giuliano

venerdì 7 marzo 2014

SETTE ANNI PRIMA (Guerra e pace...)


















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Sette anni prima (Guerra e pace...)














A parte il cattivo e accidioso carattere di Sofija, largamente riconosciuto, Tolstoj non doveva essere un marito comodo. Si legge nel suo diario: ‘Mi è indispensabile possedere una donna. La lussuria non mi lascia in pace’.
Henri Troyat ha annotato qualche avventura: da giovanotto seduce Gasa, una serva, e la zia Antoinette, per punire la svergognata, la scaccia; di un’altra, ancora a settant’anni, ricorda ‘il corpo vigoroso’; dalla contadina Aksinja, che è la sua amante per tre anni, ha un figlio, Timofej, che guida la slitta e lo chiama ‘signore’. Confessò poi, nella tarda età: ‘Io ero insaziabile’.  
Alla minima contrarietà si inaspriva, e aveva eccessi di febbre e crampi allo stomaco. Non risparmiava neppure i giudizi severi e ingiusti; Dostojevskij aveva trovato Anna Karenina ‘un romanzo piuttosto noioso e per nulla straordinario’; Tolstoj ricambiava dicendo dei fratelli Karamazov: ‘Non sono riuscito ad arrivare fino in fondo. Basterebbe in tutta la vita, un unico, buon libro’.




Mi mostrano una pesante macchina da scrivere Remington, il registratore che Edison gli mandò in dono; ricordo le memorie di Bulgakov, il segretario che fu testimone delle passioni degli ultimi anni: Lev Nikolajevic ascolta senza emozione la sua voce, riceve tutti, a tutti scrive. ‘Egli stendeva una prima bozza’ ricorda Aleksandra, l’unica figlia superstite ‘che io copiavo con larghi margini tutto attorno, e gliela portavo alle nove del mattino. All’una, o all’una e mezzo, scendeva a colazione, e io riprendevo il manoscritto rielaborato: non rimaneva più nulla della primitiva stesura. Riscriveva nei margini e fra le righe, senza lasciare il minimo spazio. Io allora ribattevo il testo. Un articolo dovetti rifarlo cinquanta volte’.
Questa macchina, penso, ha battuto le pagine della ‘sonata a Kreutzer’; ha raccontato le meditazioni del generale Kutuzov sotto l’incalzare delle truppe napoleoniche, e l’incendio di Mosca; ha risposto alla lettera del contadino di Kolacev che chiedeva a Tolstoj di spiegargli il senso della vita e di Dio; a quella del commerciante di Samara che aveva dubbi sull’oltretomba: ‘Ci sarà per l’anima un premio o un castigo?’; alla ragazza di Pjatigorsk che, disperata e sola, voleva avvelenarsi con l’acido fenico.




Un pianoforte, un samovar d’argento, un barometro.
Guardo alcune fotografie che mostrano il vecchio Lev: ha quasi ottant’anni, e galoppa nella grande pianura, su uno sfondo di rami spogli; guida un aratro trainato da due cavalli bianchi; eccolo sotto l’enorme quercia che chiamavano ‘l’albero dei poveri’, porta un berretto bianco, accarezza una bimba dalla sottana troppo lunga, i capelli nascosti sotto il fazzoletto, come le donne.
Discute con i contadini che al suo passaggio si tolgono il cappello, passa intere notti a parlare della morte, della precarietà delle giornate terrene, dello spirito che continua. Passo per la camera degli ospiti, dove soggiornarono Gorkij e Cechov; Cechov aveva un sorriso sbiadito, gli occhi rassegnati; la faccia da popolano di Gorkij rivela fierezza e duri propositi.
Guardo i libri che Lev consultava spesso: un dizionario enciclopedico, il Corano, la Bibbia, Platone e Confucio. Vicino allo scaffale c’è la riproduzione di una Madonna di Raffaello che amava. A una parete sono appese le corna di un’alce, forse trofeo di una caccia nelle foreste che si distendono qui attorno. I quadri del pittore Orlov, nel salotto, rappresentano le stagioni in campagna: si miete la segale, si portano i puledri ai pascoli, fumano i camini delle isbe, e i bambini giocano nella fangosa piazzetta del villaggio. Anche lui portava la lunga camicia bianca, come i pastori e i contadini, col cinturone di cuoio e gli stivali di feltro.




