giuliano

martedì 4 giugno 2019

UN PAZZO NASCOSTO NEL FOLTO DEL BOSCO (4)





















































Precedenti capitoli:

Un pazzo nascosto nel folto del bosco (3/1)

Prosegue da...

...Una migrazione all'altra... (5)

...Con i dati raccolti dal nostro elaboratore... (6)
















(15) Nell’illusione della vita debbo albergare chi cieco può appena vedere, io che dimoro come un ospite di tutto riguardo da grande sovrano in questo rifugio (della vita) avvolto da una infinita foresta nella vallata antica. Dimoro da tempo in questa foresta tanto che ho perso la mia prima memoria, forse perché quel sasso mi ha narrato una diversa storia, da allora tutto qui attorno si prende cura della mia persona come fosse il grande e vero miracolo della vita.
Per questo devo conservare il ricordo e servire chi disconosce la storia, chi disconosce e non vede, chi non ode e non compone, chi solo riesce a scorgere la cornice e il contorno nominata vita, perché… signori della morte in questa eresia…. 
Io li servo e li guido e rimango in ascolto come quel lupo incontrato un giorno, mi seguì come un lontano ricordo fu l’ombra della Prima Rima nominata vita. E’ parola non ancora narrata e braccata, libera padrona della sua forza, vaga in cerca della rima, lui di cui tutti conservano nobile paura. Perché la libertà è come un grande fiume scende impetuoso alto da una cima, forse perché ode la prima strofa di un Dio che così ha composto la sua rima. Poi si fece uomo ed in mezzo agli altri volle albergare per comprendere le grandi distanze che dividono lo spirito di un Dio e la sua materia… equazione di una sera, per poi all’alba di una mattina sussurrare quello che a tutti appare come una Eresia.

Nominare ogni elemento prima del Tempo.

Ad ogni sentiero creare una nuova parola ed il suo pensiero divenire  Principio, come un quadro mai visto solo appena accennato… nominato Creato.




(16) Padre, lei che prega il suo Dio ogni mattina per questa vallata antica e che alberga come quel sovrano cui sovente tiene e bacia la mano, qui dimora come fosse la parola di un Papa, ogni volta che si affaccia dalla finestra intona una strana litania, è ammirato dal suo Dio così pregato che si mostra come un Paradiso nel nuovo Creato così ben edificato!
Lei prega e venera la sua parola, luce e specchio di una Bibbia narrata e un Vangelo scritto da un discepolo, lei per il vero ha braccato l’eretico perso nella fitta nebbia, perché spesso ripeteva una diversa preghiera e la sua Chiesa un bosco era. Perché nella sua strana pazzia predicava che non vi sono altari dove poveri agnelli debbono essere sacrificati per i peccati degli altri, proprio come quel giorno nel Tempio. 
Dove un sol uomo deve morire macellato ed inchiodato ad un legno, perché la sua parola non è di questo regno. La sua parola ed il suo Verbo, per il vero, nessun Tempo o uomo di Chiesa ha mai compreso, perché non è scritta nel Testamento di questa materia. Si cela non vista ed è per sempre braccata, e mai dimora in ogni Chiesa dove l’hanno di nuovo crocefissa.
Quell’Eretico perso nel bosco come un lupo incontrato una mattina, caro professore, insegna una diversa dottrina, perché Dio segue il suo Tempo e sempre si cela in ogni nuova preghiera, è natura che crea. Cambia volto e nome, ora è un Dio in uno strano Tempo dove l’incenso è una fitta nebbia ed un Buddha narra la sua eresia. Un Tempo fu un Eretico sempre braccato dal Dio di una Chiesa, tanti nomi aveva con il Tempo che crea il suo falso profeta. Fu perseguitato sempre come un pazzo e poi sacrificato sull’altare di un altro Dio, chi fosse il Primo… io lo servo perché sono oste ed ho poca dimestichezza con questa materia che nominano Teologia, ma forse un Tempo fu solo Filosofia.




(17) Caro ingegnere, lei cultore di un Dio perfetto scolpito nella materia che tutto crea, quel pazzo forse un giorno ha visto parlare con il fiume, discutere con il vento, accendere poi un fuoco la sera, e non per immolare una bestia o scrutare le viscere o divorare le carni come insegna il mito, di cui la sera anche lei, intorno ad ugual fuoco, conversa con il professore, come fosse il passo antico dell’uomo. Per poi raccoglierne lo spirito sparso tutto intorno e parlare ai suoi Dèi invisibili nella materia, scomporli per l’alba di una nuova mattina, dove il suo sapere li ricompone come fosse lui il nuovo Creatore, l’Universo per il vero li ha forgiati per il grande componimento del Primo Architetto, né visto né udito… e forse neppure capito nell’ultimo versetto a cui tutti hanno prestato il loro orecchio al sermone dal curato servito e predicato.
Io che raccolsi una pietra antica una mattina per leggere tutta la (sua) Prima poesia, io che parlai con un lupo e con lui rincorsi ogni sogno taciuto del Secondo venuto…, io raccolsi la rima e la predica della vita per ogni Dio alla  parola… muto…





