giuliano

venerdì 12 luglio 2019

ROSSO O NERO MEDESIMO IL QUADRO DAL POLITICO ISPIRATO (12) & (44)



















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Rosso o nero medesimo il Quadro dal politico ispirato  (11)  &  (43)

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Nell'unica verità... (13/1)

Rime taciute alla parabola del Tempo (45)














....Possederla nella strana preghiera, e profanare ogni segreto del suo corpo perché ora è più Diavolo o Santo… di prima…
Lei poveretta, cameriera per dovere della sua povera terra, tanti pargoli custodisce in essa, perché il latte e il vino della vita gli viene privato ogni mattina, da quando suo marito rimase invalido e menomato della vita in nome di una strana guerra principio di ogni falsa ricchezza. Ora deve sfamare i suoi pargoli ed il povero marito mutilato come un Cristo.
Fame e carestia hanno nutrito la sua misera vita.
L’ingiustizia ha divorato la sua povera terra.
La bellezza l’ha di certo abbandonata come fosse un’antica Dèa pagana incarnata in una statua mal conservata nella posa strana… La bellezza incontrata dall’uomo ora sacrificato nel tormento terreno come fosse un agnello.
Una mattina lo trascinò via un diavolo con una strana divisa a combattere una guerra neppure capita, loro fedeli solo all’umile piacere dell’amore. Loro  custodi della vita incontrata all’alba di ogni mattina. Loro che un tempo, al principio della vallata quando il grande albergo non vi dimorava, avevano parlato con un uomo avvolto nella nebbia di una Prima mattina. Aveva narrato di una strana vita libera dalla schiavitù a loro per sempre comandata; libera dalla divina dottrina predicata, libera dal pregiudizio, dalla colpa, dall’ingiustizia nella terra da loro accudita.





Libera ogni mattina e nutrita con il pane della vita affinché il suo frutto possa essere colto ogni giorno, perché l’insegnamento e l’Eresia dello Straniero dimorano nella bellezza del Creato libero dall’inganno predicato da un Secondo Dio seminatore di ogni peccato coltivato. Ogni giorno udivano sempre la sua Natura, infiniti Frammenti in rima sparsi lungo la via, ed anche se non lo vedevano mai come era apparso nel Primo incerto sogno, lo impararono a riconoscere in ogni capolavoro, in ogni poesia che loro come d’incanto impararono quasi prima della parola, sgorgava come un torrente in piena a seminare la vita.
Ogni giorno udivano la sua Natura, e ogni volta che la nebbia lasciava la loro dimora pregavano un cielo limpido e azzurro che ora si specchia su quel  Paradiso, e l’acqua del fiume narrava il suo capolavoro, il tempo e la parola in lei imparavano come il mistero dell’intero Creato, poi videro i colori dell’Universo, ogni stella e pianeta, ogni cometa seminare l’eterna preghiera perché una nuova Parola avevano gridato dallo stupore non ancora del tutto svelato.
Poi, come ho detto, la guerra portò via l’uomo, lo costrinse all’inferno di una bestia, e la poveretta vivere schiava della sua bellezza, cameriera nell’albergo della fertile vallata. Tutti la vogliono e desiderano in quella sala altare e principio del falso creato, perché ora vi dimora la parola nuova di un Dio da signore vestito… o forse solo mascherato…. politico creato!





Si nutre della bellezza della Terra e da politico e uomo di principio ha comandato una guerra in nome del suo Dio, è un ministro importante quell’uomo bianco vestito, profana la bellezza di un altro Dio… Lasciando loro l’inutile martirio di un eterno conflitto tutto racchiuso nel pensiero di un diverso… Principio. Lasciando loro l’inganno del Tempo nutrimento della falsa parola chi poesia e rima non intende in questa misera e povera vita.
Chi parola… mai ha udito nel silenzio…. di un Primo mattino!
Così il saputo ministro di Dio e con lui il grande Regno governato, dopo aver colonizzato in codesto modo il nuovo Creato, costrinsero la bella Eva, ora solo un umile ed incolta serva, a saziare le voglie per il resto della sua vita uno strano Dio inchiodato, agnello di ogni loro peccato. Costrinse il bosco rigoglioso di ogni bellezza al buio di una nera cella per ogni verità detta. Costrinse a chiedere perdono dello strano desiderio istinto di vita specchio della sua bellezza come una serpe che striscia. Costrinse a pregare per il resto dei suoi giorni un uomo sacrificato come lei ed anche tradito proprio come il suo povero marito.