Mi fermo davanti alla sua scrivania: è posta sotto una finestra, si vedono abeti, faggi e l’erba verde; qui passò lunghe ore a meditare sulla sorte degli uomini e a inventare un destino per Liza, per Natasa, per Anna o per Katjusa, per Nechljudov, per Vronskij, o per Pierre Bezuchov, le sue creature. ‘Tutte le felicità si assomigliano’ ha scritto ‘ma ogni infelicità ha la sua fisionomia particolare’.
Camminava tra questi boschi, lungo i sentieri tracciati tra gli sterpi, spesso solo, alla ricerca di se stesso e della verità, si sedeva incappottato, mentre i pioppi rabbrividivano nel vento dell’autunno, sotto il balcone di legno, a leggere la corrispondenza o a raccontare favole ai nipotini, ascoltava la gente e spiegava ai paesani che presto qualcosa sarebbe accaduto, e anche la Russia sarebbe cambiata….
Dalla Siberia gli arrivò la lettera di un rivoluzionario…




Diceva: ‘Ebbene, Lev Nikolajevic, a voi che vi trovate dinanzi alla morte debbo dire che il mondo affogherà ancora una volta nel sangue e ucciderà non solo i signori, uomini e donne, ma anche i loro figli, perché non possano nuocere. Mi dispiace che non possiate vivere fino a quel tempo, e vi auguro una fine felice’.
Anche Tolstoj sentiva che la tempesta stava per scatenarsi; anche lui voleva una rivoluzione ma senza crudeltà che ogni rivolta trascina. Esortava: ‘Non commettete mai nulla che sia contrario all’amore’.
… Se ne andò sette anni prima….
Aveva detto: ‘Non sono che uno scrittore di un’epoca di transizione….’.  

(E. Biagi)

















lunedì 3 marzo 2014

TRE LAPIDI






































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Mark Twain











Arlo Will



Avete mai visto un alligatore
uscire all'aria dal fango,
fissando senza sguardo il grande bagliore del pomeriggio?
Avete mai visto i cavalli in scuderia, la notte,
tremare e ritrarsi alla luce di una lanterna?
Avete mai camminato nell'oscurità
e poi una porta ignota vi si è aperta innanzi
lasciandovi, pareva, alla luce di mille candele
di cera finissima?
Avete mai camminato col vento nelle orecchie
e intorno la luce del sole
che improvvisamente splendeva di un segreto fulgore?
Tante volte dal fango,
davanti a tante porte di luce,
per sterminati campi di fulgori,
che intorno ai tuoi passi un tacito alone irradia
come neve recente,
tu andrai attraverso la terra, o anima forte,
e attraverso innumerevoli cieli,
verso la vampa finale!





Judson Stoddard




Sulla cima di una montagna, sopra le nuvole
che come un mare mi si stendevano ai piedi,
dissi: quella vetta è il pensiero del Budda,
e quella è la preghiera di Gesù,
e quella il sogno di Platone,
e quella laggiù il canto di Dante,
e quella è Kant e questa è Newton,
e questa Milton e questa Shakespeare,
e questa la speranza della Madre Chiesa,
e questa... ma tutte queste vette son poemi,
poemi e preghiere che fendono le nubi.
E dissi: 'Che cosa fa Iddio, delle montagne
che giungono quasi al cielo?'.





Elijah Browning




In mezzo ad una folla di bimbi
danzavo ai piedi di una montagna.
Una brezza si levò da oriente e li spazzò come foglie,
trascinandone alcuni sopra i pendii... tutto cambiò.
C'eran luci fluttuanti, e lune mistiche, e musica di sogno.
Una nuvola cadde. Quando si alzò, tutt'era mutato.
Adesso ero in mezzo a folle rissanti.
Poi una figura d'oro splendente, e una con la tromba,
e una con lo scettro mi sorsero innanzi.
Mi beffarono e danzarono una ridda e svanirono...
Tutto mutò di nuovo. Da una pergola di papaveri
una donna si denudava i seni e porgeva la bocca aperta alla mia.
La baciai. Le sue labbra sapevano di sale.
Mi lasciò stille di sangue alle labbra. Caddi esausto.
Mi alzai e salii più in alto, ma una nebbia come da un monte di ghiaccio
offuscò i miei passi. Avevo freddo e soffrivo.
Poi il sole tornò a splendermi addosso,
e vidi nebbie sotto di me nascondere tutto.
Allora, curvo sul bastone, mi riconobbi
proiettato contro la neve. E intorno
era l'aria silente, trafitta da un cono di ghiaccio,
e su esso pendeva un'unica stella!
Un brivido d'estasi, un brividi di terrore
mi percorse. Ma non potevo tornare ai pendii -
anzi, non desideravo tornare.
Perché le onde spossate della sinfonia di libertà
baciavano le rocce intorno a me.
Perciò mi diedi a scalare la vetta.
Gettai il bastone.
Toccai quella stella
con la mano distesa.
Mi dileguai del tutto.
Perché la montagna affida alla Verità Sconfinata
chiunque tocchi la stella!