(18) Signora non si spaventi in questa nostra eterna compostezza se il vero Dio bracchiamo mentre lei in quella Chiesa recita la sua strana preghiera. Lei lo ha visto, e impaurita affida la sicura parola (come fosse una visione di terrore per lo strano luogo di un bosco che crea) per sempre pregata al pastore della Chiesa, la confessione è così ben pagata nel luogo dei custodi della sola ragione.
Lei lo ha appena accennato al curato con il suo sorriso strano, come incerta nel confine di una confusa geografia, come incerta nel luogo dove dimora la retta via e da qualcuno narrata Pazzia, là dove vi è il confine fra l’eterna normalità nominata ricchezza e il regno senza parola dove alberga la povertà e la pazzia appena intravista.
Certo! Quell’uomo è povero e solo, ma lui nella sua immensa pazzia o saggezza si ritiene il sovrano più ricco di questa Terra. Perché è lui il principio di ciò di cui lei gode non avendo mai nulla creato che non possa essere distrutto o conquistato. Lei e il suo valente marito a cui servo un umile inchino, avete conquistato e regnato in molte terre, ma nulla avete mai creato nel miracolo di un Primo Mattino.




(19) Quell’uomo, quel pazzo, da voi appena annusato…, voi sacri e superiori animali nel fitto bosco ora dominato, certo un pazzo un eretico un profeta un Dio senza più trono né terra avete braccato. E’ il principio del bene e della parola, perché là dove lui dimora ogni cosa crea e compone, dove il vostro sangue principio della Sacra Stirpe con il fuoco uccide e cancella in nome di un Dio mai visto nella sua Chiesa… perché è il bosco che crea…..




(20) Professore, mi scusi, ho dimenticato in questo mio servire e riverire affaticato al suo bel tavolo…, questa sera, il piatto di frutta con cui è solito concludere la gradita cena. Lei ed il prete avete le stesse pretese dopo un secondo ricco e nutriente, l’ingegnere gradisce anche del buon formaggio che aggrata il palato. Questa sera sono un più stanco del solito, servo la frutta e se posso anche quella di bosco, è una rarità nella vostra bella città o campagna che sia.
Voi che siete soliti raccogliere frutti e pensieri di altri e poi interpretarli nella strana parola del Tempo e il suo Dio che vi dimora, per lui avete eretto in ogni luogo una grande Chiesa dopo aver conquistato in suo nome ogni Terra ed il segreto suo frutto avete colto, e con quello saziato ogni vostro ingordo peccato dell’appetito così ben coltivato nel nome di un Dio inchiodato su un legno, anche lui senza più il suo Regno.
In nome Suo avete fondato terre e ricchezze poi vi siete nominati Sovrani, avete posto leggi e confini convinti di essere signori del grande banchetto a voi offerto nel rito del Tempo e della Parola cui pensate di averne carpito il  segreto Pensiero, un Dio scritto e costretto tutto entro un libro ed anche uno strano versetto. Ed alla Prima portata essere serviti del pasto sovrano che il Secondo non è ancora ben macellato, Agnello che toglie ogni peccato, lo divorate come un nobile e segreto miracolo, perché nel libro è narrato il rimedio dell’ingordo peccato e poi su una croce immolato. Perché da quel pasto raccogliete ogni ricchezza e comandamento convinti di essere fedeli servitori della sua Parola, mentre divorate le budella di ogni nemico del vostro secondo (piatto) preferito. Mentre divorate l’agnello mito antico avverso ad ogni vero Dio.




(21) Ora la frutta vi è cosa gradita in questa lieta e bella tavola per voi così ben imbandita, ed io umile oste e vostro eterno servo, a voi porgo questi poveri frutti di bosco. E’ il pasto rubato ad un povero pazzo, perché agnello non divora, nemmeno il lupo suo amico, che con lui, si racconta, alberga in una grotta segreta come fosse un agnello per la vostra strana preghiera, così da poter allietare il saputo ciarlare e parlare di lui come un animale, tenero e ben cotto è un ottimo argomento cui ridere e professare il mito antico…, fra una risata ed un bicchiere di vino, ma forse è solo il sangue suo che sgorga dalla strana vostra parola, mentre pensate di servire Dio: uccidere il Primo Straniero pazzo così ben visto al nobile tavolino e di cui non è gradito lo strano martirio, per voi è solo pazzia…, e il demonio gli fa eterna compagnia nel rogo di questa Storia a voi servita…                                
Quelli li divorate voi con il sorriso grasso e unto fra le mani scorticando le ossa come fossero rami secchi di un bosco a cui avete privato ogni sogno o ricordo che sia, dell’anima ne fate diletto per la  nuova rima della vita che non è certo poesia…