Mutilato della vita in una guerra infinita e giammai capita. Costrinse a confessare, dopo aver servito il frutto proibito di un peccato mai consumato con un Primo Dio, ma ora donato al Secondo Dio; fu l’ultima mensa, o se più vi piace, l’ultima cena servita, prima del castigo di una cella serva di Dio. Il segreto portò fin davanti all’altare costretta ad espiare una colpa mai consumata, ma di questo mistero fu ricca più di prima la sua Infinita vita, di questo sacrificio fu l’invisibile rima del Primo Dio, fuggito una Prima Mattina dall’uscio della sua dimora corpo della vita, perché lei la paura dello spirito aveva custodito e nutrito con il pane e un poco di vino, perché questo avevano imparato dalla Natura del Primo Dio.
Ma l’assassino lo colse lungo la via, e la vita ed il Libro portò via, Inquisitore dell’Eretica parola, la costrinse al fuoco della sua dottrina, la donna che vide così bella volle possedere, e per questa nuova segreta conquista sradicò dall’albero della vita anche il frutto marcio eretica rima della sola Parola nutrita, la guerra mai è finita nell’inganno della vita. L’invalido della vita urlava la sua sventura quando l’uomo soffocò ogni sua paura, ed il sangue sgorgò come un fiume in piena, macchiato dall’infamia della Storia!
L’uomo tornò casto e sazio della sua linfa, politico di mestiere il freddo è la  segreta natura quando uccide e tortura. L’inganno è il Regno della sua fiera natura, non temete volgo che lavora! Il raggiro è la sua poesia, non tema il Papa o il Sovrano che sia, con loro la ricchezza è ben nutrita! La paura è la vera disciplina… non tema il servo di Dio, la terra è così ben seminata ed accudita!





La diplomazia è la vera disciplina…, l’inganno la sola rima….
In questa nuova mattina, il politico, diplomatico di corte, si affaccia dalla loggia e contempla la vita, lui padrone di questa bella vallata…, per nulla mutata all’occhio ciclopico Polifemo di antico antenato.
Parla del futuro del suo gregge, ora, il nuovo Dio approdato pastore di stato, discute del futuro… lui uomo arguto e risoluto, decide le sorti e conta i morti, contempla le greggi e conta pecunia, porta la legge e dona misericordia dopo  aver tirato bene la corda. Ordina alla serva il piatto mattutino per lui il primo, di lei saprà tacitare ogni ricordo circa la vera natura del suo istinto contorto, non avrà più onore e dovere di servire alla mensa della loggia così fieramente e devotamente onorata.
Per lei, invece, serva del potere, saranno solo misere preghiere a tacitare i frutti della sua terra, non potrà ricordare le verità per sempre ammirate, solo con la paura dovrà dialogare con la segreta speranza giammai privilegio antico di non fare ugual fine di suo marito e di quell’uomo sul rogo crocefisso; per lei non vi sarà più nessun appetito l’ultimo pasto è così pietosamente servito!





Lui decide la miglior via, politico di corte, quando la pensiamo smarrita ed anche mal nutrita e forse anche assisa nel pensiero suo contorto di un regno mai morto parente di un impero, futuro scudiero di un regime di prossimo avvenire; il sentiero fino alla cima saprà a tutti indicare ingannando la giusta e retta via. Saprà amministrare anche la Divina Giustizia, lui, ora che ammira il campo fiorito, indeciso sulla prossima stagione del suo bel fiore in lei partorito, se estirpare o seminare nuova terra dopo averla purgata della nostra eterna Primavera, in cui ci onora, conferendoci privilegio antico, della illustre sua e sapiente nonché arguta compagnia.
Tutti gli araldi del vicinato, nobili venerati, lo ammireranno mentre beve il latte appena munto come fosse un servo appena venuto, tutti si compiaceranno e ascolteranno la sua dialettica antica mentre annusa il profumo di una rosa, tutti applaudono le mani mentre arpeggia con il liuto il motivo preferito, e complice un bicchiere di vino, accenneranno a qualche passo del nuovo musico, perché la vecchia danza in onor della Natura, pagana ed innominata per questa Imperiale cultura, non venga più nominata alla loggia della superiore creanza, affinché l’antica ed immonda eresia sia sepolta come una bestia o una povera arpia. Il suo corpo, fra un inchino ed uno sputo, possiamo solo ungere per il rogo che scaccia il pensiero di un diverso Dio celebrato in ogni bosco inesplorato, e alla fine del misfatto condire cacciagione ed altre saporite carni, ammirare le teste così ben tagliate ornare la sala del vero convivio. Qualcuna, dopo uno o più bicchieri del buon Dionisio, assomiglia vagamente ad un vago sorriso incontrato un mattino, forse solo un animale braccato nel bosco, eretica parola come una lingua di bestia entro un corpo scolpito e dipinto, la caccia per questo Paradiso non conosce la pietà di Dio.





Così, come è nostro costume, in nome dello stesso Dio, la bestia il marito e il lupo dal Diavolo partorito, del suo uguale appetito ho così ben condito al mio camino preferito accompagnato dal dolce e caldo sorriso. Quando ammiro il trofeo ora donato alla sala del Municipio provo ancora la voglia e il desiderio che fanno dell’uomo un cacciatore antico, porre così il vero confino fra la bestia ed il vero Dio…
Lui, fiero e devoto cacciatore e politico di corte, oltre al fiore e alla bestia così ben braccata, sacrificherà in nome del progresso… anche tutto il resto, l’avventura e il coraggio mostrerà come un provato e consumato attore di teatro per ogni anima devota, perché l’uomo è padrone della storia, non certo può dirsi il contrario, la Bibbia e Dio hanno comandato questo divino oltraggio…
Della serva rimarrà solo un confuso ricordo, del marito suo la povera ed innocente demenza, del nero assassino neppure il nome ad illuminare diversa scienza. Dello Straniero, colui che smarrì la retta via, venga cancellata ogni rima e poesia, l’eresia antica in cerca di nuova dimora verrà cacciata per ogni vita. Per questo, come ben vedete, io politico illuminato da Dio ed incaricato dal Sovrano per benedetta sua mano, pur sapendo e facendo finta di non sapere il segreto della vita, uccido ed confondo ogni Spirito disceso sulla stessa via, Demonio incarnato in ogni natura nominata peccato.