(Masters, Antologia di Spoon River)



















venerdì 28 febbraio 2014

LA CHIESA DI SHILOH (3)















































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La chiesa di Shiloh (2) &

La chiesa di Shiloh (49)













... Alternativamente (e al contempo) dalle forze belligeranti, e uno scontro violento si era verificato nelle immediate vicinanze della casa dei Lassiter.
Ma di tutto ciò il giovane soldato di cavalleria non sapeva nulla….
Ritrovandosi accampato vicino a casa, provò il desiderio naturale di vedere i genitori e la sorella, con la speranza che in loro l’innaturale animosità della guerra fosse stata addolcita dal tempo e dalla separazione, com’era successo a lui.




Ottenuta una licenza, un tardo pomeriggio estivo si mise in cammino e, subito dopo che la luna piena si fu levata in cielo, si ritrovò a percorrere il sentiero di ghiaia che conduceva alla casa in cui era nato. I soldati in guerra invecchiano in fretta e, in gioventù, due anni sono un periodo lunghissimo.
Barr Lassiter si sentiva un vecchio, e si era quasi aspettato di trovare l’edificio in rovina e in uno stato di abbandono. In apparenza, non era cambiato nulla… Alla vista di tutti gli oggetti cari e familiari provò una profonda commozione. Il cuore gli batté all’impazzata, soffocò quasi per l’emozione e si sentì un groppo in gola.
Inconsciamente affrettò il passo fin quasi a correre, mentre la sua lunga ombra faceva sforzi grotteschi per stargli dietro….




La casa era buia, e la porta aperta… Quando si avvicinò e si fermò per riprendere il dominio di sé, il padre varcò la soglia e rimase a capo scoperto al chiaro di luna….
‘Padre!’, esclamò il giovane, lanciandosi in avanti con le braccia protese. ‘Padre!’. L’uomo più anziano gli rivolse un’occhiata severa, rimase immobile per un attimo e, senza dire una parola, si ritirò in casa. Amaramente deluso, umiliato, indicibilmente ferito e completamente annichilito, il soldato si lasciò cadere su una rozza panca in preda allo sconforto più profondo, reggendosi la testa con mani tremanti. Ma non poteva sopportare che le cose andassero in quel modo: era un soldato troppo in gamba per accettare di essere sconfitto con un rifiuto.




… Si alzò ed entrò in casa, dirigendosi subito verso il soggiorno… La stanza era debolmente illuminata da una finestra priva di tende, esposta a est. Su un alto sgabello accanto al focolare, l’unico mobile di quella stanza, era seduta la madre, che fissava il cammino cosparso di tizzoni anneriti e cenere fredda. Lui le parlò con tenerezza, con aria interrogativa e con esitazione, ma la donna non rispose, né si mosse, né sembrò mostrare alcun segno di sorpresa.
E’ vero, il marito aveva avuto il tempo di avvisarla del ritorno del figlio colpevole. Barr le si avvicinò e fu sul punto di posarle una mano sul braccio, quando la sorella entrò da una stanza adiacente, lo guardò dritto in volto, gli passò davanti senza far mostra di averlo riconosciuto e lasciò la stanza da una porta alle sue spalle.




Il giovane si era voltato e guardarla, ma quando ella se ne fu andata, i suoi occhi cercarono di nuovo la madre. Anche lei non c’era più….
Barr Lassiter si avviò a grandi passi verso la porta da cui era entrato. Il chiaro di luna fremeva sul prato, come se il manto erboso fosse stato un mare increspato. Gli alberi e le loro ombre nere tremavano come scossi dalla brezza….
Il sentiero di ghiaia dai bordi sfumati sembrava instabile e poco sicuro da percorrere. Il giovane soldato sapeva che si trattava di illusioni ottiche prodotte dalle lacrime. Se le sentì sulle guance e le vide luccicare sulla sua giacca da soldato di cavalleria.
Se ne andò e fece ritornò all’accampamento…




L’indomani senza uno scopo preciso e senza provare un sentimento dominante cui sarebbe stato in grado di dare un nome, si avviò di nuovo verso quel luogo. A meno di un chilometro di distanza dalla casa, s’imbatté in Bushrod Albro, un suo vecchio compagno di giochi e di studi che lo salutò calorosamente.
‘Vado a trovare la mia famiglia’, disse il soldato.
L’altro gli lanciò un’occhiata tagliente, ma non disse nulla…
‘So’, continuò Lassiter ‘che i miei non sono cambiati, ma…’.
‘Dei cambiamenti ci sono stati davvero’, lo interruppe Albro. ‘Tutto cambia. Se non ti dispiace, verrò con te. Possiamo scambiare due chiacchiere strada facendo’.




