giuliano

domenica 18 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (6)














































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Gli aspetti e le successive interpretazioni. Il conflitto di due culture con i relativi miti trasmutati nella sfera del divino sono stati lentamente soppiantati dal prevalere di una divinità incarnata, evoluzione del mito stesso, dove in sua assenza apparente, la materia teologica elevata impropriamente a fonte ispiratrice di un potere spirituale è venuta progressivamente ad asservire la parte irrazionale dell’uomo, che con la parvenza di una presunta verità (incarnata) non ha più bisogno di giungere ed aspirare ad essa.

Che sia avvenuto per caso o per intenzione divina, Gerusalemme è divenuta il tempio di quattro diverse religioni, che scaturiscono come i quattro fiumi del paradiso fluendo dalla sorgente sotto il Tempio verso le quattro direzioni, gli ebrei a oriente, i mussulmani a meridione, i cristiani a occidente e, in direzione del nord, i discepoli di quell’antico sistema religioso che precedette gli altri. Esiste quindi una quarta religione che prende parte alla rivelazione del tempio a Gerusalemme, la più antica e la più profonda. E’ la religione pagana, il cui nome, dettato dai suoi nemici, è dispregiativo e suggerisce ignoranza e superstizione; in modo più appropriato viene definita la religione classica o dei filosofi. I suoi ideali sono la verità, la saggezza e la conoscenza; non richiede credenze artificiali e tra le religioni è l’unica a potersi dire perenne: è radicata nella natura e nell’uomo, per cui ciclicamente riaffiora.
(J. Michell, Il segreto del Tempio di Gerusalemme)

 Il terremoto culturale lo misuro attraverso il ‘Contra Galilaeos’ quale ultima e disperata difesa di quella razionalità che fa di Giuliano un moderno gnostico portatore di quella verità concettuale che è il fondamento di un infinito mondo razionale. Non a caso i filosofi sono anche i precursori di una scienza quale la stratigrafia, come abbiamo letto precedentemente. Quindi lo scontro tra diverse mitologie ha distribuito la ramificazione evolutiva in opposte evoluzioni ed esse hanno condotto ad una stratificazione sociale ben distinta nel pensiero e l’azione. Cortés è uno dei tanti esempi.
Certo pochi o nessuno si resero conto di affinità fra l’ambiente il dio piumato o il serpente ed il mito corrispondente, intuizione di una evoluzione genetica che dall’uno si ramifica nelle diversità della specie. Lo stesso serpente ha assunto linguaggi ed immagini assai diversi in altre mitologie, che giustificano ancor oggi il confronto legittimando il criterio tra l’inferiore dal superiore, in maniera disgiunta da un probabile anello evolutivo che ci fa tutti indistintamente partecipi alla vita. Ma il conflitto che risiede alla base di essa lo posso ricondurre direttamente alla forza originaria del mito stesso, una forza generatrice che attraverso la collisione crea la vita, quella vita in continua mutazione che tende ad attestarsi sempre in condizioni ottimali e adattarsi alle specifiche condizioni ottimizzando i suoi principi. Il mito è intimamente legato alla terra ed è una sua rappresentazione. Quelli più antichi che talvolta appaiono immutati anche nella loro razionalità originaria vengono spesso trasmutati in una progressiva e naturale evoluzione culturale, mutando le originarie intuizioni sul vero su cui si basano tutte le connessioni con la natura. Il riflesso di figure perfette platoniche è incentrato su un disegno di equilibrio originario, che è nelle premesse della natura stessa. Se modificata questa visione, alteriamo i suoi fondamentali cicli ed equilibri. Anche se nel linguaggio della moderna scienza ho dovuto affrontare un ‘superamento’ di questo concetto, un ‘superamento’ però, non una sistematica cancellazione. Uno strato si è creato o frapposto ad un altro. I sedimenti della ricerca rivolta al passato quanto al futuro poggiano appunto su questa visione introspettiva ed analisi. Nell’universo di talune simmetrie ci devono essere dei corrispondenti al vero.
Quindi la forza del mito.