Per questo lo bracco e costringo alla mia disciplina: ogni elemento così come fu pregato è il solo e vero… primo peccato, ogni natura figlia di un ricordo è un Diavolo già morto. Non dono a lui la vita, Straniero alla mia via, ma abuserò della sacra sua alchimia, bellezza che danza cavalca o viaggia un’antica rima, inverte il tempo della mia rotta, predica e legge il futuro, sarà da me posseduta e cacciata come una bestia maledetta ed ogni frutto di questa turpe conoscenza non avrà giardino a custodire il sapore antico…, certo non prima che io l’abbia assaggiato e colto per evitare un sapere che so’ già incenerito in un buon piatto saporito.
Sacrifico il mio appetito al veleno di questo sogno proibito, così la santità mi sarà donata e l’araldo mio, con scolpito un motto,  farà la storia, ed un  diverso nome (con vicino un numero) concederà ai posteri l’eterna mia memoria….
Si narra che due lupi furono visti, quando l’ultimo respiro muto e strozzato del sacrificio compiuto entro quella luce costretta fu esalato come uno strano ululato…, nel silenzio del Tempo divenuto peccato…, nell’inganno della Storia divenuta rogo della memoria …





Si narra che la montagna vomitò una valanga come nessuno l’aveva mai vista prima, cancellò ogni via che in essa dimorava, segreta rima di un Eretico che in lei confida dalla nebbia di una Prima Mattina fino alla cima di una vista dove il libro della vita narra la sua antica sostanza, dove un Primo Dio svela la vera creanza e la natura tutta parla e racconta, e ogni anima discesa e incarnata ricorda la sua vita passata…, la verità scorreva come un fiume in piena ed ogni anima rinasce nell’eresia di una poesia antica….
Si narra che l’uomo dal basso della loggia abbia creduto e parlato di un miracolo, e negli anni a venire il fiume divenne una lacrima di un diverso dire, tutta la vita dal ghiacciaio nutrita fu barattata per nuova ricchezza in nome di un falso avvenire, dottrina predicata come il presagio di una santa profezia…





L’albergatore si chiuse nel suo dolore, nulla poté contro il potere! Lui che aveva fatto uno strano patto un giorno: sconfiggere il Tempo per servire i minuti le ore i giorni e i secoli della storia…, nell’Infinito Secondo della falsa memoria. Così da ricordare e servire quale verità pregare e nascondere entro il ventre di una caverna scura, che la segreta via… non vada mai né perduta né taciuta…
Lui, il Primo Sogno senza Tempo una mattina aveva scorto come fosse stata una invisibile preghiera, c’era della nebbia, e anche se il volto di quell’uomo non scorgeva, la parola udì, con lui fece un lungo discorso ed un patto incise sulla dura pietra, fossile del tempo specchio della materia.
Il Tempo dovrà servire udire e farne tesoro… e mai intervenire, solo scrutare fuori da quello il vero Cielo, il Regno, come un umile e povero Straniero al suo Creato, un albergo narrato al principio… di un falso miracolo, narrato nel Tempo di un Dio senza ricordo e da un politico accorto al peccato, contato nella strofa e nella strana poesia da chi assente e eterno al limite di questa vita,  invisibile alla vista… materia prigioniera di una falsa dottrina.
Il miracolo della vita ogni giorno farsi rima combattere il male eterna apparenza privato della vera sostanza….          
Questa la rima segreta.
Questa la verità mai detta!
Certo che il politico griderà vendetta e compirà il circolo del Tempo incaricato della Storia… in nome del Sovrano inganno della memoria, che la caccia sia la loro rima…                    
         
(G. Lazzari, Lo Straniero)












            

(il fascismo) ...AL POTERE (10)





















































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Il Fascismo... (9/1)

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Rosso o nero medesimo il 'Quadro' dal politico ispirato (11/2)













Come il periodo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Duemiladieci, anche quello dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento all’inizio dei Dieci del Novecento fu un’era di globalizzazione. La saggezza convenzionale di entrambe le fasi riteneva che la crescita stimolata dalle esportazioni avrebbe prodotto una politica illuminata e posto fine al fanatismo. Questo ottimismo si sgretolò durante la Prima guerra mondiale e durante le successive rivoluzioni e controrivoluzioni. Il’in fu un primo esempio di questa tendenza. Giovane sostenitore del principio di legalità, si spostò verso l’estrema destra pur ammirando le tattiche che aveva osservato nell’estrema sinistra.

L’ex sinistroide Benito Mussolini guidò i fascisti nella marcia su Roma poco dopo che Il’in era stato espulso dalla Russia; il filosofo scorse nel duce una speranza per il mondo corrotto. Il’in considerava il fascismo la politica del mondo a venire. Durante l’esilio, negli anni Venti, temeva che gli italiani arrivassero al fascismo prima dei russi. Si consolò con l’idea che i Bianchi fossero stati la fonte d’ispirazione per il colpo di stato mussoliniano: ‘Il movimento bianco è, come tale, più profondo e più ampio del fascismo [italiano]’.