Ma Albro non parlò.
Al posto della casa trovarono solo delle fondamenta di pietra annerite dal fuoco, che circondavano un’area ricoperta di ceneri compatte punteggiate dalla pioggia.
Lassiter rimase estremamente sorpreso.
‘Non sono riuscito a trovare le parole giuste per dirtelo’, confessò Albro. ‘Durante la battaglia dell’anno scorso, una granata dei Federali ha bruciato la tua casa’.
‘E la mia famiglia… dove si trova?’.
‘In Paradiso, spero. Sono stati tutti uccisi dalla granata’.

(A. Bierce)



















sabato 22 febbraio 2014

ETERNO VOLTO DELL'IPOCRISIA DELLA VITA



















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La maschera caduta













... Egli non riuscì a capacitarsi di come i numerosi spettatori fossero spariti senza
che se ne fosse accorto: la sala era quasi vuota.....
Anche le quattro compagne di tavolo si erano defilate in silenzio. In vece loro
trovò un delicato presente sul suo bicchiere; era un biglietto da visita rosa con due
colombe che si baciavano e la scritta:

MADAME GITEL SCHLAMP
aperto tutta la notte
Waterloo Plein n. 21
 15 signore
  palazzo proprio

Allora era vero!
'Il signore desidera forse un biglietto per prolungare la serata?', chiese il came-
riere a bassa voce; sostituì lesto la tovaglia con una bianca di damasco, vi mise al
centro un mazzo di tulipani e apparecchiò con le posate d'argento.




... Un ventilatore gigantesco cominciò a ronzare aspirando l'aria della plebe....
Camerieri in livrea spruzzarono del profumo, una passatoia di velluto srotolò la sua
lingua sul pavimento fino al palcoscenico e comode poltrone di pelle grigia vennero
spinte nella sala.
Dalla strada proveniva un rumore di macchine e carrozze....
Signore in abito da sera di un'eleganza ricercata e signori in frac cominciarono ad
affluire: lo stesso pubblico internazionale e di gran classe, almeno in apparenza, che
Hauberrisser aveva visto poc'anzi accalcava davanti... al circo.....
In pochi minuti il locale si riempì fino all'ultimo posto...
Un leggero tintinnio di catenine di monocoli, risate a mezza voce, un frusciare di
gonne di seta, un profumo di guanti femminili e di tuberosa, lucenti collane di perle
brillanti a goccia, il sibilo emesso dalle bottiglie di champagne, il secco crepitare dei
cubetti di ghiaccio dei contenitori d'argento, l'abbaiare iroso di un cagnolino da salot-
to, bianche spalle di donna discretamente incipriate, morbide cascate di merletti, l'a-
roma innaturale agrodolce di sigarette del Caucaso, e quelle corrette all'oppio; l'im-
magine che la sala aveva offerto di sé solo pochi minuti prima non era più riconosci-
bile.




Al tavolo di Hauberrisser sedevano di nuovo quattro signore: una anziana con la lor-
gnette d'oro e tre giovani, una più bella dell'altra; russe dalle mani sottili e nervose, i
capelli biondi e gli occhi scuri che non ammiccavano mai, non evitavano gli sguardi
degli uomini e tuttavia sembravano non vederli.
Un giovane inglese, il cui frac già da lontano rivelava fattura di prim'ordine, passò
di lì, si fermò un istante e rivolse loro qualche parola cortese: un volto fine, elegan-
te e stanchissimo; la manica sinistra, vuota fino alla spalla, penzolava inerte renden-
do ancor più sottile quella figura alta ed esile, il monocolo era come incassato nell'-
orbita profonda sotto il sopracciglio.
Intorno, soltanto quel genere di persone che il filisteo di ogni nazionalità odia istin-
tivamente, proprio come il bastardo dalle zampe storte odia il cane di razza ben for-
mato. Creature che per la grande massa rimarranno sempre un enigma perché su-
scitano disprezzo e invidia allo stesso tempo; esseri che possono camminare nel
sangue senza batter ciglio, ma svenire se una forchetta stride sul piatto..; che met-
tono mano alla pistola se li guardi di traverso, ma ti sorridono calmi se li scopri a




