giuliano

venerdì 10 gennaio 2020

I NOSTRI PASSI (14)



















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Dei nostri Passi... (13/1)

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i nostri 'Passi' (15/6)














Per fortuna, al sentirsi rivolgere la parola nella propria lingua, i tibetani divennero mansueti. I coltelloni vennero rinfilati nella guaina, lentamente.

Dopo l’episodio dei coltellacci, ci fu altro di notevole?

Nossignore. Ben presto uscimmo dalla foresta e ci trovammo allo scoperto. Il paesaggio era ormai davvero tibetano; qualche erba magra e infiniti sassi bigi e gialli. Il tempo si guastò. Salimmo per alcune ore fino ad un ripiano glaciale della valle, dove trovammo quattro tende di nomadi, e ci fermammo. Pioveva e faceva freddo.

Dite un po’, sono simpatici questi vostri tibetani, in genere?

Simpaticoni. Cordiali, sempre pronti a scherzare, aperti, franchi, un po’ farabutti, qualche volta maneschi, facili a commuoversi, generosi, ospitali e rozzi. Assai diversi da quel che si pensa debba essere un ‘orientale’. Niente in comune cogli indiani, poco coi cinesi. Quando arrivammo al drok-sa (campo dei nomadi, pascolo) una donna ci venne incontro con grandi feste. Era Kandron, la sorella del mio portatore Si-thar; suo marito, Dondrukdorje, era proprietario di una delle tende; venimmo dunque accolti come gente di casa.

Avanti- descrizione della tenda, di questi nomadi, dei prodotti caseari eccetera...




Sissignore. Sarò un po’ lungo. Mi scuserete. Bisogna infatti cominciare ‘ab ovo’ dall’origine di tutto. L’origine di tutto è lo yakil, bos tibetanus, un grosso animale peloso, dalle corna possenti, ma gentile, mansueto, pacifico. La femmina dello yak si chiama dri. Yak e dri danno da vivere al nomade tibetano ed alla sua famiglia. Innanzitutto il lungo pelo dell’animale viene filato; se ne tesse poi un panno grossolano che serve per fare la tenda. La tenda (ba) è sostenuta da alcuni pali ritti, all’interno, e da una trentina di pali corti (sigyang) all’esterno del muro circolare di pietre che serve di fondamento a tutta la casa. Nell’interno, al centro, v’è un quadrato scavato in terra pel fuoco (me-kyor); tutt’intorno la gente si siede su pelli di yak o di pecora selvatica.

E chi c’era nella tenda dove stavate?

C’era anzitutto Dondruk-dorje, un uomo forte, alto, grosso, di 29 anni, con una faccia da schiaffi...

Faccia da schiaffi?




Sì, sapete il genere di persona la quale comincia a prendere in giro lo straniero con barzellette che quello non può capire, così tutti ridono del suo imbarazzo... Ma insomma stavamo allegri, anche se spesso a mie spese. I tibetani sono così, che volete farci, montanari un po’ selvaggi, capaci di grandi generosità e di ferocia senza pensarci, a cinque minuti di distanza. Poi c’era Kandron, 24 anni, una vasta cavalla di donna, in fondo belloccia. Per fortuna Kandron mi proteggeva: ogni volta il marito ne tirava fuori una nuova, e tutti ridevano, lei mi chiedeva scusa e mio ffriva del latte! Latte di dri, fenomenale; crema, profumo di fiori alpini. E poi yogurt, ricotta, formaggio...succhi bianchi della neve e del sole, deliziosi, ricchi, essenziali. Certo un sahib non dovrebbe stare così coi suoi portatori — almeno questa è una raccomandazione che si sente ripetere. Ma avrei mai partecipato alla vita dei nomadi, così dall’intimità, standomene solennemente fuori sotto la mia tenda? Mi pare valga sempre la pena di sacrificare un po’ di rispetto per un po’ di fratellanza.

Scusate, questi nomadi stavano li tutta la giornata a ridere e scherzare con voi, senza far nulla?



Poche impressioni potrebbero essere più errate. Dondruk-dorje faceva il burro; lavoro lungo e faticoso. Una ventina di litri di latte vennero versati in un otre costituito dalla pelle d’una vacca; poi Dondruk-dorje scosse violentemente quest’otre per circa un’ora; infine ne tirò fuori un grosso malloppo di burro. Kandron intanto bolliva il latte scremato (oshang) con dello yogurt (sho) per fare ricotta (chura). La ricotta veniva messa a fermentare per farne del formaggio(chu-she). Tutti lavori lunghi e abbastanza faticosi; alza un pentolone, porta un sacco, sposta una forma, riempie un secchio... e così per tuttala giornata. Sul tardi ci fu la mungitura. Scena bellissima. Dondrukdorjee Kandron sortirono dalla tenda. Gli yak erano dispersi per le coste della montagna. L’uomo andò lontano per rintracciare le bestie. Il tempo intanto s’era rimesso. La valle apparve luminosa in tutta la sua ampiezza, circondata e chiusa da grandi montagne dirupate su cui scintillavano ghiacci rosa di tramonto. Silenzio e fiori; qualche allodola altissima e invisibile nel vento. Campanoni lontani delle mandrie. Quando gli yak cominciarno a rientrare, Kandron li diresse verso le tende lanciando delle pietre con la fionda di corda (ota).