La profondità e l’ampiezza, spiega Il’in, vengono dall’adozione del genere di cristianesimo che impone il sacrificio del sangue dei nemici di Dio. Credendo, negli anni Venti, che i Bianchi potessero ancora conquistare il potere, si rivolse loro chiamandoli ‘Miei fratelli bianchi, fascisti’.

Il’in restò altrettanto colpito da Adolf Hitler.

Pur visitando l’Italia e passando le vacanze in Svizzera, tra il 1922 e il 1938 visse a Berlino, dove lavorò per un istituto culturale finanziato dal governo. Sua madre era tedesca ed egli si sottopose alla psicoanalisi con Freud in tedesco, studiò la filosofia tedesca e scrisse in tedesco con la stessa padronanza e frequenza con cui scrisse in russo. Durante il lavoro revisionava e scriveva studi critici sulla politica sovietica (Un mondo sull’orlo dell’abisso in tedesco e Il veleno del bolscevismo in russo, per esempio, solo nel 1931). Considerava Hitler un difensore della civiltà contro il bolscevismo: il Führer, scrive, ‘ha reso un enorme servigio a tutta l’Europa’ impedendo ulteriori rivoluzioni sul modello russo. Osserva soddisfatto che l’antisemitismo hitleriano deriva dall’ideologia dei Bianchi russi. Lamenta che ‘l’Europa non comprende il movimento nazionalsocialista’. Il nazismo, continua, è soprattutto uno ‘spirito’ cui i russi devono prendere parte.




Nel 1938 Il’in lasciò la Germania per la Svizzera, dove visse fino alla morte, nel 1954. Lì ricevette un aiuto economico dalla moglie di un uomo d’affari tedesco-americano e guadagnò anche qualche soldo tenendo conferenze pubbliche in tedesco. L’essenza di questi interventi, afferma uno studioso svizzero, è che la Russia dovrebbe essere intesa non come minaccia comunista presente, bensì come salvezza cristiana futura.

Secondo Il’in, il comunismo fu inflitto alla povera Russia dall’Occidente in declino. Un giorno la Russia libererà se stessa e gli altri con l’aiuto del fascismo cristiano.

Un critico svizzero definì i suoi libri ‘nazionali nel senso che si oppongono all’intero Occidente’.

Le idee politiche di Il’in non cambiarono quando scoppiò la Seconda guerra mondiale. I suoi contatti in Svizzera erano uomini dell’estrema destra: Rudolf Grob credeva che la Svizzera avrebbe dovuto imitare la Germania nazista; Theophil Spoerri apparteneva a un gruppo che mise al bando ebrei e massoni; Albert Riedweg era un avvocato di destra il cui fratello Franz fu il più illustre cittadino svizzero nella macchina di sterminio nazista. Franz Riedweg sposò la figlia del ministro tedesco della Guerra ed entrò nelle SS. Partecipò alle invasioni della Polonia, della Francia e dell’Unione Sovietica, l’ultima delle quali fu, secondo Il’in, un esperimento bolscevico durante il quale i nazisti avrebbero potuto liberare i russi.




Quando, nel 1945, l’URSS vinse la guerra ed estese il suo impero verso ovest, il filosofo cominciò a scrivere per le future generazioni di russi. Paragonò la propria produzione al gesto di accendere una piccola lanterna in una fitta oscurità. Con quella fiammella, i leader russi degli anni Duemiladieci hanno provocato una conflagrazione.

Il’in fu coerente.

La sua prima grande opera filosofica, scritta in russo (1916), fu anche l’ultima, nella traduzione tedesca rivista (1946).14 L’unico bene nell’universo, sostiene, è stata la totalità di Dio prima della creazione. Quando Dio creò il mondo, mandò in frantumi l’unica e totale verità, ossia Se stesso. Il’in divide il mondo nel ‘categorico’, la dimensione perduta di quel singolo concetto perfetto, e nello ‘storico’, la vita umana con i suoi fatti e le sue passioni. Per lui, la tragedia dell’esistenza è che i fatti non si possono riassemblare nella totalità di Dio né le passioni nel Suo scopo.

Il pensatore romeno Emil M. Cioran, a sua volta un propugnatore del fascismo cristiano, spiega questo concetto: prima della storia, Dio è perfetto ed eterno; una volta che dà inizio alla storia, sembra ‘frenetico, incline a commettere un errore dopo l’altro’.