barare o a truffare; che si inventano ogni giorno un nuovo vizio di fronte al quale
il 'borghese' si fa il segno della croce, e preferiscono patir la sete per tre giorni
pur di non bere dl bicchiere di un altro, che credono nel buon Dio come a qual-
cosa di ovvio e scontato, ma poi se ne distaccano ritenendolo privo di interesse;
persone considerate fatue da chi, in modo grossolano, crede che sia mera faccia-
ta quel che in realtà, da generazioni, è diventato la loro vera essenza.
Persone che non sono né fatue né profonde; creature che non hanno più un'anima
e per questo agli occhi della massa, che un'anima non l'avrà mai, sono quanto di
più esecrabile; aristocratici che preferiscono morire piuttosto che chinare il capo
e hanno un fiuto infallibile per riconoscere il proletariato, lo considerano inferiore
a un animale eppure inspiegabilmente gli si assoggetano se il caso lo pone sul tro-
no; potenti che diventano più vulnerabili di un bimbo se solo il destino aggrotta
la fronte.... strumento del diavolo e insieme suo trastullo.




Nel frattempo un'orchestra invisibile aveva terminato la marcia nuziale del Lohen-
grin. Una campanella squillò....  In sala si fece silenzio.... Sulla parete sopra il pal-
co si illuminarono delle minuscole lampadine a comporre la scritta:

     La Force d'Immagination!

... e un signore francese con l'aria del parrucchiere, in smoking e guanti bianchi,
coi capelli radi e il pizzetto, le guance flaccide, cascanti e giallognole, una roselli-
na rossa all'occhiello e gli occhi cerchiati, uscì da dietro il sipario, fece un inchino
e si abbandonò in silenzio su una poltrona al centro del palco.
Hauberrisser pensò che fosse la volta di un monologo più o meno licenzioso, di
quelli che si recitano nei cabaret, e irritato distolse lo sguardo quando l'attore -
era imbarazzato o solo il preludio di uno scherzo volgare? - cominciò ad armeg-
giare intorno al suo vestito.




Passò un minuto, nella sala e sul palco regnava ancora il più assoluto silenzio.
Poi, dall'orchestra, due violini attaccarono in sordina e come da grande distanza
si udì il suono struggente di un corno: 'Dio ti protegga, sarebbe stato troppo bel-
lo. Dio ti protegga, non avrebbe dovuto accadere'.
Hauberrisser, stupito, prese il suo binocolo da teatro e lo puntò sul palco.....
Per l'orrore gli cadde quasi di mano.
Che cos'era?
Che fosse improvvisamente impazzito?
Un sudore freddo gli ricoprì la fronte - sì, senza dubbio era impazzito!
Quel che vedeva non poteva davvero svolgersi sul palco, proprio lì davanti a
centinaia di spettatori, signori e signore che solo qualche mese prima appartene-
vano al bel mondo! In un porto nel Nieuve Dyk, magari, o in un'aula di anatomia,
ma lì?!
O stava sognando?




Era forse avvenuto un miracolo e la lancetta del tempo era tornata indietro all'-
epoca di Luigi XV?
L'attore teneva entrambe le mani premute sugli occhi, come chi impieghi tutta la
sua fantasia per immaginare qualcosa il più chiaramente possibile... dopo qualche
minuto si alzò, fece un inchino frettoloso e scomparve.
Hauberrisser gettò uno sguardo veloce alle signore del suo tavolo e agli spettato-
ri vicini: nessuno batteva ciglio. Solo una principessa russa ebbe il coraggio di ap-
plaudire con disinvoltura. Come nulla fosse accaduto la conversazione in sala
riprese allegramente.
Hauberrisser aveva la sensazione di essere seduto in mezzo a tanti spettri; passò
le dita sulla tovaglia e aspirò il profumo dei fiori impregnati di muschio: quel senso
di irrealtà crebbe in lui fino a trasformarsi nel più profondo terrore....
La campanella suonò nuovamente (con tutti i campanellini...) e la sala si oscurò....
Hauberrisser colse l'occasione per andarsene...
Fuori, nel vicolo, quasi si vergognò del suo turbamento...
'Che cos'è successo di così terribile, in fondo?' si domandò.....
Nulla che nella storia dell'umanità non si fosse ciclicamente ripetuto, e in forma
ben peggiore......