Evidentemente questa Kandron vi ha commosso.




Sissignore. Era veramente un’immagine di barbarica bellezza. Si chinava a raccattare la pietra, la poneva tra le cordicelle della fionda, poi piegandosi indietro, curvandosi, roteando tutte le spalle, il petto, fermissima sulle gambe forti e ben piantate in terra, lanciava il proiettile, e questo piombava sibilando vicino allo yak, dalla parte donde bisognava spaventarlo perché corresse verso casa.

Risparmiateci pure la mungitura dei dri.

Ma bisogna che vi dica due parole sui cani. In Tibet ci sono i Lhasa terrier’s, degli animalini simili ai pechinesi, di lusso; e poi ci sono i mastini. Questi ultimi sono dei canoni grossi come dei San Bernardo, e sono le più terribili e selvagge bestie che si possa immaginare. Vicino alla tenda di Dondruk-dorje ce n’erano tre. Uno, meno funesto, stava in giro libero, però ringhiava sempre; gli altri due erano spaventosi. Mettevano i brividi. Bastava avvicinarsi a venti metriche cominciavano a saltare mordendo ferocemente la catena, digrignando i denti, abbaiando come avessero davvero sete di sangue umano.

E dove dormiste quella sera?




Nella tenda di Dondruk-dorje c’era troppa folla. Durante la cena era venuto a riunirsi alla compagnia un altro nomade, la cui tenda si trovava a dieci minuti di distanza; si chiamava Hri-tar, era un giovane di 28 anni, il quale aveva un garzoncello di 16 o 17 per aiutarlo nei lavori; quest’ultimo si chiamava Sonam. La cena era stata tutta un lungo e splendido succedersi di latticini: yogurt, ricotta, latte a morire, formaggio fresco, formaggio secco, latte ancora fino a sentirsi come uno tre...

Ritenete possibile ci si possa ubriacare col latte?

Preso in queste formidabili proporzioni induce una sorta di sonnolenza beata non lontana dagli effetti di certi vinelli  leggeri…

O di certi vini pesanti…

Già, forse.

Soggetti di conversazione durante la cena?




Perché il figlio di Ishe non abbia voglia di lavorare, perché Ten-zin abbia venduto i vitelli così presto, perché il prezzo del burro non sia salito come doveva e allora Dorje... E’  bello quando si comincia a conoscere tutti su per una valle e ci si sente quasi di casa! Me nestavo in silenzio, sdraiato sulla pelliccia di pecora selvatica, sorbendo ogni tanto un poco di latte cremoso; ed ero veramente felice. Finalmente Hritar volle muoversi. Fuori era buio, faceva freddo, pioveva di nuovo. Nella tenda di Hritar si stava invece benissimo. C’erano pelli e spazio. Sonam accese un gran fuoco, ci sedemmo a bere del tè, a sorbire un sorso di arak, a chiacchierare; poi verso le undici ci mettemmo a dormire.

Notte nella tenda?

Silenzio; ogni tanto un campano di yak che si muove; lento spegnersi del fuoco; saggio morire dei tizzoni; canti mormorati dal vento. Hritar che parla nel sonno.

L’indomani?



Prestissimo Hritar si levò dal giaciglio vestendosi e gridando a Sonam: ‘dormiglione, alzati; ci sono diecimila cose da fare; io alla tua età ero fuori avanti l’alba; levati dormiglione, pigrone, pezzo di cispa’... Sonam, scosso dalle semi benigne pedate di Hritar si levò, cogli occhi ancora chiusi dal sonno, si vestì e cominciò meccanicamente ad accendere il fuoco, a preparare il tè. Hritar intanto andò fuori a mungene i dri. La mungitura della mattina è meno faticosa di quella della sera. Gli animali passano la notte legati a delle corde fissate con pioli per terra; non c’è da andare a cercarli, sono lì...

Vi vestiste, prendeste il tè, sortiste fuori della tenda, e poi?

Poi fui improvvisamente dinanzi al mondo!

Apocalittico?

Apocalittico.

Archetipico?

Archetipico

Spiegatevi.




Ecco: il sole incendiava i ghiacciai di sublime splendore, mentre le immense pareti nere dei monti nell’ombra grondavano ancora notte. Avrei voluto cantare un peana di vittoria: vittoria di tutto ciò ch’è grande, nobile, puro, degno di dedizione e di sacrificio nella vita degli uomini...

Invece?

Invece bevvi solennemente del latte. E con un dito? Con un dito ripulii la tazza della crema saporosa rimasta sull’orlo, attorno.

Infine?