Come dice Il’in: ‘Quando Dio sprofondò nell’esistenza empirica, fu privato della sua unità armoniosa, della ragione logica e dello scopo organizzativo’. Per lui, il mondo umano dei fatti e delle passioni è assurdo. Egli trova immorale che un fatto possa essere compreso nel suo contesto storico: ‘Il mondo dell’esistenza empirica non si può giustificare teologicamente’. Le passioni sono malvage. Durante la creazione, Dio commise l’errore di dare libero sfogo alla ‘perfida natura del sensuale’. Cedette a un impulso ‘romantico’ creando esseri, cioè noi, spinti dal sesso. Così ‘il contenuto romantico del mondo supera la forma razionale del pensiero, e il pensiero cede il posto allo scopo irrazionale’, l’amore fisico. Dio ci abbandonò nel ‘relativismo spirituale e morale’. Condannando Dio, Il’in responsabilizza la filosofia, o almeno un filosofo: se stesso. Conserva la visione di una ‘totalità’ divina che esisteva prima della creazione del mondo, ma si considera l’unico capace di rivelare come si possa riconquistarla. Avendo tolto di mezzo Dio, può dare giudizi su ciò che è e su ciò che dovrebbe essere. C’è un mondo divino che in qualche modo deve essere redento, e questo compito sacro ricadrà sugli uomini che, grazie a lui e ai suoi libri, conoscono la propria situazione.

È una visione totalitaria.

Chi aspira a una condizione in cui pensiamo e sentiamo come una cosa sola, cioè non pensiamo e non sentiamo affatto?




Dobbiamo smettere di esistere come singoli esseri umani. ‘Il male’ scrive Il’in ‘inizia dove inizia la persona’. La nostra individualità dimostra soltanto che il mondo è difettoso: ‘La frammentazione empirica dell’esistenza umana è una condizione sbagliata, transitoria e metafisicamente falsa del mondo’.

Il’in disprezza le classi medie, la cui società civile e la cui vita privata alimentano, a suo parere, la frammentazione del mondo e tengono lontano Dio. Appartenere a uno strato della società che offre agli individui il progresso sociale significa essere il peggior tipo di essere umano: ‘Questa condizione è il livello più basso di esistenza sociale’. Come ogni forma di immoralità, la politica dell’eternità inizia facendo un’eccezione per se stessa. Tutto il resto del creato sarà anche malvagio, ma io e il mio gruppo siamo buoni, perché io sono me stesso e il mio gruppo è mio. Altri saranno anche confusi e affascinati dai fatti e dalle passioni della storia, ma io e la mia nazione abbiamo conservato un’innocenza preistorica. Siccome l’unico bene è questa qualità invisibile che dimora dentro di noi, l’unica linea politica è quella che salvaguarda la nostra innocenza, a prescindere dai costi. Coloro che sposano la politica dell’eternità non si aspettano di avere una vita più lunga, più felice o più proficua. Accettano la sofferenza come segno di rettitudine, se pensano che gli altri colpevoli soffrano di più. La vita è rozza, breve e disgustosa; il piacere dell’esistenza è la possibilità di renderla più rozza, più breve e più disgustosa per gli altri.

Il’in fa un’eccezione per la Russia e per i russi.




L’innocenza russa, dice, non è osservabile nel mondo. Questo è l’atto di fede che egli chiede al suo popolo: la salvezza impone di vedere la Russia come non è. Poiché i fatti del mondo sono soltanto i detriti corrotti della creazione fallita di Dio, vedere davvero significa contemplare l’invisibile.

Corneliu Codreanu, il fondatore di un analogo fascismo romeno, vide l’arcangelo Michele in carcere e riassunse la visione in poche righe.

Benché Il’in esponga l’idea della contemplazione in diversi libri, in realtà essa non è altro che questo: il filosofo vede la propria nazione come virtuosa, e la purezza di questa visione è più importante di qualunque cosa i russi abbiano effettivamente fatto. La nazione, ‘pura e oggettiva’, è ciò che il filosofo vide quando preferì chiudere gli occhi. L’innocenza assume una forma biologica specifica. Ciò che Il’in vede è un corpo russo vergine. Come i fascisti e altri despoti dell’epoca, il filosofo pensava che la sua nazione fosse una creatura, ‘un organismo della natura e dell’anima’, un animale dell’Eden senza peccato originale. A decidere chi debba far parte dell’organismo russo non è l’individuo, perché le cellule non scelgono se far parte di un corpo.

La cultura russa, scrive Il’in, produce automaticamente l’ ‘unione fraterna’ ovunque si estenda il potere russo.

(T. Snyder, La paura & la Ragione)













giovedì 11 luglio 2019

GALLERIA DI STAMPE (8) (40)






































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Galleria di stampe  (7) &  (39)

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Fascismo al potere (9/10)   &

Siamo Poeti non politici (41/2)













I politici dell’eternità diffondono la convinzione che il governo non possa favorire la società nel suo complesso, ma soltanto metterla in guardia dalle minacce. Il progresso cede il passo al destino tragico. Al potere, i politici dell’eternità  fabbricano crisi e manipolano le emozioni risultanti. Per distrarre i cittadini dalla loro incapacità o dalla loro scarsa volontà di introdurre le riforme, li incoraggiano a provare euforia e indignazione a brevi intervalli, annegando il futuro nel presente.

Nella politica estera sminuiscono e annullano i successi di Paesi che potrebbero sembrare modelli agli occhi del pubblico. Usando la tecnologia per trasmettere una fiction politica, tanto in patria quanto all’estero, negano la verità e cercano di ridurre la vita a spettacolo e sentimento.




Forse negli anni Duemiladieci è accaduto più di quanto immaginiamo.