La complessità e l’intelligenza animale sono aumentate con costanza nei 4 miliardi di anni di storia della vita. Un miliardo di anni fa la specie più intelligente era qualche sconosciuto microscopico pezzetto di sostanza appiccicosa. Cento milioni di anni fa, forse un pesce, o un mammifero primitivo. Dieci milioni , una grande scimmia o un delfino. Un milione di anni fa, i primi ominidi, magari già sul punto di usare una forma semplice di linguaggio. In un altro mondo, dove gli estremi climatici del Pleistocene fossero stati un po’ mitigati, dove un asteroide non avesse schiacciato la maggior parte della vita, dove la gravità fosse stata più forte e i continenti più mobili e l’acqua più abbondante, in ogni periodo le particolari specie con il cervello più grande sarebbero potute essere differenti. Il collegamento di un grosso potenziale cerebrale con le inclinazioni demoniache maschili assomiglia a una tragica coincidenza di catene casuali indipendenti. Ma c’è qualcosa in più. Le menti intelligenti sono responsabili di forme nuove di aggressività irrilevanti per animali privi di una buona memoria e di rapporti sociali a lungo termine. Quel grande cervello umano è il prodotto più temibile della natura. Allo stesso tempo però è il regalo più bello e più utile. L’intelligenza ci è familiare, è un vecchio libro, una vecchia amica.
Ma la saggezza cos’è?
Se l’intelligenza è la capacità di parlare, la saggezza è la capacità di ascoltare. Se l’intelligenza è la capacità di vedere, la saggezza è l’abilità di vedere lontano. Se l’intelligenza è un occhio, la saggezza è un telescopio. La saggezza rappresenta la capacità di lasciare l’isola dei nostri sé e di attraversare l’oceano. Vedere noi stessi, forse come fanno altri, a vedere gli altri entro e oltre la prima dimensione o il contesto: di tempo, di spazio, di esistenza. Saggezza, in altre parole, è prospettiva. (Wrangham/Peterson, Maschi bestiali, basi biologiche della violenza umana)

Questa conclusione semplice per quanto lapidaria è una verità imprescindibile.
(Giuliano Lazzari, Il Viaggio, Ed. Uniservice)




Ritorno al motivo  che ha suscitato tal dire riproposto nel ‘sentiero’ della nostra disquisizione, il motivo ‘aggregante’ e ‘terapeutico’ che fa dell’epistola principio di confronto e riflessione: i mali per i quali la tua ‘disciplina’, con il bagaglio della conoscenza e capacità di analisi e di approfondimento ha evidenziato (mi è sembrato di capire, in ultima analisi) nei principi di un malessere generalizzato nella scala dei valori (riflessi nelle sintomatologie odierne), con un nome proprio, ma che in realtà ne cela altri.
‘Depressione’.
Disciplina che affonda le sue radici non solo nella ‘psiche’ umana, ma anche in altrettante connessioni scientificamente (o non) accertate con cui la stessa si deve confrontare, misurare e proporre, per non rimanere confinata alla singolarità della sua funzione; ma rapportarla, giustamente, al grado di quella universalità e interdisciplinarietà di cui l’uomo, detto evoluto, abbisognerà nel millennio prossimo venturo, in quanto appartiene ad un grado di ugual Universalità, che se privata o snaturata della vera e sola connessione stratificata nei millenni della sua graduale evoluzione, genererà tutte quelle malattie di cui ha rilevato una dimensione.
Malattie che ‘evolveranno’ in una nuova ‘stratificazione’ genetica ed assumeranno nomi nuovi nel pantheon della sua ‘crescita’, ma, se non correttamente delineate nella loro specificità e motivazione scatenante, come quel ‘cancro’ con cui la medicina si deve costantemente misurare, ne genereranno di nuove, ‘evolute’ in una ‘spirale’ non confacente con il reale disegno Creatore dell’Universo. Rapportare l’uomo ai suoi eterni valori, anche evoluti nel mito, è opera non solo scientifica, ma teologica, filosofica e profetica, come fu, come ben sai, l’opera di Jung rispetto al maestro Freud.
Una frattura della Terra che ha portato ed evoluto la scienza (psicologica) ad una dimensione universale e non ortodossa come il maestro insegnava. Ponendo l’allievo in una condizione diversa e direi ‘sciamanica’ nella  specificità della disciplina scientifica, estendendo le motivazioni iniziali ad un ruolo ‘eretico-profetico’ di cui ne approfondì aspetti e temi, imprescindibili per quella capacità di analisi e terapia in grado di poter curare ed alleviare i ‘mali’ terreni cui giornalmente l’uomo deve fare i conti, e di cui ne ha svelato miti e connessioni.
Se fosse rimasto ancorato a quella ‘ortodossia’ iniziale la geologia della Terra non sarebbe certo evoluta, ma ancorata al piatto mare di Tedite dove tutto ebbe origine, e dove la Natura del nostro inconscio (e sub…) non avrebbe conosciuto quegli aspetti diversificati ed evoluti nei vasti panorami dell’essere ed appartenere alle infinite connessioni che quel primo mare generò per le condizioni ottimali della vita.   
Con tale sforzo, che a taluni, soprattutto per gli addetti ai lavori, potrà apparire ridicolo, in quanto a compierlo non è uno scienziato ma un umile autodidatta, concludo questa nuova epistola, con accenni bibliografici circa quel Theodor Strehlow figlio del più conosciuto Carl, il quale in ugual frattura (precedentemente detta) dovette fare i conti con l’ortodossia incarnata nel mondo accademico da quel Spencer il quale rifiutava una visione religiosa nel panteon mitologico partorito dagli aborigeni (troppo primitivi…). Successivamente, il figlio Theodor, proseguì l’opera intrapresa dal padre, difendendo quel mondo antico attestato per taluni all’età della pietra, ma di cui ne approfondì legami e ‘visioni’ di un ‘sogno comune’ ben stratificati nell’evoluzione del mito riflesso nella religiosità, aspetto e denominatore comune dell’evoluzione umana.