Infine partimmo. Addio Hritar! Addio Kandron e Dondruk-dorje! Addio nomadi felici, compagni d’un giorno sperduto fra i monti dell’Imàlaia! Ah la vostra vita serena lontana dai moti malefici del mondo! Resterete vivi per sempre nella mente e nel cuore del viaggiatore ch’è stato per un poco con voi! Tu Hritar che mostri orgoglioso i tuoi yak più forti; tu Sonam che accendi il fuoco; tu Kandron che lanci le pietre al cielo, e tu Dondrak-dorje ...Ah, maledetto! Mentre partiamo n’ha detta una finale. Ora tutti ridono... Che ha detto? Sconcezze, sconcezze... No, Kandron, grazie...Latte proprio no, non ne posso più...

E il Tankar-la, era ancora lontano?




Sissignore. ‘Il Passo del Pane Bianco’ era ancora parecchio più su. Gli uomini restarono addietro. Camminai per ore, da solo, avanti, arrampicandomi di morena in morena. Ero certo che avrei toccato il cielo, tanto questo era azzurro, solidamente azzurro, sopra di me. Scomodo camminare sulle cime più alte con la testa curvata, per non sbattere nel cielo... Poi piano piano il tempo si guastò. Nebbie si condersarono dal nulla, il vento si fece cattivo ed antipatico. Giunsi sul passo appena in tempo per vedere qualcosa dell’altro versante, dal lato del Sikkim, prima che le nuvole si chiudessero. Mi nascosi sotto un landro di roccia. Pensavo: tristezza di trovarmi per la seconda volta nell’Imàlaia da solo. Come avrei voluto avere un compagno con me! Insieme avremmo potuto tentare qualche impresa degna di ricordo, invece di queste passeggiate... Forse una volta verrà il giorno felice? I portatori mi raggiunsero con la pioggia. Non facemmo neppure a tempo ad alzar la tenda, ci bagnammo tutti prima di poterci riparare.

Come trascorreste il tempo fino all’ora di dormire?




Si chiacchierò un poco, facemmo del tè, lo bevemmo, mangiammo qualcosa. Poi mi misi a leggere...

Naturalmente un’opera sublime, in carattere coi luoghi: Dante, Milarepa o la Bhagavad Gita, vero?

Niente affatto. Scusatemi, signore, ma sarebbe di cattivo gusto. Quando si vive nel sublime, quando si respira il sublime, si guarda il sublime, si pesta il sublime, si tocca il sublime, oh no, signore, allora è dolce e consolante entrare nella tenda e rifugiarsi dal sublime. E’ un cercar riposo per gli occhi, pei sensi tutti, e per la mente. Nel caso mio questa difesa dal sublime era costituita da un romanzo di Trollope, capitatomi non so come fra le mani. Pacifico e solido romanzo inglese dell’ottocento, quadrato come un mobile e dal sapore di zuppa casalinga. Duecento pagine fino al primo timido bacio, altre cento fino al matrimonio e la fine. Intanto si ragiona di parrocchie e di zie, di ninnoli e di mammole. Come sono dolci queste cose in una tenda a cinquemila sull’Imàlaia! Fuori i silenzi smisurati dell’Asia e rocche sovrane di ghiaccio che nascondono le stelle ,dentro un prezioso angolo di provincia ed immagini delle consolanti cose di cattivo gusto che si conservano nei salotti polverosi...




Cantaste la mattina dopo svegliandovi?

Speravo di cantare! Cantare col sole, con lo scintillio dei ghiacciai vicini e lontani; salutare il Cangenzongà, il Pauhunri, il Cangenghiau... Invece nebbia e bigiore. Per qualche momento si poterono vedere i dintorni immediati del passo; selvaggi luoghi da urli o martirii. Pietre, massi, ghiaccio e lame sbilenche di montagne in bilico. Geologia in divenire. Ossa del mondo scarnite dall’odio degli elementi. Rovina e in abissarsi di scorie. Luna.

Così lasciaste il campo senza tristezza, m'immagino...

Partimmo prestissimo, Si-thar ed io, per salire una cima a nord del passo. Dopo poco ci trovammo su un ghiacciaio ripido e con parecchi crepacci; poi su, su, ancora nella nebbia, nel vento, per un ripido pendio nevoso che non finiva mai, fino alla vetta, una crestina a forse 5500metri.`

Qu attendeste che le nubi si aprissero…




E.. naturalmente non si aprirono affatto.

Così dovemmo tornare senza aver potuto fotografare il panorama, da lì certo meraviglioso. Oramai non restava che scendere a Lachung nella stessa giornata. Disfacemmo le tende verso mezzogiorno e poco dopo partimmo. Giù, giù come bauli, per quella valle che non finiva mai; giù per ghiaccio, per neve, per morene, lungo torrenti, per prati, per boscaglie di rododendri, poi giù tra i primi alberi, giù nella foresta, giù dalle abetaie ai primi segni di tropico, sempre nella nebbia, sotto la pioggia, con le sanguisughe che assaltano le caviglie, giù ancora, da 5500 a 2500, e sull’imbrunire a Lachung. Morti. Dormire come sassi.

Fosco MARAINI












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