Forse la furiosa sequenza di momenti tra lo schianto di Smolensk e la presidenza Trump è stata un’era di trasformazione che non abbiamo vissuto come tale.

Forse scivoliamo da una percezione del tempo all’altra perché non capiamo come la storia faccia noi e come noi facciamo la storia.

L’inevitabilità e l’eternità traducono i fatti in racconti.

I sostenitori dell’inevitabilità considerano ogni fatto un’anomalia che non modifica il racconto generale del progresso; i fautori dell’eternità classificano ogni nuovo evento come l’ennesimo esempio di minaccia atemporale. Ciascuna delle due visioni si spaccia per storia, entrambe la cancellano. I politici dell’inevitabilità insegnano che i dettagli del passato sono irrilevanti, perché qualunque cosa succeda è soltanto acqua per il mulino del progresso.

I politici dell’eternità saltano da un momento all’altro, tra i decenni o i secoli, per costruire un mito di innocenza e di pericolo. Immaginano cicli minacciosi nel passato, creando uno schema astratto che realizzano nel presente producendo crisi artificiali e drammi quotidiani.




L’inevitabilità e l’eternità (come l’Infinito dal Burke nominato) hanno metodi propagandistici ben precisi. I politici dell’inevitabilità tessono un velo di benessere intorno ai fatti. Quelli dell’eternità occultano (reali prospettive) e fatti per nascondere tanto l’evidenza che le persone sono più libere e più ricche in altri Paesi, quanto l’idea che le riforme possano essere formulate in base alle conoscenze. Gli anni Duemiladieci si sono contraddistinti soprattutto per la creazione intenzionale di una fiction politica, di storie ingombranti capaci di monopolizzare l’attenzione e di colonizzare lo spazio necessario per la riflessione.

Tuttavia, qualunque impressione la propaganda faccia in un dato momento, non è il verdetto definitivo della storia. C’è differenza tra la memoria, ossia le impressioni che riceviamo, e la storia, ossia i legami che – se vogliamo – cerchiamo di instaurare.




La storia come disciplina nacque come scontro con la propaganda bellica. Nel primissimo libro di storia, La guerra del Peloponneso, Tucidide ha l’accortezza di fare una distinzione tra i resoconti che i leader fanno delle proprie azioni e i veri motivi dietro le loro decisioni.

Nella nostra epoca, man mano che le disuguaglianze crescenti alimentano la fiction politica, il giornalismo investigativo diventa ancora più prezioso. Il suo rinascimento cominciò durante l’invasione russa dell’Ucraina, quando reporter coraggiosi inviarono articoli da zone pericolose. In Russia e in Ucraina, le iniziative giornalistiche si raccolsero intorno ai problemi della cleptocrazia e della corruzione, e poi i giornalisti esperti di questi argomenti scrissero della guerra.

Ciò che è già successo in Russia potrebbe accadere in America e in Europa: il consolidamento di massicce disuguaglianze, la sostituzione della linea politica con la propaganda, lo spostamento dalla politica dell’inevitabilità a quella dell’eternità.




I leader russi potrebbero invitare gli europei e gli americani nell’eternità perché la Russia ci è entrata per prima. Hanno individuato i punti deboli di Stati Uniti ed Europa, che avevano prima identificato e sfruttato in patria. Per molti europei e americani, gli eventi degli anni Duemiladieci – l’ascesa della politica antidemocratica, il voltafaccia russo all’Europa e l’invasione dell’Ucraina, il referendum sulla Brexit, l’elezione di Trump – sono giunti inaspettati. Gli americani tendono a reagire allo stupore in due modi: o immaginando che l’evento inatteso non stia succedendo davvero o affermando che è totalmente nuovo e dunque non suscettibile di interpretazione storica. O va tutto bene, insomma, o va tutto così male che non si può fare nulla.

La prima reazione è un meccanismo di difesa della politica dell’inevitabilità. Il secondo è lo scricchiolio che l’inevitabilità produce poco prima di andare in frantumi e di cedere il passo all’eternità. La politica dell’inevitabilità prima erode la responsabilità civile e poi, quando si scontra con una sfida seria, crolla nella politica dell’eternità. Gli americani reagirono in questi modi quando il candidato favorito della Russia diventò presidente degli Stati Uniti.




Negli anni Novanta e Duemila, l’influsso scorreva da ovest a est, nel trapianto di modelli economici e politici, nella diffusione della lingua inglese e nell’ampliamento dell’Unione Europea e dell’Organizzazione del Trattato del Nordatlantico (NATO). Intanto, gli ambiti non regolamentati del capitalismo americano ed europeo attirarono russi facoltosi in un mondo privo di connotazioni geografiche, quello dei conti bancari offshore, delle società fittizie e degli accordi anonimi, dove si riciclava il denaro rubato al popolo russo. In parte per questa ragione, negli anni Duemiladieci l’influsso prese a scorrere da est a ovest, man mano che l’eccezione offshore diventava la regola e che la fiction politica russa si estendeva oltre i confini nazionali.

Nella Guerra del Peloponneso, Tucidide definisce l’‘oligarchia’ il governo dei pochi e la contrappone alla ‘democrazia’. Per Aristotele, ‘oligarchia’ significa invece governo dei pochi ricchi; la parola tornò in auge con questo significato nella lingua russa negli anni Novanta e poi, a buon diritto, in quella inglese negli anni Duemiladieci….

