arrivo delle pietanze.




L’Allegra compagnia si trasformò poi nel Sinodo dei burloni e dei giullari sempre allegri e ubriachi, che era una parodia della chiesa russa. Ma quei debosciati erano il governo, oltre a essere una parodia alcolica del governo. Romodanovskij, il capo della polizia segreta di Pietro, ne faceva parte. Come Berija, era un bevitore e un promotore del bere. Romodanovskij aveva un orso ammaestrato che offriva agli ospiti dei bicchieri di vodka al peperoncino ed era stato addestrato ad attaccarli se si rifiutavano.

 

Pietro stesso aveva escogitato una punizione speciale per chi veniva sorpreso a non bere: la Grande aquila. Era una coppa gigantesca che conteneva un litro e mezzo di vino. Chi si tirava indietro e veniva scoperto era costretto a berla in un colpo solo. E la cosa valeva per tutti, non solo per i membri del Sinodo dei burloni. Pietro conosceva il valore dell’ubriachezza, il potere che derivava dalla sua imposizione e il potere che derivava dal ridurre la propria controparte a un relitto rigurgitante.




L’ambasciatore danese, una volta, si ritrovò in barca con Pietro il Grande e si rese ben presto conto di non poter bere ancora. Cercò dunque di scappare arrampicandosi sull’albero maestro per nascondersi tra le vele, ma Pietro se ne accorse e si arrampicò a sua volta con delle bottiglie di vino in tasca e la Grande aquila in bocca. L’ambasciatore fu costretto a bere. Pietro era sicuramente un grand’uomo, promulgò numerose riforme importanti – soprattutto contro le barbe – ma ciò non significa che fosse automaticamente una brava persona.

 

L’ambasciatore prussiano affermò di aver visto con i suoi occhi Pietro mentre ordinava che gli venissero portati venti prigionieri e venti bicchieri. A quel punto se li scolò tutti e celebrò ogni bicchiere vuoto sfoderando la spada e decapitando allegramente un prigioniero. Domandò poi all’ambasciatore se voleva provarci anche lui.




Stalin era anche un grande ammiratore di Ivan il Terribile (1530-1584), che era stato un pioniere nell’uso dell’ubriachezza come forma di controllo politico a corto raggio. Costringeva a bere i suoi sottoposti: e se non bevevano fino a perdere i sensi – o ancor meglio fino a raggiungere uno stato di frenesia, allora [gli amici di Ivan] aggiungevano un secondo e un terzo bicchiere; e quelli che non desideravano bere o abbandonarsi a tali trasgressioni venivano esortati a farlo con una vera lavata di capo, mentre urlavano allo zar: ‘Guardate questo e quest’altro (chiamandoli per nome), non vogliono mostrarsi gioviali alla vostra festa, come se condannassero e schernissero sia noi che voi bollandoci come ubriachi, fingendo ipocritamente di essere retti!’.

 

Ivan era ancor meno sottile in merito alle sue motivazioni. Molto spesso convocava degli scrivani alle sue feste, che annotavano tutto quello che la gente diceva da ubriaca. Quegli appunti venivano letti ad alta voce ai diretti interessati la mattina successiva, con l’assegnazione di una punizione consona. Le punizioni erano a dir poco fantasiose. Ivan aveva la maliziosa abitudine di stuprare e uccidere (e di sguinzagliare occasionalmente degli orsi affamati alle calcagna di monaci ignari, cosa che sembra piuttosto spassosa, in effetti).




Ma la sua azione più crudele, forse, consisteva nel mandare altra roba da bere a casa di chi aveva appena lasciato una delle sue feste. La faceva recapitare da soldati che dovevano restare lì ad assicurarsi che venisse tutto ingoiato all’istante. Ora, queste potrebbero essere soltanto storielle divertenti sulle manie di autocrati fradici di vodka, e non ci sarebbe nulla di strano. Si dice che il nordcoreano Kim Jong-il abbia speso un milione di dollari l’anno in Hennessy, e persino la regina Vittoria non disdegnava un bicchiere di whisky e chiaretto.