(22) Il lupo vi aspetta nel sentiero solo per dare tormento alla parola del gregge nell’ovile della storia così ben nutrita, e se ogni tanto qualche fanciullo o putto divora…, non datevene pena, forse avrà scorto un futuro tiranno taciuto nella seconda natura cresciuto, in nome di un Dio benedetto da noi giammai nominato e tantomeno pregato.
Forse per questo pensiero celato di un Primo Dio eretico braccato e anche esiliato, privato della Terra e del Libro Grande della vera memoria, è meglio scannarlo per il bene del Creato e di ogni altro peccato nella gnosi tramandato o solo appena sussurrato.
La forza nascosta della grande foresta… coscienza prima della parola.
Certo questo non è pensiero che allieta, divorare le teneri carni di un agnello come un secondo ricco e gustoso su cui banchettare in onore di un Imperatore, ha creato l’Inferno sulla Terra da lui nominata Regno Sovrano di codesto Creato… Impero fatto dalla santa sua mano.
E noi che dimoriamo nel Paradiso del Primo Creato (peccato nella gnosi coltivato), possiamo solo giudicare ogni antico e nuovo misfatto quando il Tempo ci sfugge di mano, quasi un inutile e ripetitivo dettaglio, ed allora per il bene che vi dimora, reso al giudizio della Prima Parola braccata dalla Storia, concediamo l’ultimo ululato primo evento della vita narrato. Giammai può dirsi parola o rima di una immonda poesia così per sempre insegna la storia nell’ovile della Sacra dottrina. Ma gentile sofisticata nonché arguta ed ingannevole eresia, ultima strofa di una tormentata e silenziosa tortura che anche l’anima divora entro una litania che vuol esser vita; condita poi nel dolore di una smorfia di dolore confuso per pazzia, è tutta la verità umiliata entro una piaga di una guerra così ben venduta…, ed ogni sogno ruba e divora ma non è bestia che mangia e divora nella nobile e celebrata pagina… della Storia. Non è lupo o foresta che sia, non è certo la vita di una lunga rima nell’eterna sua poesia, ma solo l’inganno nato nel peccato e un grasso putto futuro sovrano, mentre l’anima di codesto Creato così ben pregato…, è braccata e bruciata dall’ingorda e nobile parola: lo cerca e divora nel Paradiso di un peccato giammai consumato.




(23) Certo non è Universo visibile ogni mattina, non è Tempo da contare per i lumi della futura storia, ma Primo Dio senza storia, Straniero alla sua Terra con una falsa memoria. Per questo in quella e nella valle antica di codesta eresia volli albergare e servire ogni viandante, l’unico modo per giudicare e governare il suo vasto Creato in eterno odore di peccato, così da poterlo dividere dal male e dal suo Dio pensato.  Rispondere ad ogni misfatto in nome Suo per sempre arrecato è pregare il Primo Dio… dimenticato. Cucito in araldo e su un soffitto ben dipinto, un grasso putto nel trono del Paradiso così ben custodito, specchio di un Sovrano che mangia ingordo il suo nuovo misfatto.




(24) Generale stasera lei digiuna, beve solo del bianco vino, per lei a quest’ora è come una medicina, allontana ogni triste ricordo dell’eterna guerra nominata vita… Le ho mandato ieri pomeriggio un mio figliolo, perché qualche voce pettegola mi aveva detto che il senno aveva smarrito vicino ad un vecchio pino. Vicino ad un letto di fiume dove parla con schiere di anime cadute, le tolgono il sonno, ma in cuor suo, come l’eretico pazzo nel bosco, ha solo difeso i confini di un Regno: quelli invisibili da ogni popolo custoditi nella  segreta preghiera, cella inquisita dalla ‘retta’ parola. Ha donato loro la libertà privata da un vecchio tiranno con cui ha costruito il diabolico pasto della Storia. Di quelli, generale, ne ho piene le sale e le biblioteche, in ogni Tempo e in ogni sasso e fossile di questa terra vi è narrata la loro infamia come sola e unica certezza confusa nella ricchezza, donando a noi quanto mai ci aspetta: dolore e tristezza seppellite di fretta dopo una vita intera in compagnia della falsità concime del ricco orto… Regno mai morto e visibile da ogni schiera, per il Tempo padrone della guerra…
La lotta fra il male che divora e il bene che crea e difende la Terra non è Eresia ma principio di Vita. Per questo generale da quel letame sono nati alberi rigogliosi con cui lei divide come un pazzo il vero Tempo di questa eretica rima, sono le sue schiere a cui implora il perdono per un urlo… una bestemmia morta vicino ad una nebbia… di un’ultima o Prima mattina….
Ma io sono solo un umile oste, a me è dato l’onore e il piacere di servire ogni forestiero, dal più povero al più ricco (di questo inpervio sentiero) della terra. Questo il mio compito Sovrano di un invisibile regno. Vi debbo servire e riverire come il vostro Dio vi ha creato ma certo giammai pensato come invece fu’ il sospiro del Primo, scrutare poi il vostro profilo e il ritratto appeso in ogni museo e dipinto dal fiero e ricco pittore di corte nel Paradiso così ben creato.

Noi invece dimoriamo senza parola esclusi dal libro della storia.

Il vostro comandamento privato della legge del Primo Dio, con cui scannate e uccidete per conto del Secondo Dio, appartengono ad un pazzo eretico senza parola uscito all’alba di una strana mattina, Straniero al suo popolo che nel Tempo di un falso mito ne tradisce e confonde per sempre… la vera  memoria.

Il Tempo compose ad ogni parola… ad ogni poesia.

Noi siamo solo la sua invisibile…. Rima….  

(G. Lazzari, Lo Straniero)














domenica 2 giugno 2019

L'ERETICO FUGGITO (Lo Straniero) (2)




















Precedenti capitoli:

L'Eretico Fuggito (1)

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Un pazzo nascosto nel folto del bosco (3/4)














(15) Nella grande vallata dipinta un lupo si ferma, mi osserva e contempla, mi fissa, forse vede ciò che anche io vedo. Non ho paura è come se lo conoscessi,  annusa l’aria, muove l’orecchio, ode la voce di un lontano rumore come una nota sospesa a mezz’aria, da qualche parte l’ha udita, ecco perché mi guarda e mi fissa. Ode la musica, vede la vita, lontano dove solo il fiuto supera la vista; e dietro quello c’è un altro quadro: un tempo l’aveva dipinto, amato venerato e difeso. Con cui aveva discusso ogni colore del vento, con cui aveva condiviso un lamento lontano. Con cui aveva suonato una strofa fuori dalla cornice, ove un cacciatore appese la sua vita, il suo abito, trofeo raro ad un camino, canto ubriaco di un villaggio appena insediato.