(Per concludere nella sublime arte dipinta scritta glutterata e incisa qual infinito pittogramma rilevato e rivelato cui Burke interprete attento pur non condiviso nel ciclico Infinito (artificiale) di cui limitato ingegno alla vista accompagnato ma quantunque al terrore di cui un più certo precipizio verso ugual Cima… condivisa)

(T. Snyder, La paura e la ragione)














giovedì 4 luglio 2019

DUE ERETICI (4)



















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Due Eretici (3/1)

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Metti un'Eresia a cena (5)














Io: Ecco il mistero di questa immonda eresia: tu cerchi il calore della vita all’albero della tua ultima venuta, io vago nel freddo senza Tempo dell’opera taciuta e la vista coglie lo spirito (prigioniero) della vita in ogni opera che tu pensi compiuta… perché scritto nella materia della tua visibile (e Seconda) natura…              
Rimase immobile nel ricordo racchiuso nel sogno della linfa specchio di una foglia, lui che fu privato ed ingannato della vita ora con una corda è trascinato lungo la via, lui che non voleva morire e donava solo memoria, ora su un  fuoco dovrà patire il rogo per tutte le vite di troppe eresie all’ombra di uno stretto cortile che conta l’ora della fine. Lui che indicò il pensiero ad ogni illustre o stolto forestiero, lui che indicò la via quando il caldo soffocava l’ora e il sudore di un ricordo antico scendeva goccia a goccia da un viso d’improvviso impietrito, come una paura raccolta da una fuga agitata, un frutto, ricordo di un sogno interrotto: stanchezza che sa’ di paura taciuta poi   una sete agitata, un attimo di salvezza ed il pensiero torna vivo nell’invisibile  frescura di un ombra scura…: il viandante risorge alla sua nuova natura… Solo un incubo raccolto da una fatica dura, Prima anima racchiusa nello specchio di un lenta tortura prigioniera di una Seconda natura…
Lui che parlava come una rima racchiusa all’ombra della sua poesia, ora tagliano e deturpano ogni suo frammento, immobile ed eterno nell’apparenza di un tronco di legno non ancora sepolto al fuoco dell’architettura nominata vita, lui come un fante in questa guerra ora è trascinato via… a miglior vita…




Lui: Ecco, ci siamo; gli omuncoli ai suoi piedi sfuggono dal luogo del loro delitto; colpevoli hanno lasciato cadere l’ascia e la sega. La caduta è lenta, come se l’Albero fosse appena mosso dalla brezza estiva e ritornasse senza un sospiro alla sua celeste dimora.




Io: Mi ricordo di loro in questo momento senza Tempo, in questo grande albergo, ma sono solo uno Straniero come una foglia al vento di un lungo inverno coperto di neve, chi mi vede ha la strana visione o forse solo illusione, ma per taluni è assoluta certezza, di un pazzo vicino ad un bosco, immobile come una preghiera del Tempo privato della parola.
Immobile e coperto di neve in questo specchio di Tempo riflesso nell’ora nominata Autunno, calendario di una antica litania che vorrebbe essere vita,  certezza costretta ed ancorata ad un lento patimento all’urlo ingordo di una bufera che spazza e cancella ogni cosa perché così è la storia, lasciando solo cenere al vento perché lo scheletro anche privato di ogni foglia è troppo bello esposto a quel tormento, ed ugual viandante al fresco di un primaverile ricordo rimembra il sogno al suo cospetto divenire silenzioso rispetto.
Mira la stessa via ed il pensiero muta in preghiera fors’anche invisibile eresia: un poeta ad ugual vista divenne profeta, un viandante mutò la sua seconda natura, un boia seppellì la sua corda, un soldato depose la sua spada e contemplò di nuovo la vita, un prigioniero mi narrò l’intera sua via quando il ramo spezzò la cima della corda che lo teneva stretto alla soffocata vita, una donna cercò l’amore scoprendo la foglia della sua ugual natura, un bambino trovò il seme dell’intera sua esistenza divenne nuovo profeta, un affamato mi accarezzò un ramo e io appagai la fame della sua venuta, un prete bigotto, invece, lo spezzò per farne un bastone, poi accese un fuoco con decisione: dalla fiamma di quel ricordo divenne cacciatore e ad una strega fanciulla senza più onore rubò la segreta natura mentre quella gridava nella violenza taciuta del suo dolore… foglia caduta…
Anch’io feci la stessa sua fine e lo scheletro della prematura sepoltura non allieta neppure la vista dell’ingorda natura, strada nuda che all’ombra del mio ricordo ora non matura più il sogno, ed il volgo muta la sua Prima Natura racchiusa nella visibile materia che trasuda invisibile onda: un traliccio color acciaio dove un mare agita e smuove ogni ricordo… nella falsa certezza nominata parola… rima di un falso progresso in nome del mio patimento, morire a stento foglia bruciata all’onda del vento…




Lui: Adesso sfiora la collina nella sua caduta e giace sul suo letto nella vallata, da cui non dovrà mai più rialzarsi, soffice come una piuma, avvolgendosi nel suo verde mantello come un guerriero che, stanco di stare eretto, volesse abbracciare la Terra in gioia silenziosa, restituendo la sua materia alla polvere.