 

In Russia, però, tutto questo è importante, non solo per l’andamento e la continuità che superano i 500 anni, ma perché quello che i governanti russi facevano al loro gabinetto finiva per somigliare a quello che facevano ai loro sudditi. E la colpa è tutta di Ivan. Nel 1522 Ivan il Terribile assediò e conquistò la città tartara di Kazan. Mentre trucidava gioiosamente gli abitanti, si fermò abbastanza a lungo da essere positivamente impressionato dalle taverne statali, o ‘kabak’, come venivano chiamate.




I tartari non si limitavano a tassare l’alcol, incameravano la totalità dei profitti. Ivan tornò in fretta a Mosca e costruì la cattedrale di San Basilio per festeggiare. E nazionalizzò tutti i bar russi. Venne dunque creato un curioso sistema di consumo alcolico gestito dallo stato. I ‘kabak’ erano amministrati da autentici pubblici ufficiali, in fin dei conti. Non esisteva la figura del ‘pacioso gestore della taverna di quartiere, cuore pulsante della comunità’. L’oste era un impiegato governativo che aveva il compito di spremere la maggior quantità possibile di denaro da una qualsiasi cittadina o villaggio. Ogni genere di variazione legislativa che avrebbe potuto aiutarlo a smerciare vodka ai civili sarebbe stata promulgata.

 

E qualsiasi benintenzionato che consigliasse la moderazione o una serata tranquilla sarebbe stato arrestato.




Un viaggiatore inglese descrisse così il funzionamento del nuovo sistema di Ivan: ‘In ogni grande città del suo regno ha un ‘kabak’ o un locale adibito al bere dove vengono venduti acquavite (che chiamano vino russo), idromele, birra ecc. Da questi riceve una rendita che ammonta a somme ingenti di denaro. Alcuni producono 800, altri 900, altri 1000, altri 2000 o 3000 rubli l’anno. Qui, a parte le modalità spregevoli e disonorevoli di rimpolpare la propria tesoreria, molti crimini scellerati vengono commessi. I manovali e gli artigiani poveri spesso spendono tutto a discapito di mogli e figli. Alcuni sono soliti lasciare venti, trenta, quaranta rubli o più al kabak, e votano se stessi al boccale finché non li hanno spesi tutti. E questo (come direbbero loro) è per onorare l’ospodare o l’imperatore. Ne troverete tanti lì che si sono bevuti anche i panni che indossano e che quindi si allontanano nudi (‘nagd’, li chiamano). Mentre si trovano nel ‘kabak’ nessuno ha la facoltà di richiamarli per un qualsiasi motivo, perché si intralcerebbe il guadagno dell’imperatore.

 

Lo stato era diventato dipendente dai ricavi legati agli alcolici.

 

Il che significava che lo stato fosse dipendente dalla dipendenza dall’alcol della popolazione.




La maggior parte dei paesi, in un modo o nell’altro, aveva cercato di limitare l’ubriachezza del suo popolo. Si preoccupavano del crimine, delle rivolte, della sclerotizzazione dei nuclei familiari e dei fegati spappolati. Per lo stato russo, tutto questo era sempre stato controbilanciato dai guadagni. Il che ci riporta dritto dritto da Nicola II che, nel 1914, doveva scegliere tra sobrietà e profitto e, spezzando una tradizione vecchia di 400 anni, determinò il crollo di una monarchia dipendente dalla vodka.

 

Non c’è nulla di fortuito o accidentale nell’onnipresenza della vodka.

 

La vodka spazzava via da sempre i suoi rivali più leggeri.




La storia del bere in Russia è la mania londinese per il gin al contrario: la pressante preoccupazione delle classi governative era che il popolo potesse riconquistare la sobrietà. Le uniche due campagne serie in favore della moderazione nella storia russa sono state quelle di Mikhail Gorbačëv e di Nicola Romanov.

 

Oggi, ovviamente, tutto è cambiato e la Russia è stretta nel saldo abbraccio di una ritrovata e felice sobrietà e di un governo amabile e premuroso. Il maschio russo medio consuma solo mezza bottiglia di vodka al giorno e, nel 2010, il ministro delle Finanze Aleksej Kudrin ha dichiarato che il modo migliore per risolvere i problemi delle finanze pubbliche è fumare più sigarette e bere parecchia vodka in più.

 

‘Quelli che bevono’

 

…ha affermato

 

‘sono anche quelli che ci aiutano di più a risolvere i problemi della società, come l’espansione demografica, lo sviluppo di altri servizi sociali e il sostegno al tasso di natalità’.

 

(M. Forsyth)