(G. Meyrink, Il volto verde)

















sabato 15 febbraio 2014

L' AGENTE SEGRETO (2)


















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l'agente segreto













- I vostri rapporti degli ultimi dodici mesi,
cominciò il Consigliere di Stato Wurmt con tono calmo e senza espressione,
- sono stati letti da me. Non sono riuscito a scoprire perché mai li abbiate
scritti.
Per un po' regnò un silenzio triste. Sembrava che Mr. Verloc avesse ingoiato
la lingua, e l'altro contemplava fissamente le carte davanti a lui sulla scrivania.
Finalmente respinse quei fogli con un leggero gesto della mano.
- Dello stato di cose che qui andate esponendo si presuppone già l'esistenza
come prima condizione della vostra assunzione. Quello che serve in questo
momento non è scrivere, ma portare alla luce un preciso fatto di un qualche
significato - starei per dire un fatto allarmante.




- Non c'è bisogno che io dica che tutti i miei sforzi sono stati diretti a questo
scopo,
rispose Mr. Verloc, con sicure modulazioni della voce su una tonalità un po'
roca, colloquiale. Ma la sensazione di essere fissato con molta attenzione da
quegli occhietti che sbattevano dietro il luccichio rifratto delle lenti dall'altra
parte del tavolo, lo sconcertava.
Tacque subito con un gesto di devozione totale.
Il funzionario, indispensabile e gran lavoratore, anche se oscuro, membro del-
l'ambasciata aveva l'aria di essere stato colpito da un qualche pensiero appe-
na formulato.
- Siete decisamente obeso,
disse.




Questa osservazione, davvero più di tipo psicologico, e presentata con l'esita-
zione di un uomo da tavolino, più abituato all'inchiostro e alla carta che alle esi-
genze della vita attiva, colpì Mr. Verloc come una scortese osservazione perso-
nale.
Indietreggiò di un passo.
- Eh? Cosa avete detto, di grazia?,
esclamò roco, con risentimento.
Il Cancelliere d'Ambasciata incaricato di portare avanti questa intervista, sem-
brò decidere di averne avuto abbastanza.
- Io penso,
disse,
- che fareste meglio a vedere Mr. Vladimir. Sì, decisamente penso che dovre-
ste vedere Mr. Vladimir. Siate gentile, aspettate qui,
aggiunse, ed uscì a piccoli passi.




Mr. Verloc si passò subito la mano sui capelli. Goccioline di sudore leggero gli
  imperlavano la fronte. Lasciò che l'aria gli sfuggisse dalle labbra imbronciate
come soffiasse su un cucchiaio di minestra bollente.....




Mr. Vladimir, Primo Segretario godeva nei salotti della fama di uomo piacevole
e divertente. Il suo spirito consisteva nello scoprire buffi punti di contatto tra idee
incongrue; e quando parlava in questa vena si sporgeva tutto in avanti sulla poltro-
na con la mano sinistra sollevata, come per mostrare le sue spiritose dimostrazioni
racchiuse tra il pollice e l'indice, mentre il faccione rotondo e ben rasato assumeva
un'espressione di divertito imbarazzo.
Ma non c'era traccia di divertimento o di imbarazzo nel modo in cui guardava Mr.
Verloc. Comodamente adagiato all'indietro sulla poltrona con i gomiti allargati ad
angolo retto, una gamba disinvoltamente accavallata sul ginocchio robusto, e quel-
l'aspetto liscio e roseo, aveva l'aria di un bambinone cresciuto in modo abnorme
che non ha la minima intenzione di tollerare sciocchezze da qualsiasi parte venga-
no.




- Lei capisce il francese, suppongo?,
disse.
Mr. Verloc mise in chiaro con voce rauca che sì, lo capiva.
...Mr. Vladimir cambiò lingua e cominciò a parlare in un inglese colloquiale senza
la minima traccia di accento straniero.
- Ah! Sì. Naturalmente. Vediamo. Quanto vi hanno dato per aver sottratto il pro-
getto del nuovo atturatore del loro cannone da campo?
- Cinque anni di carcere duro in una fortezza.
Rispose subito Mr. Verloc, senza mostrare peraltro alcun segno d'emozione.
- Ve la siete cavata facilmente,
fu il commento di Mr. Vladimir.
- E, comunque, tanto peggio per voi che vi siete fatto prendere. Che cosa vi ha
spinto a mettervi in questo genere di cose - eh?