(16) Così lo ritraggo, profilo raro: vecchio saggio che non conosce ora, appena sceso, passo stanco da un bosco lontano come fosse l’eterno treno del suo cammino strano. Guarda il bosco come fosse l’eterna partenza per ugual viaggio, e lui ora sceso è armato solo del suo antico coraggio, l’aveva imparato da un tipo strano che un giorno accarezzò il suo profilo raro, e con il latte aveva sfamato il suo appetito lontano, istinto raro di una natura abituata ad azzannare ogni estraneo, viandante per quel mondo immacolato.




(17) Forestiero in quell’acqua pura, e se per mia cultura con l’acqua io ho dissetato la sua prima venuta, con la stessa acqua abbiamo pregato il Dio Straniero e creatore di questa eterna visione… di natura.

Mi fermo, ora la stessa acqua della sacra visione mi asciuga la fronte, mi disseta, battezza il corpo stanco di questo viandante venuto da lontano. L’acqua asciuga il sudore antico perché al dipinto ho aggiunto quel profilo, quasi non riesco a mormorare parola, solo un suono strano come un ululato.

(18) Il bastone del viandante che approdò in quel primo quadro ora è uno strumento di caccia raro, caverna che bosco non era mi dona certezza per un riparo, perché è la natura che per prima crea.




(19) Fermo al mio albero sento la musica delle foglie che frusciano al vento, conosco le note antiche del dolce dormire, ma non dormo, veglio la mia prima esistenza, e quando il vento mi accarezza ammiro il tempo di quella sublime preghiera. Passa e corre, ora, la mia visione, perché priva di parole in quell’ora sospesa. Sospesa come una foglia al vento che ora prego, e lei contraccambia con un inchino. Rimaniamo privi di parole alla luce di quel primo mattino con solo il mio e suo respiro. Rimaniamo privi di pensieri in balia di una intuizione, brilla come una stella e si scorge lontana anche nel sorriso del primo mattino, poi scompare, a noi ha donato un altro respiro.

(20) E’ sparita all’improvviso per divenire una foglia di quel paradiso, quando l’ho guardata mi ha fatto  un sorriso, poi si  è avvicinata ed ha cambiato colore come l’abito di un prato fiorito. Ne ho visti tanti in quel primo mattino che se pur freddo mi hanno donato un eterno sorriso.




(21) Il cielo all’improvviso, scuro di una notte insonne è divenuto fiorito, e nel dipinto si è vestito con tante luci di stelle su un prato infinito. I colori e le luci donano una strana impressione, perché in questa visione il tempo mi è nemico, ed anche se tu, passando ammiri un viandante con il suo dipinto, lo scrittore con il suo libro, la parola con la sua penna, pensiero antico: io vedo e scorgo un altro mondo…, mio caro amico.

(22) Ed in questa avventura non mi accompagna la paura, ma un onda che danza al ritmo della vera natura. Un onda che fluttua come acqua che inonda una terra sconosciuta, e pur rimanendo sospesa ed eterna, come fosse una nuvola, a lei io brindo alla sua prima parola, colori e panorami scorgo come fossi immerso nell’oceano di una lunga notte: ora scanza la paura e da una foglia mi scruta ed insegna la prima strofa.




(23) Lo stupore è immenso in questo Secondo… giorno. Secolo, millennio,  nell’onda di luce desiderio più forte di ogni parola, proprio perché priva di nome in quell’ora, …. Dio contempla la sua opera. Lì vicino il mio amico, anche lui assopito, forse perché il sogno non si è smarrito, spirito e guardiano di un ricordo dipinge il mio volto, fuori dalla caverna mi veglia ad ogni tratto ulula alla luna per narrarne il nome, come l’antro di uno sciamano che tiene il suo spirito sulla mano. Ringhia ad ogni rumore strano che non sia pioggia vento o altro elemento con lui nato, ad ogni nemico di quel sogno lontano perché non ancora parola in quel quadro, in quella pagina…, ma volo di sciamano. Lascia la sua impronta su una parete dove la pietra è solo un foglio o una tela…, per il dipinto della vita.




(24) Cerco di imitare il suo urlo e con la gola fatico, come se fossi sprofondato in fondo ad un sogno antico, non riesco a svegliarmi da quel precipizio di un primo mattino. Come quando il sogno si fa profondo e premonitore, pur sognando si è certi di un altro mondo ove l’uomo sta navigando, e si è incerti in quel tempo senza parole dove si è scivolati in un mondo innominato assente al visibile creato. Si vuol risalire la china, scalare la parete per destarsi da quella terra lontana ove ogni confine appare vago. Si cerca un appiglio, e all’improvviso un urlo di stupore squarcia il vento, incide la tela, intona parola sul tomo della vita.