Prima che l’uomo bianco avesse messo piede sul loro territorio, gli aborigeni dell’Australia centrale avevano raggiunto un ammirevole adattamento al loro ambiente, non solo dal punto di vista psicologico, ma anche sociale; persino le loro concezioni religiose erano state adattate alla geografia del territorio. Cooperazione, non subordinazione; differenziazione senza disuguaglianze; tolleranza per i costumi di altri popoli nelle loro aree e rispetto per i terreni di caccia e raccolta di altri gruppi: erano questi i principi sociali e politici su cui si basava l’organizzazione della comunità aborigene australiane dell’interno.
E il monototemismo individuale, in queste comunità politotemiche, forniva un sistema perfettamente calibrato di credenze religiose, che si armonizzava con quei principi e li convalidava. La religione totemica contribuiva anche a proteggere la fauna e la flora indigene. Gli animali e gli alberi australiani erano provvisti di adeguati santuari negli inviolabili luoghi sacri, e il  loro collegamento con il rituale religioso ne assicurava la sopravvivenza anche durante le peggiori siccità. La dignità conferita dal totemismo alla vita vegetale e animale contribuiva così, in Australia centrale, a preservare l’equilibrio della natura. Un sistema di credenze religiose può essere valutato sia in rapporto alla sua logicità e validità teoretica, sia sulla base del valore pratico, quale forza trainante nell’esistenza dei credenti.
Se adottiamo il secondo criterio, dobbiamo ammettere che la religione dell’Australia centrale ha reso due servizi ai suoi fedeli, nello stato di conoscenza della Natura in cui essi si trovavano prima dell’avvento dell’uomo bianco: ha dato loro un alto senso di valore della persona, basato sul sentimento dell’unità con l’Eterno, e li ha resi affabili, tolleranti e disponibili nei confronti dei loro simili, più di quanto sarebbero potuto esserlo. Altrimenti contrariamente alle nostre normali aspettative, entrambi questi atteggiamenti sembrerebbero scaturire proprio dal monototemismo individuale: non vi era nessun Essere Celeste Supremo, che potesse essere fatto oggetto di adorazione da una parte di un ristretto gruppo di persone e attraverso un’unica forma di culto esteriore, da imporre con la forza a tutti i credenti.
Le credenze religiose di ciascuno venivano determinate liberamente dalle relazioni personali con la propria figura totemica;  e le pratiche religiose erano modellate soltanto sulla base del proprio centro totemico e del ‘pmara kutata’ appartenente al proprio gruppo patrilineare. Nell’Australia centrale, quindi, le osservanze religiose potevano rivelare, da gruppo a gruppo e da persona a persona, una notevole diversità quanto alla loro struttura esteriore. Soprattutto, la natura stessa delle credenze religiose impediva l’insorgere di quel particolare tipo di fanatismo religioso che avrebbe potuto elevare un piccolo gruppo di uomini ben organizzati ad una posizione di forte supremazia su una vasta comunità…. Questo sistema religioso, conforme alla geografia locale e caratteristicamente australiano, crollò quando l’uomo bianco mise piede sulla terra Eterna. Nell’ottica aborigena, l’amato territorio, strappato senza pietà ai suoi abitanti originari, divenne una terra asservita e disprezzata i suoi predoni bianchi. L’Australia centrale veniva per la prima volta sottoposta ad un inesorabile sfruttamento materialistico, per soddisfare rapidamente l’avidità dei suoi nuovi abitanti ‘civilizzati’ e di proprietari terrieri, interessati ad investire altrove i guadagni quaggiù ottenuti. Si sparava agli animali, spesso semplicemente per ‘sport’, e alberi e pascoli venivano distrutti a causa di un miope....

(Fotografie di Robert and Shana ParkeHarrison)

(Prosegue....)














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