Si udì la voce roca di Mr. Verloc, quella col tono da conversazione, parlare di
gioventù, di una infatuazione fatale per un'indegna...
- Ah! Cherchez la femme,
Mr. Vladimir si degnò di interrompere, rigido senza cortesia; piuttosto c'era in
quella sua condiscendenza un tono di malignità.
- Quanto tempo è che siete alle dipendenze di questa ambasciata?,
chiese.
- Dall'epoca dell'ultimo Barone Stott-Warteheim,
rispose Mr. Verloc in tono sottomesso, atteggiando le labbra in segno di tristez-
za per il defunto diplomatico.
Il Primo Segretario osservò freddamente questo gioco della fisionomia.




- Ah! da allora... Bene! Cosa avete da dire?,
chiese, bruscamente.
Mr. Verloc rispose con una certa sorpresa che non gli risultava di avere da dire
nulla in particolare. Era stato convocato con una lettera. E si affrettò ad infilare
la mano nella tasca laterale del soprabito, ma davanti allo sguardo cinico e pie-
no di scherno di Mr. Vladimir, decise di lasciarla dove si trovava.
- Bah!,
disse quest'ultimo.
- Che senso ha uscire in questo modo dal vostro stato? Non avete nemmeno
il fisico della vostra professione. Voi - un membro del proletariato morto di....
fame. Mai! Voi - un disperato socialista o anarchico - quale dei due?




- Anarchico,
precisò Mr. Verloc in tono bassissimo.
- Fesserie!,
continuò Mr. Vladimir senza alzare la voce.
- Avete spaventato perfino il vecchio Wurmt. Non ingannereste un idiota. E sì
che capita di incontrarne ogni tanto, ma voi siete semplicemente impossibile.
Così avete iniziato i vostri rapporti con noi rubando i progetti del fucile france-
se? E vi siete fatto prendere. Deve essere stato molto spiacevole per il nostro
Governo. Non avete l'aria di essere molto.... INTELLIGENTE....

(Conrad, L'agente segreto)

















mercoledì 12 febbraio 2014

UN DIALOGO (2)


















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Un dialogo














... Matematiche sopra una lavagna; ma invece le religioni si fondano e si distruggono coll’affetto, o col fanatismo; s’incarnano nel cuore e non ne escono che con violenza dolorosa. tu sei meno religioso di me, perché io ho la religione dell’ideale; perché aspiro a qualche cosa di più alto che le mie mani, perché sogno un sole più fulgido del nostro e un cielo più azzurro che non quello che tu vedi sopra il nostro capo; perché aspiro a un bello assoluto; perché imperfetto cerco la perfezione.
- E tutto questo non è forse un Dio, fatto a tua immagine e somiglianza? E qual differenza allora esiste fra me e te? Io chiamo Dio il mio Dio, e tu chiami il tuo col nome di ‘ideale’; nessuno dei due Dei ha il  triangolo in capo e la barba lunga, nessuno siede fra una colomba e un agnello, ma sono pure due forme d’una stessa cosa, son pur sempre l’aspirazione dell’uomo verso un ignoto che non si può conoscere, verso un alto, che non si può toccare, verso un profondo in cui non si può discendere. Tu forse ti credi più avanzato di me, perché ti chiami razionalista; ed io mi fermo ad una stazione più bassa, secondo il tuo modo di vedere, perché mi rassegno a riconoscere un Dio o ad amarlo.



 
- No; io non sono né più avanti né più addietro di te, ma io sono nel vero e tu non lo sei. Io credo nella religione umana, credo in ciò ch’essa afferma, rifiuto ciò che essa rifiuta. Tu hai sempre un idolo dinanzi, che sensi e ragione non possono ammettere.
- Ma anche tu non ti accontenti di ciò che ti rivelano i sensi e di ciò che la ragione ti spiega. L’ideale non è cosa che si tocchi e si veda, e la ragione non lo discute e non lo spiega; eppure tu aspiri all’ideale, te lo prefiggi come scopo della tua vita, e vai a cercarlo fino in America.
- Il mio ideale è di questa terra; è umano e quindi positivo; il tuo è divino, quindi soprannaturale, quindi falso. E come puoi prefiggerti uno scopo, che è all’infuori della natura e dell’uomo?
- No, mio caro Attilio, noi ci prefiggiamo senza saperlo la stessa cosa, e solo cerchiamo di raggiungerla per vie diverse. Tu più ardito vai a rintracciarla in un altro emisfero; io più modesto la cerco fra le zolle che calpesto, nelle vie della mia città. Tu più rivoluzionario abbatti i templi e gli idoli e fin la parola di Dio; tu dopo aver distrutto il pregiudizio, neghi la fede; io invece voglio abbattuta la sacristia e ritto l’altare; io voglio demolita la bottega, ma intatto il Dio; e mi conforto nel guardar fisso in un punto del cielo, dove anche i miei padri hanno guardato, e non mi vergogno di amarlo questo Dio, come un’eccelsa personificazione di un’infinità bontà, di un’infinita bellezza, di un infinita perfezione.