(25) Il fiero lupo mi guarda e sorride, la foglia brilla nel cielo di quella eterna mattina. Come mi fossi appena svegliato da un letargo antico senza fine e principio, come fossi rinvenuto all’improvviso da un sonno senza inizio e fine. Provo quella prima parola, ammiro il quadro ora, rileggo la strofa della  prima rima, lontano il lupo mi guarda e ride, come fosse lui il padrone di quel primo intuire. …Lui che di notte ulula alla luna come per annunciare una nuova venuta, ed di giorno accarezza ogni strofa della poesia nominata vita.

(G. Lazzari, Lo Straniero)











   

domenica 26 maggio 2019

SO' TORNATI LI LUPI (26)

































Precedenti capitoli:

La bellezza della Natura (25)

Prosegue nell':

Identità della Natura (27)













Dico allo Francesco frate meco che junto lo tempo mesto de farsi lupi neppur santi somari o agnelli quali deovon farsi cibare da codeste scimmie ammaecstrate et halora frate mio te raconto cotal storia tu che dallo polo opposto venisti et jiungesti per porre retta justicia in ogni loco.

Tutto se rea invertito anche lo cardine della porta dello convento tutto in questa hora accompagnata dalla danza di codesta morte, tuta trapuntata ed anco assisa come la pecora vicino lo horto che neppure la scala la finestra quanto jungemmo fu ria tanto la contemplnaza de siffatta spenticta bestia.

Alcuni frate meco dello stesso convecto volevan per lo vero signore Iddio cavargli lo latte dallo di dietro e provare lo manico della panza intignere cotale sostanza e nepure mettere allo spiedo come solea frate meco Benedetto,  io solo fedele allo motto tuo o’ fermato cotale adunanza per non fare amuchiata.

Lo sud e lo nord smarrito tanto che fin vicino all’orto delle capre l’amico e frate Francesco non potea neppure nominare li poveri compari amici suoi che dello ramo s’erano anche impadronito misurato e su sopra non più lo nido ma l’insegna della taverna dove se pole anco bene bere magnare cacare e ciarlare e lo passero meco non po’ neppure piagne’ che la rotta sera smarrita e ita…

Allora caro Francesco ce semo fatti tutti Lupi per ire su per lo bosco e neppure pensare alle capre, tu me potrai comprendere e dire che semo eretici et anco uno poco scemi o umiliati, a te dico e risponno che qui se lo monno roversato come lo poeta ce dicea… e anco cantava nell’intervallo fra una Jostra et l’altra…

Ma la neve e lo ghiaccio ce fanno bona astinenza…

Tutti quelli animali in tua lode se iti ju’ per lo fiume nero ju per lo torrente e de concerto se volevan tutti quanti atfgore pur de’ non essere magnati da codesti novi filosofi et christiani…

…Non pozzo chiamà neppure Noe’ che l’arca se ria ammutinata giu’ l’offisina piu’ mutilata de come l’havea pensata… pensavo e a te dico de poter trovargli bona locanda ove se potreino arrampicare su e ju’ per la montagna…

…Aspetto tuo jiudicio… su tutta la questio et avenctura & nuovo miracolo speramo, deto fra noialtri, che non se magnino anco lo somaro straco….

Comunque l’orsi e li lupi me fano bona compagnia con loro se parla e poco se magna… se guarda la neve invece della donzella primavera se’ tutta scolpita come lo libro della antica miniatura pare un mobile antico una panca sciancata una madia senza lo pane e lo vino della nostra sacta divina comunione…

Te saluto frate meco….

Attendo comunione…



                                          
 Si come l’Africa, e l’Egitto generano li Lupi da poco, e piccoli Lupi, coſi la fredda parte di Settentrione (ſecondo Plinio, nell’ottauo libro, cap. XXII) li produce aſpri, e crudeli. E che ciò ſia vero, lo diamoſtra la loro fierezza, e malizia, e maſſime nel tépo del coito, e nel  maggior freddo, quando fa biſogno, che li viandanti vadano armati, per guardare e ſe, e li loro cavalli da le lor forze. E maſſime le donne, che son vicine al parto, a le quali, li lupi, conoſcendole al nafo fanno grandi infidie.

La onde non ſi laſcia andare in camino niuna femina fola, anzi sempre ha feco un cuſtode armato: ſi come nela figura, qui di ſopra poſta, ſi dimoſtra.

Perche per il piu interviene, nel meſe di Gennaio, che gli huomini, che fanno viaggio ſopra le carrette da verno, eſſendo da ogni banda aſſaliti da groſſe ſchiere di Lupi, ſe vogliono reſtare in vita, biſogna che con le ſaetteli diſcaccino, e con le bombarde; onde naſce, che dovendo li viandanti andare a li loro privati  negozi, o a qualche Pieue, o Chieſa di Villa, ſono de le dette armi proveduti, ceme ſe doveſſero andare a combattere, anzi che ſpeſſo vengono queſte fiere in tanta fierezza, erab bia, ſpinti dala fame, dal freddo, e da naturale uſanza, che entrando dentro ale habitazioni de gli huomini, quivi preſtamente aſſaltando gli armenti, o cavalli, quelli devorano, o coſi lacera, ti, ſeco nele ſelue ſe li portano.

Ma non fanno cio ſenza lor danno. Perche quegli habitatori, banno a queſti mali li remedi. Perche legano certe falci di ferro al cadavero, dentro a le nevi, accioche li lupi, che qui vi vanno per devorare la preda, troncandoſi li piedi, ſiano coſi puniti, o auero da ſaette percoſſi, ſubito muoiono, overo ſprofondati in alcune foſſe ſotterranee, per la avidità, che hanno de la preda, quivi di fame ſi conſumano.