Io: Ora l’Inverno della prematura fine della Natura si avvia al convento della Storia, sempre la stessa, certo più brutta e volgare della semplice e povera foglia, ma grazie a quella ogni pensiero compie la sua lenta evoluzione e all’ombra del fumo della falsa dottrina ogni morte si avvicina. Un frammento di neve mi sussurra nella pagina della sua nuova venuta una strofa una rima, simmetria della vita, mi narra la strana avventura entro la carne nominata vita perché con il dono della parola fu destinata ad una lenta tortura.
Mi narra di quando cadde nel corpo della morta materia, lei che solo linfa era, poi ebbe ogni sorta di tortura, quando solo la vita celebrava…
Quando solo bellezza concedeva ad ogni nostra muta preghiera…
Quando solo la vita prometteva ad ogni respiro della nostra immutata èra…
Ebbe ad espiare colpe mai commesse, ebbe a soddisfare passioni e desideri sfrenati e nascosti, lei che vegliava la vita all’ombra di un desiderio appena scorto vicino alla radice dove un uomo azzanna la bellezza come fosse un desiderio represso e mai concesso al falso progresso…
Lei che vegliava quelle misere ore all’ombra di non visti strani accadimenti.
Ricorda un uomo godere dei suoi frutti e divorarli come pensieri strani e arguti di una guerra infinito principio di vita.
Ricorda quell’uomo godere del sapore freschezza e linfa di stagione, del suo principio come fosse un frutto proibito di uno strano giardino.
Ricorda di averlo visto azzannare e masticare con i denti non riuscendo a distinguere il profumo, perché è solo un istinto astuto caduto in un moderno mito incompiuto.
Ricorda il suo istinto evoluto non percepire odore né sapore, non scorgere colore…, pur parlando della vita del nostro ugual Creatore…
Ricorda di averlo udito mentre mastica ugual Genesi e Principio dal palato così mal concepito, il suo è solo istinto immaturo mentre ruba il mio frutto maturo…
Ricorda spogliare i rami di ogni frutto senza rendere di quanto ricevuto, forse perché si pensa astuto, forse perché non ode la voce del vento mentre risentito per l’accaduto abbatte il suo ordine incompiuto: ha scomposto la regola della vita e gode del frutto mai seminato nel giardino dell’eterno peccato all’ombra della foglia… sogno per sempre perduto…
Forse perché un albero muto può anche essere abbattuto… dopo averne impropriamente goduto ogni suo frutto maturo.
Forse perché alla sua ombra ogni dottrina può essere consumata a chi pensa la vita riflessa nella Natura cieca muta e senza il dono della parola.
Forse perché quello è solo un albero del suo Dio e lui può disporre di ogni suo frutto pensando il Creato opera del suo palato…
... Ma ora la neve avvolge e torno al freddo del Primo Dio quando ero solo spirito e pensiero di un incompreso ed infinito evento fuori dal loro Tempo. Ora il freddo porta il sommo colore della passione dopo un’intera stagione dedicata alla vita, la linfa lenta scorre dalle vene e un urlo soffocato di dolore misto a piacere regala bellezza a chi non vede la segreta via racchiusa nell’incompiuta materia governata da un Secondo muto alla vista, nello spirito Ora di nuovo nel suo Universo taciuto…
Torno a remare nella fredda simmetria di un Primo Pensiero compiuto e racchiuso nell’inverno di una morte apparente donde la vita per il vero proviene….
Quando nella nuova simmetria della neve qualcuno riconoscerà il mio profilo taciuto, vita di un disegno compiuto, qualcuno proverà diletto incompreso al caldo di un pensiero goduto al fuoco del mio Frammento donato e bruciato nel Tempo di questo misero Creato.
Proverà piacere e diletto nel freddo e morto vento, proverà piacere a scivolare ed accarezzare la neve, se pur fredda da lei nascerà la Primavera, se pur apparente nemica della vita, da lei sgorgherà la linfa… della vita…, ed in quella misera e solitaria bufera troverà un Primo Pensiero taciuto e bruciato al rogo di un Dio incompiuto…: scorgerà il mio profilo, il volto della vita ornare ed accompagnare il passo chi di nuovo fuggito dal calore di una apparente materia che orna ogni falsa ricchezza….
Io spoglio e caduto sogno il mio Dio taciuto…
Ora che la neve mi avvolge guardo allo specchio lontano nella sala  illuminata dai colori di ogni mio principio, scorgo la parola celebrata al tepore di un fuoco che scalda l’illusione di un falso ricordo, perché nel Tempo la verità hanno ingannato e poi sacrificato al rogo del loro… Creato… specchio di ogni elemento incarnato…
… Nel silenzio del desiderio compiuto di un Dio per sempre taciuto…                         
 ...Lui: Ma fin qui avete solo visto e non udito. Ecco che sorge dalle rocce un fragore assordante: vi avverte che nemmeno gli Alberi muoiono senza un lamento. Ed ora tutto è di nuovo e per sempre calmo; fermo all’occhio e all’orecchio. Scesi e misurai!

(Thoreau incontra uno Straniero…)