 
- E per questo tu preghi ancora.
- Sì, prego ancora e pregherò sempre, senza pretendere poi che due orecchie divine, ma fatte a somiglianza delle nostre, mi ascoltino; prego, perché questa è la mia canzone, è il mio inno all’ideale. E non preghi anche tu, quando contempli estatico un cielo stellato? E non prega il poeta, quando canta? E non prega l’artista, quando crea forme più belle di quelle che gli occhi suoi hanno veduto e le sue mani hanno accarezzato? Tutti preghiamo, né io mi vergogno di farlo e di dirlo…
- Caro Giovanni, tu avresti dovuto fare l’avvocato e non il medico. Sta bene, tu sei deista e te ne vanti; io sono razionalista e me ne compiaccio; tu adori Dio ed io adoro l’ideale; io andrò a ricercarlo nel nuovo mondo e tu rimani a rintracciarlo nel vecchio. Ebbene, diamoci la mano e giuriamo di trovarci qui su questo stesso scoglio, quando avremo raggiunto ciò che cerchiamo.
- Sta bene, quando uno di noi sarà contento della sua posizione, quando non avrà più nulla a desiderare, scriverà all’altro: son pronto. E quando l’altro potrà alla sua volta rispondere: son pronto anch’io; e noi ci daremo un secondo convegno su questo scoglio. Possa questo giorno venire presto!
- Bada, Giovanni, che io sarò il primo a chiamarti al ritrovo, perché vado alla ricerca dell’ideale, ed è più probabile, che, vedendo molti luoghi e mutando di posizione, lo abbia a ritrovare più presto. Tu invece lo aspetti a pie’ fermo.




- Desidero, che tu sia il più fortunato; ma non sempre l’ideale si trova in regioni sconosciute e lontane. Ogni anima umana ha il suo proprio ideale, che si attaglia alle diverse altezze e ai temperamenti diversi di ciascheduno; il grande segreto sta nel ritrovarlo. Lo possiamo trovare in un altro emisfero e lo possiamo avere nelle nostre tasche. Vedi tu quel fumo azzurrigno che esce in dense colonne da quella capanna a metà del monte? Per l’uomo che vi abita l’ideale è un campo ridente di segale fiorita, è un pergolato che cede al peso dei grappoli dorati o porporini. E in quell’ideale non vi è soltanto l’idea grossa del benessere materiale, del lauto guadagno; ma vi è un’ammirazione inconscia delle bellezze della natura feconda…
- Spero bene, però, che tu non sapresti accontentarti di quell’ideale che sta chiuso in quella casupola di pietra?
- No, di certo; ma dopo aver salito l’erta, convien pur adagiarsi su qualche zolla e non convertire la sete dell’ideale in una mania che non si appaghi mai, in una febbre che tutto divori… Dopo aver adoperato tutte le forze, dopo aver evocato dal profondo tutte le energie, dobbiamo anche saper dir: basta…



 
- Ma non alla nostra età, per Dio.
- Bada, che tu hai nominato il nome di Dio invano, tu devi dire: per l’ideale.
- Ebbene, per l’ideale, noi dobbiamo innalzare ogni nostra facoltà al massimo di forza, dobbiamo adoperare sensi, intelletto e cuore per salire più in alto possibile; dobbiamo frugare valli e monti e oceani per rintracciare il paradiso terrestre, da cui ci ha scacciato il peccato di Eva.
(In questo punto un rumore nuovo interruppe il dialogo dei due amici. Dal lato opposto dell’isola era approdata una barca da Cannero, quella stessa, che due ore innanzi aveva portato Attilio al Sasso. Mentr’essi si alzavano per riconoscere la causa del rumore, un barcaiolo, salito sul ciglio dello scoglio, diceva: Siam qui… 
- E noi veniamo, risposero in coro i due giovani, e strette le mani, gettando uno sguardo al sole, che sembrava inverdire le gemme nascenti degli alberi e delle erbuccie, stettero per alcuni istanti, pieni di una soave, di una santa commozione.
-  Dunque? disse Giovani.
- Dunque, Giovanni, lanciamoci nel mondo alla conquista dell’ideale.
- Alla conquista del Dio ignoto, rispose Attilio.)

(P. Mantegazza, Il Dio ignoto)