Anzi che molte altre beſtie rapaci di diverſe ſorti, come li Goloni, é le Volpi, cadendo dentro ale medeſime foſſe, hanno de la doro morte compagne, le quali prima con ſimile crudeltà, contra altrui erano si fiere, e violente.

Perche nel preſente libro al XV. cap. ſi è trattato de le divcrſe ſorti de Lupi, ho giudicato, dover far coſa convenevole, ſe nel fine di queſto libro degli animali ſelvarichi, io giugneſſe quella ſorte di Lupi, che di huomini ſono doucntati, e conuerſi.

Il che Plinio afferma confidentemente, tal coſa eſſere da giudicare falſa, e fabuloſa. Di queſti tali Lupi, ne le terre, che aſſai ſon volte al Settetrione, molte ſi ritrouano fino a hoggi,  in Pruſſia, Liuonia, e Lituania, quatunque quaſi tutto l’anno ſiano quei popoli, sforzati a prouare la rapacità de Lupi, con gran lor danno, perche andando a groſſe ſchiere, dilacerano le lor pecore, ſe punto dal gregge ſi allontanano; nondimeno queſto danno, non è da loro reputatosi grave, quanto quello che eſſi ſono sforzati patire dagli huomini conuerſi in lupi.

Perche nella feſta del Natale di Chriſto, nel tempo de la notte, in un certo ordinato luogo, che tra lor häno già determinato, tanta copia di lupi conuerſi di huomini ſi raccoglie; la quale, ſubito la medeſima notte, cò marauiglioſa fierezza, si còtra gli huomini, si ancora còtra gli altri animali, di piaceuole, e debol natura incrudeliſce, che maggior danno riceuono quelli popoli da queſti, che da li veri lupi, e naturali.

Percheſi come è manifeſto, eſſi oppugnano le caſe degli huomini, che nele ſelve riruouano, con marauiglioſa atrocità, e ſi sforzano ſpezzarele porti, e coſi gli uomini conſumano, come gli altri animali, che quivi albergano.

Dentro a la Lituania, a la Semogethia, & la Caronia, ſi truoua un certo muro, rimaſto in piedi, d’un certo Caſtello ruinato, a queſto in un certo tempo del’anno, molte migliaia di  lupi vi ragunano, e quiuvi vi fanno pruova de la lor deſtrezza nel ſaltare; e qelli che sopra queſto muro non poſſono ſaltare, come auuiene quaſi a tutti li piu graſſi, da li lor caporali ſono flagellati.

Finalmente ſi afferma coſtantemente, che tra queſta moltitudine ſi ritruouano ancora deli Baroni, e Signori di quel paeſe; li quali, come ſiano venuti in queſta pazzia, e trasformazione aſſai terribile: e tale che poi non poſſono piu diſprezzarla, e diſcacciarla, e nel cap, ſeguente ſi moſtrerà.

Imperoche quando alcuno, cupido di coſe nuoue, oltra il divino ordine, & iſtituto, o ſia Germano del paeſe, deſidera d’eſſer meſſo nel collegio di queſti maladetti huomini; li quali, qual hora lor pare, in Lupi ſi cangiano: tale che in certi tempi del’anno, ad alcuni luoghi deſtinati, tutto il tempo de la vita loro, inſieme con li loro ſeguaci ſi ragunano, & agli altri huomini danno morte, e fanno altri danni, & a le pecore, & gli armenti e parimente, in queſto modo lo fanno trasformare, e prendere figura, molto contraria a la ſua natura, Che da uno, che di tale incanteſimo è eſperto, glie data una tazza di ceruoſa a bevere (pur che colui, che in queſto conſorzio è accettato, la voglia accettare) e dicendo alcune parole, ſubito ha l’intento ſuo.

Di poi quando gli parerà il tempo opportuno, potrà la forma humana totalmente convertire in Lupo, entrando in qualche cantina, o in qualche ripoſta, occulta selva; finalmente può ancora, ſecódo il ſuo beneplacito, dopo alquato tépo laſciarla, e poi riprederla.

Ora, per venire agli eſempi, eſſendo un tratto un nobile gentil huomo, in viaggio, e caminando per una lunga ſelua, menava ſeco alcuni vili huomini, e di ſervil condizione, che di queſto incanto erano eſperti (come per il piu ſono in quelle parti). E già il giorno savvicinava al fine, e la notte veniviva, e biſognava alloggiare quella notte dentro ala ſelua, pere che non vi era luogo alcuno da alloggiare vicino; e finalmente erano molto oppreſſi da fame, e da penuria.

Finalmente uno di loro, propoſe un ſubito conſiglio, con patto, che gli altri doveſſero  acconſentirgli, e ſtar quieti, né eccitaſſero tumulto alcuno, ſe qualche nuova coſa veddeſſero, dicendo che egli vedeua di lontano un gregge di pecore paſcolare, e che voleva procurare, che almeno una di quelle haveſſero, per arroſtire a cena.

Quindi ſubito dentro ala oſcura ſelva ſe ne entrò; accioche’ da alcuno non poteſſe eſſer veduto, e quivi la forma del’huomo cangiò in Lupo. La qual trasformazione non pare, che in coſa alcuna ſia differente da quella di Licaone, ſe bene egli fu trasformato in Lupo, per le ſue ſceleranze; de la quale Ouidio fa menzione, nel primo lib. de le ſue trasformazioni, li cui verſi in qeſta lingua, in tal modo riſuonano.

,, E sforzandoſi in van parlar di rabbia,
,, Gonfia la faccia; e verſo il miſer gregge,
,, Il ſolito deſio di morte sfoga.
,, E ſi rallegra ancor di ſparger ſangue,
,, Cangia le veſti in peli, e i bracci in gambe,
,, Lupo doventa, e de l’antica forma
,, Ritiene i ſegni; e’l canuto colore
,, Gli reſta, e tien la ſua fierezza il volto,
,, Gli occhi riſplendon pure, e pur ſi moſtra
,, L’antica imagin ſua cruda, e feroce.

Patto queſto cò grande impeto, nel gregge de le pecore ſi fogò, & una rapitane, a dietro voltoſſi, e nella  la ſelva ſi fuggì; e quella non dopo molto tepo, in forma di Lupo al carro del Signore portò. Li compagni, che di queſta preda erano conſapevoli, con grato animo, lo ricevettero, e nel carro lo aſcoſero; e colui, che in Lupo sera cangiato, di nuovo ne la ſelva rientrò, e di nuovo ne la forma humana ritornò.

Ancora accadde in Livonia, non ſono molti anni, che la moglie d’un nobile huomo ,& un ſuo ſervo, tra loro vennero a parole: perche quivi è di queſti maggior copia in quel paeſe, che in altro luogo de’ Chriſtiani, e quitvianano tra loro, ſe gli huomini ſi poſſono convertire in lupi: finalmente quel ſervo le diſſe che ſubito le voleva moſtrare l’eſempio vivo di cotal coſa, pur che gli fuſſe data facultà di poterlo fare.

E coſi ſolo ſe ne entrò in cantina, onde poco dopo, uſcendo informa di Lupo, da li cani fu fatto fuggire, mentre che per il capo verſo la ſelva ſe ne andava, li quali gli cavarono un’occhio (quantunque aſſai valoroſamente ſi  difendeſſe) e l’altro giorno ritornò a la ſua padrona, con un’occhio ſolo.


(Aloa Magno) 










GLI ORRORI DEI GHIACCI E DELLE TENEBRE (23)















































Precedenti capitoli:

Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre (22)

Prosegue...

Nell'eterna fuga (24)

...Della bellezza della (vera) Natura (25)














Ora hanno un pazzo a bordo!

Alexander Klotz resterà impietrito per intere settimane. Talvolta, quando le spinte glaciali dell’inverno li colpiscono, quando i malati di scorbuto gemono nella febbre e una tormenta di ghiaccio ricorda loro la fine dei tempi, essi giungeranno a invidiare il cacciatore che è così assorto in se stesso e sembra non riconoscere più nulla della loro realtà. Eppure quest’inverno sarà meno impetuoso e crudele del precedente.

Qui, vicino a terra, al riparo della loro terra, le spinte glaciali sono meno violente, il vuoto non è così immenso e inoltre essi sono sorretti dalla speranza di esplorare la terra nella prossima primavera per poi tornare a casa e, se dovesse essere, torneranno anche a piedi marciando sul ghiaccio. Torneranno, anche se ora diciannove di loro recano i segni dello scorbuto.




Marciare marcire morire resistere pregare parlare giammai recitare solo unire ciò che rimane dal passo inquieto dimenticato… i venti ululano spargano sangue spargano urla disperate membra fratturate come sassi sparsi lungo il cammino… concimano peggio del letame… una baracca ove ripararsi poi proseguire senza capire solo obbedire sperare che l’amico di ieri non sia il nemico di domani pochi anni son passati da quando ci scorgevano entro fienili assaporare la primavera benedire  parlare con la neve ed il ghiaccio ora la mira si fa confusa scorgo solo il lamento della pioggia…

…Vegliare e restare il turno di guardia reclama dovuta mira, al di là un’altro Spirito assorto recita ugual Memoria…

Sì, torneranno queste Anime questi Spiriti questi volti smarriti impietriti più duri del sasso e della neve…

Ricordi che pensiamo morti.

…Li vedo li scorgo ne odo le voci frusciare fra chiome di Alberi inquieti mentre l’agonia del lungo Inverno stenta a cedere ed abdicare il passo smarrito d’un tempo mutato…

Una nuova conquista, una nuova Guerra, un cimitero da difendere, una casa divisa. Una famiglia distrutta. Una Genesi contorta fondare oscuri confini della Storia.

Un Tempo malato senza Memoria s’arrampica conquista la cima non udendo lo strato della crosta volgere come un terremoto mutarne il clima…

Due i Sentieri che lenti si diramano lungo la Via…

…Due i Passi contesi dalla Storia per chi il dono dello Spirito resuscitarne la Memoria.

Ravvivarne la linfa come una eterna Primavera… scorgerne i pensieri soffocati d’un futuro destino più duro del ferro…

‘Mutare il Destino!’, reclama forte un ramo contorto, mentre un canto, un inno alla gioia recita antica preghiera.

…Un Lupo mi fa compagnia in questa strana predica…

Due i Sentieri lungo questa Via…

Odo i ricordi, odo i fucili, rimembro i confini mutare le Stagioni d’un futuro boato al rumore sordo d’un cannone soffocare e sommergere i flutti d’un torrente che sgorga da vene colme di vita, non s’ode la sua preghiera…

Un fucile tacita il Ricordo lo Spirito risorto, il suo inquieto assurdo rumore penetra le vene, il sangue lento scorre come e più del torrente.

Precipita a valle per colmare e fondare la Vita…

Ma il ricordare confonde le menti: risolute conquistano la vetta al motto d’una nuova antica dottrina…   

Difendere i confini.

Gente che fugge.

Trincee scavate lungo il monte, ululati di Lupi, lingue taciute nel silenzio rotto da un lampo neppure un fulmine solo acciaio brillare e tingere il giorno così come la notte.

La guerra ferisce ogni monte e collina ove un tempo si beveva buon vino ora sgorga un fiume di sangue…

Avanzare e ritritarsi….

…E il Tempo consuma ciò che rimane…  




All’epoca mi ero già così familiarizzato con i diari di Mazzini, che questa macchia di vino rosso mi catapultò su un lastrone di ghiaccio: Mazzini aveva descritto gli orsi polari cacciati dall’elicottero con fucili anestetizzati. È un movimento inimitabile, quasi aggraziato, quello con il quale questi animali si rizzano, allungano il muso verso l’alto fiutando qualcosa (poi... talvolta nonostante l'enorme ‘mole’ corrono a perdifiato sul ghiaccio...). L’elicottero si avvicina e allora accade ciò che nell’Artico non accade quasi mai: gli orsi si danno alla fuga, si allontanano trottando, sempre più veloci; infine non è più un trotto, ma una corsa elastica e possente.

Le bestie superano le ampie crepe che solcano le placche, attraversano i  canali a nuoto e mutano improvvisamente e inaspettatamente direzione.

Ma poi l’elicottero è sopra di loro, vengono colpiti dalle frecce e la corsa si trasforma in un malfermo barcollio. Infine giacciono sul ghiaccio; lontani tra loro. Sono tre. Viene loro strappato un dente dalla bocca. Una macchia di sangue stilla sul ghiaccio accanto al cranio. Con una pinza si applica loro un marchio metallico all’orecchio, un sottile rivolo rosso cola lungo la pelliccia sulla quale viene infine spruzzato anche un grande contrassegno colorato. Così si potranno seguire i percorsi degli orsi per centinaia di chilometri di ghiaccio. La macchia di sangue, sulla quale si formano rapidamente cristalli di ghiaccio, impallidisce.

(Anche a questa macchia si riallaccia un ricordo: nel corso della sua avventura, l’equipaggio della ‘Admiral Tegetthoff’ abbatté 67 orsi polari, con fucili Lefaucheaux e carabine Werndl. I cadaveri venivano smembrati con scuri e seghe da ghiaccio sempre secondo il medesimo schema: il cervello agli ufficiali, la lingua a Kepes, medico della spedizione, il cuore a Orasch, il cuoco, il sangue ai malati di scorbuto... l’arrosto di polmoni e le cosce alla mensa comune, il cranio, la spina dorsale e le costole ai cani da slitta, la pelliccia in un barile e il fegato... ai rifiuti...).

Nell’oscurità cominciò a nevicare...




Siamo peggio di ciò che cacciamo.

Siamo peggio di ciò che pensiamo nutrirci.

Siamo peggio del ghiaccio e della neve.

Siamo peggio della tormenta che gonfia il torrente.

Siamo peggio di questi ululati disperati: odono il domani affacciarsi all’oscuro presente.

Siamo peggio dei latrati rubati alle urla soffocate divenire tormento per ciò che nella piazza viene difeso come cani aggirarsi con musi segnati dall’odio…

Non sono ululati neppure latrati rette parole udite con orrore, abbiamo salutato ciò che rimane della loro ‘Compagnia’, ad ognuno abbiamo stretto le mani e neppure fatto il segnale convenuto digitato alla parabola di turno solo una parola per la trama della storia giacché ora sono il tirolese: saluto ognuno!

Addio amici futuri camerati e compagni, mi dissolvo nel vento evaporo lento fino ad una nuvola precipito da quella come un Dio cavalco il Fiume risalgo il Torrente rosso sangue l’Elemento si sposa e congiunge con il ghiaccio e la neve precipito a valle muovo una turbina la Terra mi ispira semino il fiore ne odo il profumo appassito la Stagione muta non recita Poesia ravviva il ricordo lento procedo lento non penso tornato dalla guerra diverrò più duro della pietra del ferro e non certo per forgiare la strana loro armatura la stretta feritoia ove un tempo prendevamo la mira rima nuovi ricordi il viso scuro come e più del carbone qualcuno mi addita come una bestia malata del proprio dolore di vita dura per questa nuova cima per questo Sentiero fin dentro l’antica grotta scavata nelle viscere della Memoria… Tre centesimi e una crosta di pane neppure il sale per la minestra ed il futuro che avanza e marcia a passo d’una nuova guerra…. Sì lascerò anche questa miniera dovrò fuggire disertare salutare ognuno lontano s’odono di nuovo i fucili come fuggire dal sentiero come fuggire questo passo come dar linfa ad una nuova primavera che non sia una Storia già vista e nata morta…?!

Addio amici compagni futuri camerati…


(C. Ransmayr, Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre; accompagnato dal coro di voci, Sinfonia 1/2) )